Napoli, 17 Giugno – C’è una polvere sottile che si posa inesorabile sulle roccaforti politiche quando smettono di essere tali. Chi ha memoria delle stagioni politiche partenopee e campane — chi ricorda la fisicità delle piazze infiammate o il pragmatismo silenzioso dei vecchi notabili democristiani di stampo gaviano — osserva oggi il paesaggio del centrodestra campano con un misto di disincanto e vertigine. È il malinconico crepuscolo di una coalizione che sembra aver smarrito non solo la bussola, ma il senso stesso della propria geografia.
Mentre scrivo, il centrosinistra ha blindato la Campania trasformandola in una vera e propria “ridotta” inespugnabile, un laboratorio politico nazionale che guarda già al domani. Da un lato c’è il modello di grande pacificazione istituzionale incarnato da Gaetano Manfredi e Roberto Fico: un’alleanza strutturata che proietta il mite ex rettore napoletano verso orizzonti insperati, tanto che in molti, nei corridoi romani, sussurrano il suo nome come possibile premier di garanzia o incaricato qualora le Politiche del 2027 dovessero consegnare un Parlamento senza maggioranze assolute. Dall’altro lato, a fare da cerniera e contraltare, resiste Vincenzo De Luca, l’eterno viceré asserragliato nel suo incrollabile fortino salernitano. Un tridente anomalo, forse cinico, ma tremendamente efficace. E il centrodestra? Il centrodestra, semplicemente, arranca.
E lo fa da un tempo che in politica equivale a un’era geologica. Bisogna riavvolgere il nastro fino al 2010, all’elezione di Stefano Caldoro, per rintracciare l’ultima vera affermazione capace di far tremare i polsi alla sinistra. Da allora, il vuoto. Le ragioni di questa lenta agonia sono strutturali, ma il peccato originale porta i colori sbiaditi di quella che un tempo era la corazzata invincibile della coalizione: “Forza Italia”, ex “Forza Italia – Berlusconi Presidente”. Fino a quindici anni fa, la Campania era orgogliosamente definita “la regione più azzurra d’Italia”. Berlusconi vi mieteva percentuali plebiscitarie, intercettando quel moderatismo borghese e popolare che storicamente anima il Golfo e le aree interne. Oggi, quel formidabile traino si è trasformato in una zavorra. Si fa un’immensa fatica persino a conservare i municipi storicamente amministrati. Le recenti cadute di Sant’Anastasia e Casalnuovo — dove i candidati uscenti erano addirittura espressione diretta dell’attuale establishment provinciale e regionale — non sono semplici incidenti di percorso. Oggi, nel partito, l’aria è elettrica. L’aspettativa per un commissariamento o un profondo cambio al vertice regionale è ormai un segreto di Pulcinella. Serve un reset, sussurrano i malpancisti, non solo per arginare l’emorragia di parlamentari in perenne e logorante polemica con il coordinamento campano, ma soprattutto per sbloccare l’ascensore sociale di una classe dirigente fatta di giovani e amministratori locali.
Gente che i voti li prende per strada, e che potrebbe, se liberata dai veti incrociati, imporre quel cambio di passo vitale per non morire di asfissia burocratica. In questo quadro di desolazione forzista, Fratelli d’Italia rappresenta un’anomalia. Il partito di Giorgia Meloni non ha mai sfondato nel Mezzogiorno campano con le percentuali bulgare registrate altrove. Non incide come vorrebbe, eppure resiste. Avanza con il passo pesante della fanteria. La recente tornata amministrativa non ha i contorni della disfatta: nella complessa provincia di Salerno si sono piantate bandiere in territori inediti, e nell’hinterland vulcanico e frammentato della provincia di Napoli i consiglieri eletti sono stati più che raddoppiati. FdI si muove come un costruttore lento, consapevole che qui l’onda d’opinione nazionale non basta: servono le truppe cammellate e il presidio dei quartieri. E la Lega? Evaporata. Il Carroccio in Campania sembra essere stato prosciugato dal sole del Sud, incapace di tradurre in seggi una presenza ridotta a simulacro.
La perdita di un feudo consolidato come Afragola, governato per anni, è la fotografia di una ritirata senza ordine. Il paradosso è che a livello nazionale la Lega si aggrappa al cosiddetto “effetto Vannacci”, che muove percentuali e dibattiti televisivi, ma che nelle periferie campane, dove si vota per la buca stradale, il lampione rotto e i servizi sociali, si rivela un ologramma. Ci sono, è vero, giovani parlamentari leghisti che stanno provando, con ostinazione, a far crescere una propria leadership territoriale, ma è un lavoro di semina in un terreno al momento arido.
Serve fatica, serve tempo. Alla fine di questa ricognizione, la riflessione sorge spontanea. Il centrodestra campano non soffre di una crisi di elettori — perché un blocco sociale conservatore e moderato esiste ed è storicamente maggioritario in vaste aree della regione — ma di una drammatica crisi di “offerta”. Finché si continuerà a vivere di rendita sui ricordi del 2010, schiacciati tra faide interne e rendite di posizione, l’alleanza Manfredi-De Luca-Fico non avrà bisogno di vincere le elezioni. Si limiterà ad assistere alla resa degli avversari.
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