Nel suggestivo cortile “Cap ’e Cunigl” la conferenza stampa dell’evento in programma il 19 e 20 settembre. Diciotto edizioni e vent’anni di storia per l’Associazione Culturale “Michela Polverino”. Istituzioni, cultura, memoria e comunità unite nel segno di una tradizione che continua a parlare alle nuove generazioni
Saviano, 7 Settembre – A Sirico la memoria non ha bisogno di essere cercata: affiora dai cortili, dai portoni lasciati aperti, dalle voci che si rincorrono nei vicoli e dai gesti quotidiani tramandati da una generazione all’altra. Qui il passato non resta confinato nei ricordi, ma continua a riconoscersi nei luoghi, nelle abitudini e nel modo stesso di stare insieme. Sirico, antico borgo di Saviano, dove domenica 6 settembre, nella suggestiva cornice del cortile “Cap ’e Cunigl” di via San Giovanni, si è svolta la conferenza stampa di presentazione della XVIII edizione de “A Sera d’ò nciucio”, in programma il 19 e 20 settembre. Una serata partecipata, intensa ed emozionante, che ha anticipato quello che da diciotto edizioni rappresenta molto più di un appuntamento folkloristico: un viaggio nella memoria collettiva, nelle radici contadine e popolari di una comunità che ha scelto di non dimenticare.
L’edizione di quest’anno assume inoltre un significato particolare perché coincide con un secondo importante traguardo: il ventesimo anniversario della fondazione dell’Associazione Culturale “Michela Polverino”, realtà che da due decenni custodisce, promuove e rinnova il patrimonio di tradizioni del borgo.
Tradizione, memoria e comunità sono, infatti, le parole intorno alle quali ruota l’intero progetto. Per due sere Sirico tornerà a trasformarsi in un vero e proprio museo a cielo aperto, tra storia, arte, sapori, musica, antichi mestieri e scene di vita quotidiana.
Perché il “nciucio”, nella sua accezione più autentica, non è la maldicenza. È la chiacchiera della sera, quella scambiata nei cortili dopo una giornata di lavoro. È la parola detta sottovoce, il racconto, il sorriso, la curiosità per ciò che accade nella vita dell’altro. È partecipazione. Ed è proprio da questa dimensione semplice e profondamente umana che nasce “A Sera d’ò nciucio”.
La manifestazione ricostruisce la vita di un tempo nei luoghi stessi nei quali quella vita si svolgeva: i bassi, i portoni, i vicoli e i cortili del borgo. Tornano gli antichi mestieri, i lavori dei contadini, le donne impegnate a preparare le pietanze, gli uomini intenti a spillare il vino, la musica popolare, i canti e i balli.
Le donne indossano gli abiti folkloristici della tradizione; sulle tavole arrivano piatti e prodotti legati alla cultura agricola e rurale; tra un vicolo e l’altro rivivono scene quotidiane e piccoli “nciuci” di paese. «La manifestazione si svolge tutta nei luoghi degli antichi lavori dei contadini, dei mestieri e dei sapori», ricordano gli organizzatori. E il “nciucio” diventa così uno «strumento di partecipazione emotiva alle vicende altrui, senza cattiveria», capace di ricostruire una dimensione perduta della vita comunitaria.
Numeroso e attento il pubblico presente alla conferenza stampa. Tra le autorità e gli ospiti istituzionali sono intervenuti il sindaco di Saviano Giuseppe Franco; l’onorevole Giovanni Mensorio, presidente della III Commissione della Regione Campania; l’onorevole Francesco Iovino, presidente della I Commissione Speciale della Regione Campania; il magistrato Catello Maresca; l’assessora alla Cultura del Comune di Saviano, professoressa Lucia Liguori; il professor Giuseppe Allocca; don Salvatore De Simone, parroco della Chiesa di San Giovanni Battista di Sirico; Lino Tanzillo, presidente dell’Associazione Amici Campani En Plein, e lo storico professor Vincenzo Ammirati.
A moderare l’incontro è stata la scrittrice e giornalista Filomena Carrella, che ha accompagnato i diversi interventi conducendo il confronto sui grandi temi emersi nel corso della serata: memoria, tradizione, educazione, giovani, innovazione, solidarietà e identità dei territori. Ad impreziosire ulteriormente l’atmosfera è stata la presenza del gruppo musicale “Silvio De Simone & Zuoccole, Tammorre e Femmene”, il cui nome è mutuato dal titolo di una poesia del principe Antonio De Curtis, in arte Totò.
Particolarmente intenso il momento affidato a Graziella Caliendo, membro dell’associazione, che attraverso una serie di domande ha coinvolto alcune persone del borgo nel racconto della preparazione della festa.
Sono emersi così gli addobbi di un tempo, le specialità enogastronomiche che verranno preparate, le consuetudini familiari, i ricordi legati agli affetti e alle persone che non ci sono più. Testimonianze semplici, ma capaci di toccare profondamente il pubblico presente.
Graziella Caliendo ha poi ricordato Michela Polverino, la donna alla quale è intitolata l’associazione: «Una donna piena di vita, capace di assumere e portare avanti tante iniziative. Una persona spinta da un forte desiderio di comunicare e di rendere partecipi gli altri alle iniziative della comunità». Un ricordo che restituisce pienamente il senso di una manifestazione che, prima ancora di celebrare il passato, celebra le persone che quel passato lo hanno costruito.
A fare gli onori di casa il presidente dell’Associazione Culturale “Michela Polverino”, Giuseppe Caliendo: «Siamo lieti di presentare la diciottesima edizione de “A Sera d’ò nciucio”, un evento che valorizza la gastronomia e la cultura dei tempi che furono qui, nel borgo di Sirico. Un ringraziamento va a tutti gli ospiti di questa sera e a tutti gli abitanti di Sirico che, con il loro straordinario contributo, rendono possibile la continuazione di questa tradizione da ormai vent’anni».
Parole che hanno riportato al centro uno degli elementi fondamentali dell’iniziativa: la partecipazione degli abitanti. Perché “A Sera d’ò nciucio” non viene semplicemente organizzata a Sirico: nasce da Sirico e vive attraverso Sirico.
Particolarmente personale l’intervento del sindaco di Saviano Giuseppe Franco, legato al borgo dalle proprie origini familiari: «Come molti sanno, io sono originario del borgo di Sirico: sia i miei nonni sia i miei genitori sono di questo borgo e anch’io ho vissuto qui la mia infanzia. Già a quei tempi notavo l’intensa attività di questa comunità, una comunità semplice, molto laboriosa, ma anche divertente. A tale proposito desidero ricordare il Carnevale africano del dottor De Marino».
Il primo cittadino ha poi sottolineato la vitalità ancora oggi presente nel territorio: «Anche oggi qui si è conservata la stessa intensa laboriosità, soprattutto nei giovani. Non a caso sono diverse le manifestazioni che si svolgono nell’arco dell’anno».
E proprio sul significato della festa ha aggiunto: «L’evento “A Sera d’ò nciucio” fa parte della cultura contadina, ma, per essere più precisi, direi della cultura del cortile, perché un tempo si viveva nel cortile. Nel cortile si svolgeva la vita in tutti i suoi aspetti, dal lavoro allo svago. Nel cortile si parlava, si discuteva, si raccontavano storie, si bisbigliava. Ed ecco il “nciucio”. Ma quello era un nciucio genuino, sano e divertente, senza cattiveria né maldicenza».
Franco ha inoltre ribadito il sostegno dell’amministrazione: «Come amministrazione comunale teniamo molto a questo evento. Non a caso è stato inserito nel percorso turistico realizzato dalla Regione Campania insieme ad altre manifestazioni. Auguriamo dunque il meglio agli organizzatori e a tutti i partecipanti: soprattutto di divertirsi in sicurezza. Ci auguriamo inoltre un ulteriore miglioramento dell’evento, affinché questa festa possa andare sempre più oltre la dimensione locale».
La moderatrice Filomena Carrella ha posto l’accento soprattutto sul rapporto tra tradizioni e nuove generazioni, auspicando un sempre maggiore coinvolgimento della scuola: «È molto importante che a questa manifestazione sia presente anche la scuola del territorio, perché è fondamentale che i ragazzi vivano queste tradizioni e queste usanze, che possono aiutarli ad allontanarsi, anche soltanto per un po’, dalla tecnologia imperante e a riscoprire la vita reale: il calore, gli affetti, lo stare insieme, i canti e i mestieri di un tempo».
«Noi adulti – ha proseguito – abbiamo il dovere e la responsabilità di fare in modo che i nostri giovani possano riscoprire questa straordinaria ricchezza di tradizioni e di memoria».
Di grande intensità anche l’intervento del magistrato Catello Maresca, che dalla festa di Sirico ha allargato la riflessione al rapporto tra comunità, giovani, socialità e cultura. «Conservare e investire nelle tradizioni oggi è quasi una cosa rivoluzionaria. In un mondo che corre e va avanti vertiginosamente, anche il “nciucio”, che nasce come una cosa sana, può diventare qualcosa di letale, capace di isolare le persone e di condannare magari i ragazzi più fragili all’isolamento e all’emarginazione».
Da qui l’importanza di recuperare il senso autentico dello stare insieme: «Occorre recuperare lo spirito delle comunità, coinvolgere i giovani, trasmettere loro le cose sane e provare a staccarli da quel mainstream che spesso dice alla persona che cosa deve fare o addirittura che cosa deve essere».
Maresca ha poi richiamato il nome di Lorena Isceri, collegando il tema della memoria alla necessità di costruire una cultura della tutela e del rispetto: «Lorena Isceri: a chi dice qualcosa questo nome? Sapete che io mi occupo di giustizia e di sicurezza e non dobbiamo dimenticare che molte persone perdono la vita e, dunque, come Lorena, perdono la possibilità di sviluppare la propria esistenza perché qualcosa è andato storto».
«La memoria deve riguardare le tradizioni, ma anche, purtroppo, le cose negative che accadono, come quelle che possono coinvolgere una donna che non riesce a trasmettere il proprio grido di aiuto. Ancora oggi ragioniamo di riforme e di leggi per la tutela delle donne, ricordiamo il Codice Rosso, è stato introdotto il femminicidio, eppure questi episodi continuano purtroppo ad accadere. È il segno evidente che probabilmente è necessario cambiare anche qualcos’altro: la testa». E proprio la cultura, secondo Maresca, rappresenta il passaggio decisivo: «Per cambiare la testa non bastano leggi, sanzioni o pene. Serve cultura, serve trasmettere valori e principi: è questo che dobbiamo provare a dire ai nostri ragazzi».
Il magistrato ha quindi ricordato il proprio impegno nelle scuole: «Da questo punto di vista sono tornato e torno frequentemente nelle scuole con un’associazione antimafia che si chiama “Unica”, proprio perché esiste l’esigenza di trasmettere valori culturali ai ragazzi. Solo su questo può basarsi davvero la speranza che i nostri giovani possano preservare le tradizioni e trarre da esse valori positivi». La conclusione è stata un invito rivolto all’intera comunità: «Proviamo allora a recuperare e a riempire di contenuti positivi tutte queste cose belle che la tradizione ci offre. In bocca al lupo per tutto e viva il nciucio!».
Il professor Giuseppe Allocca ha ringraziato il comitato e l’associazione per il lavoro portato avanti negli anni: «Grazie al Comitato per averci invitato. Un apprezzamento particolare va all’Associazione “Michela Polverino”, che da anni porta avanti questa iniziativa, che è soprattutto recupero della memoria e della storia del nostro territorio».
Allocca ha poi proposto una riflessione sulla contemporaneità e sulla necessità, soprattutto per i giovani, di ritrovare momenti sottratti alla connessione continua: «Proprio sul tema dell’importanza della memoria e del recupero del passato, su “Avvenire” è uscito un articolo molto bello nel quale si racconta come i quotidiani inglesi stiano riscontrando tra i giovani anglosassoni il bisogno di avere momenti di pausa dall’uso dei cellulari, per recuperare tempi diversi, ricordi, persino quelli legati alle nonne. Credo sia una riflessione di grande attualità rispetto alla prossima edizione della festa d’ò nciucio».
L’assessora alla Cultura del Comune di Saviano, Lucia Liguori, ha inizialmente richiamato le nuove sfide del mondo scolastico: «Con il nuovo dimensionamento scolastico viene richiesta ai dirigenti una responsabilità maggiore e la capacità di gestire situazioni e realtà scolastiche sempre più complesse. Come amministrazione saremo vicini e non mancherà il nostro apporto nel fornire supporto a tutte le realtà locali che ci vedono coinvolti».
