Attualità

Dinanzi alla morte leviamoci la maglia…

Napoli 21 Agosto – Non mi piacciono gli applausi ai funerali, come non mi piacciono gli applausi durante il minuto di silenzio osservato in occasione di manifestazioni sportive. Rispetto alla morte credo che il miglior atteggiamento sia sempre e comunque il silenzio, ma questa è una considerazione strettamente personale e legata al sentimento individuale. Nessuno può giudicare il sentimento altrui, né si può imporre un’ipotetica morale agli altri: ogni persona risponde alla sua, e se in occasione dei funerali delle vittime di Genova qualcuno ha sentito il bisogno di applaudire le istituzioni noi possiamo solo portare rispetto, pur se non si condivide la scelta.

 

Di certo, però, quegli applausi non possono essere politicamente colorati. Sarebbe scorretto nei confronti della vittime stesse, e sarebbe quantomeno illogico vista la breve vita del nuovo governo. Chi ha attribuito agli applausi un riconoscimento morale o un ringraziamento ai nuovi insediati, declassando implicitamente chi ha governato nei 30 anni precedenti, commette un errore. Innanzitutto perché in questi 30 anni alcuni governi hanno inglobato una forza politica che molti riconoscono come nuova, ma che non lo è; ma soprattutto per un altro motivo: a nessun titolo possono essere attribuiti applausi al nuovo governo, perché è lo stesso governo per il quale si dice “sono tre mesi dall’insediamento, non hanno potuto far nulla, lasciamoli lavorare”.

 

La tragedia di Genova certifica una situazione allarmante: questo Paese è ormai diventato una zona franca, politicamente parlando. Una zona nella quale c’è solo rissa e contrapposizione, senza produrre nulla di positivo, senza la minima possibilità di dialogo. È come entrare in uno stadio, luogo nel quale si perde il lume della ragione e ci si trasforma in altre cose. Questa è una situazione che si trascina da tempo, da decenni: Berlusconi l’ha impostata come uno scontro assoluto nei confronti della magistratura, il centro sinistra come una reazione al berlusconismo; e poi ci ha provato anche il PD con un progetto di riforma costituzionale che ha tirato dritto verso il rafforzamento dei poteri del premier e l’eliminazione di una delle due Camere. Ma tutti quanti hanno dimenticato, per motivi differenti, che il Parlamento è il luogo della democrazia, il luogo nel quale visioni contrapposte arrivano ad un punto comunque.

 

Oggi lo fa Salvini con proclami altisonanti ma privi di contenuto, proclami che però hanno grande consenso non tanto per la proposta in sé, ma soprattutto per un rigurgito verso ciò che è stato. Lo fa Di Maio con annunci pro popolo e con un pauroso sfruttamento dell’idea del complotto, per il quale tutto ciò che non si uniforma al pensiero grillino viene visto come il male. Non possiamo credere che sia colpa di Mattarella, perché non lo è; non possiamo credere alla manina del MEF; non possiamo credere al fraintendimento del testo di una mail. Lo fa, in generale, questa classe dirigente con una trasformazione del lessico politico che spesso e volentieri crea dei cortocircuiti grammaticali funzionali solo intercettare consensi.

 

Ogni tanto bisogna togliere la maglia, e se non lo facciamo davanti ai morti è quasi impossibile farlo in altre occasione.

 

image_pdfimage_print

“Laureato in giurisprudenza, ho iniziato a scrivere per passione, seguendo la mia squadra del cuore. Sono un sostenitore del libero pensiero, per me la scrittura è espressione di libertà”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *