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NON SOLTANTO LA DAD!

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Napoli, 14 Aprile – Anche in quei giorni in cui il da farsi è alquanto copioso – per cui ogni frazione di secondo è da ritenersi pressoché sacrosanta – ritengo fondamentale dare una rapida occhiata alle prime pagine dei quotidiani, anche perché è imbarazzante farsi cogliere impreparati sulle latest news da vicini, passanti e compagni di viaggio.

Sfogliando rapidamente le principali testate nazionali – o, per meglio dire, le rispettive versioni digitali -, ho adocchiato una serie di articoli inerenti al triste fenomeno della dispersione scolastica, la cui esponenziale diffusione viene oggigiorno attribuita alla necessità di ricorrere alle metodologie di didattica a distanza (DAD).

Gli innumerevoli impegni mi hanno impedito di soffermarmi sui dettagli degli scritti in questione, ma, in qualità di giurista, zio e conoscitore (si spera!) delle tematiche attuali, mi preme svolgere alcune brevi considerazioni in merito alle ragioni effettive che, purtroppo, han spinto – e tuttora stanno inducendo – un gruppo di giovani (non soltanto del Sud) ad interrompere il percorso di studi prima di conseguire il titolo finale, precisando che, nella maggior parte dei casi, ad essi non va ascritta alcuna colpa.

Ricorrerò ancora una volta all’espediente dello schema, in modo da illustrar tutto in maniera esaustiva, chiara e succinta.

  1. La mancanza di empatia, cuore e vocazione in capo a taluni docenti costituisce, indubbiamente, uno dei motivi per cui i ragazzi, alla stregua di una nave col timone completamente incustodito, abbandonano la scuola: nel periodo attuale, com’è noto, la docenza viene spesso vista come…un impiego di ripiego, ovvero un semplice “posto fisso” che assicura delle entrate mensili.

Lungi da me il voler ricorrere a luoghi comuni: se lo facessi, sarei un pessimo studioso di diritto ed un cattivo divulgatore; una cosa, tuttavia, intendo palesarla: la nuova generazione di docenti, ohi noi, vede la scuola come un semplice “lavoro” e non anche come una palestra di costante confronto, tesa a formare i Cittadini (ed i governanti) di domani;

  1. Strettamente connessa con la malavoglia di qualche docente – e, ovviamente, con l’indifferenza di alcuni genitori – è la sempre più crescente riluttanza ad apprender cose nuove: spesso, infatti, sento dire che “s’impara molto di più lavorando piuttosto che stando seduti ad un banco, ascoltando i professori“.

Si è avuto, in sostanza, un ritorno ai secoli scorsi, durante i quali la quasi totalità delle famiglie, con l’intento di “sistemare” i figli, li mandava “a bottega” per “‘mparà ‘nu mestier” (It.: “apprendere una professione od un’arte”).

Senza le conoscenze basilari in alcune materie, cari Lettori, è impossibile assicurarsi un futuro: lasciare i banchi dà luogo a quella povertà educativa che i grandi docenti del passato (tra cui Maria Montessori ed Alberto Manzi) hanno strenuamente cercato di combattere.

  1. Di non minore importanza è il totale disinteresse verso l’altro: in quest’epoca di pandemia (ma anche prima, a onor del vero) s’è assistito ad un’imparagonabile mancanza di solidarietà verso il Prossimo, in barba a quanto stabilito dalla Costituzione e dai ben consolidati princìpi morali trasmessici da chi ci ha preceduto.

Quasi tutti tendono marcatamente ad evitare l’altro, a primeggiare su quest’ultimo, a denigrarlo se dà fastidio, e via discorrendo: ecco perché quella dell’insegnante – già a partire dalla scuola dell’infanzia – dev’essere una missione che va ben al di là di un mero impegno professionale.

Se si investisse di più sull’avvenire dei nostri giovani e si riflettesse accuratamente sulle politiche da attuare a tutela dei loro interessi (e, conseguentemente, su tutto quanto osta al coronamento dei loro sogni), potremmo tornare ad essere una grande nazione.

Dar la colpa alla DAD è troppo facile, cari Lettori: spremiamoci il cervello a mo’ di arancia, così vedremo…cosa uscirà fuori!

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