Entrando poi nel cuore della manifestazione, Liguori ha riflettuto sul difficile equilibrio tra tecnologia e tradizione: «Riguardo all’evento “A Sera d’ò nciucio”, proprio oggi, dopo la visione di un film, riflettevo sull’aspetto già menzionato del rapporto tra tecnologia e tradizioni. È chiaro che la tecnologia può allontanarci dalle tradizioni. Quando invece i giovani riscoprono le usanze di un tempo, mettendo da parte almeno per un momento la tecnologia, hanno l’opportunità di fare sì un’esperienza del passato, ma anche della vita nella sua realtà più autentica».
«Questa festa – ha continuato – ci mette di fronte proprio al connubio tra tradizione e innovazione. Oggi siamo chiamati a promuovere le tradizioni anche attraverso le innovazioni, ma senza dimenticare i valori di un tempo, perché sono quelli che ci accompagnano nella vita di tutti i giorni, diventano un faro nelle scelte quotidiane e soprattutto nelle relazioni, che oggi sono sempre più difficili». Infine l’impegno dell’assessorato: «Come assessore alla Cultura ho tra i miei principali obiettivi quello di promuovere queste iniziative e favorire momenti di partecipazione attiva tra le persone. Mi auguro che anche quest’anno questa festa sia all’insegna del sano divertimento e auspico che questa tradizione possa acquisire sempre maggiore valore e continuare a crescere».
Sul rapporto tra modernità e tradizione si è soffermato anche don Salvatore De Simone, parroco della Chiesa di San Giovanni Battista di Sirico: «La tecnologia in sé non è negativa: dipende dall’uso che se ne fa. Per quanto riguarda la fede, lo strumento principale di cui la Chiesa si serve è proprio la tradizione, cioè la trasmissione della fede». Una trasmissione, ha precisato, che non può limitarsi ai contenuti: «Per tradizione e trasmissione della fede non intendiamo soltanto comunicare dei contenuti, ma trasmettere un vissuto fatto anche di tradizioni e di valori. È proprio l’aspetto più vitale di una comunità quello che maggiormente incide sulla coscienza delle nuove generazioni». Da qui l’auspicio di un incontro tra passato e presente: «Dobbiamo riuscire a fare sintesi tra tradizione e innovazione, trovare nuove forme e nuovi linguaggi per trasmettere la bellezza della fede e tutti quei valori che fanno parte del cristianesimo e richiamano un’autentica umanità, senza dimenticare tutto quello che hanno fatto i nostri avi». Don Salvatore ha quindi richiamato un pensiero più volte espresso da Papa Francesco sul valore delle radici: «Un popolo senza radici è un popolo che non può costruire bene il proprio futuro». E ha concluso: «“A Sera d’ò nciucio” vuole essere per le nuove generazioni, ma anche per ciascuno di noi, l’occasione per riscoprire una bellezza del passato dalla quale è sempre possibile ripartire».
L’onorevole Francesco Iovino, presidente della I Commissione Speciale della Regione Campania, ha sottolineato la capacità di Sirico di conservare nel tempo una forte identità comunitaria: «Sirico continua, dopo oltre 150 anni, a dimostrare di essere una comunità. Anche se ha perso la propria identità di ente locale, conserva quella capacità organizzativa ed emotiva che le consente di produrre iniziative importanti come questo evento». Iovino ha poi lanciato una proposta per strutturare ulteriormente le iniziative culturali del territorio: «Per tutte le iniziative generate dalla comunità di Sirico, ma anche per quelle portate avanti dalla comunità di Saviano, si potrebbe pensare alla possibilità di mettere in campo una personalità giuridica, quindi una vera e propria Fondazione, attraverso la quale esprimere insieme innovazione e tradizione».
«L’Associazione “Michela Polverino” – ha aggiunto – potrebbe essere coinvolta in prima linea nella costituzione di questa Fondazione. Si potrebbe pensare anche al cinque per mille e alla destinazione di una parte delle indennità, iniziando così a costruire un percorso nuovo».
Per l’onorevole Giovanni Mensorio, presidente della III Commissione della Regione Campania, iniziative come quella di Sirico permettono ai territori di ritrovare e trasmettere il proprio patrimonio di valori: «Partecipo questa sera insieme a voi alla capacità del nostro territorio di ricordare le proprie radici culturali e il bagaglio di valori che esso esprime». Mensorio ha evidenziato la crescita costante dell’iniziativa: «Rilanciamo un percorso che, anno dopo anno, è stato migliorato sempre di più. Questo significa che il modello ha favorito il racconto di tutto ciò che di bello il nostro territorio sa esprimere». Centrale, ancora una volta, il ruolo dei giovani: «È importante soprattutto la presenza di tanti giovani, veri protagonisti e destinatari di questi valori, dei quali potranno fare tesoro durante la loro crescita. Attraverso iniziative di questo tipo è necessario rilanciare messaggi civici importanti, che vadano nella direzione dell’educazione e degli esempi positivi di cui abbiamo bisogno». Quindi il plauso agli organizzatori: «Mi compiaccio e faccio i complimenti a tutti. Oggi Saviano sorride per il ventesimo anniversario di un percorso che ci rappresenta tutti».
Tra gli interventi più originali della serata quello dello storico e saggista Vincenzo Ammirati, che ha accompagnato il pubblico in un articolato excursus linguistico, letterario e storico sulla parola che dà il nome alla manifestazione. «Il termine “nciucio”, oltre ad avere una connotazione negativa, possiede anche una connotazione positiva. “Nciuciare”, “sciusciare”: è questo l’etimo al quale possiamo ricondurre il nostro termine. I latini dicevano “flo, flas”, il flato; in dialetto napoletano “’o ciato”. Il magistrato Maresca parlava della “sciusciata”, della soffiata».
Ammirati ha quindi evidenziato un aspetto singolare: «Desideravo mettere in rilievo il fatto che “’o nciucio”, lessicalmente, è una parola di livello mondiale. Innanzitutto non è registrata dai vocabolari napoletani che ho consultato personalmente, una quindicina, a partire da quelli più antichi fino agli ultimi: il termine “nciucio” non compare».
Il professore ha quindi richiamato diversi riferimenti storici e letterari: «Qualche studioso, scrivendo proprio un saggio sulla maldicenza, ha sostenuto che si tratti di un termine napoletanissimo. L’antico scrittore napoletano Partenio Tosco, invece di registrare “nciucio”, registrava “maldicenza” in italiano. Altri dizionaristi hanno spiegato il concetto attraverso parole italiane come “pettegolezzo” e “maldicenza”».
Ammirati ha ricordato anche lo scrittore savianese Adolfo Musco, autore di “Nola e dintorni” e di un saggio intitolato proprio “La maldicenza”, per poi spingersi fino alla letteratura classica: «Il “nciucio” è dunque un vocabolo di livello mondiale, non soltanto geograficamente, ma anche letterariamente e storicamente parlando, perché un primo grande esempio lo possiamo ritrovare addirittura nell’Odissea di Omero». E ancora: «Omero la chiamava “phēmē”, la fama. C’è poi il concetto di “parabolé”, legato al verbo greco che richiama l’idea del lanciare, dello scagliare contro. È anche questa dimensione di avversione e contrarietà che il termine “nciucio” può assumere». La riflessione si è conclusa con un riconoscimento particolare alla comunità siricana: «Questa festa celebra dunque un soggetto universalmente riconosciuto come portatore di sentimenti, sensazioni e modi di dire. Per questo motivo credo che Sirico sia una delle pochissime comunità, se non l’unica, a celebrare in maniera così concorde e solenne l’esistenza, la vita e la vitalità del nostro “nciucio”».
La manifestazione si prepara ad accogliere anche numerosi visitatori provenienti da fuori territorio. A confermarlo è stato Lino Tanzillo, presidente dell’Associazione Amici Campani En Plein: «Quella dei camper è una vera e propria comunità di persone che amano questo modo di concepire il viaggio e la vita. È un’attività che porto avanti da ben venticinque anni». La presenza dei camperisti a Sirico sarà significativa: «Saremo presenti anche a Sirico di Saviano in occasione della festa e prevediamo circa quaranta-cinquanta camper. L’organizzazione è già partita: grazie al sindaco, all’assessore e al comando della Polizia Urbana ci è stata assegnata un’area dietro al Conad, dove saremo accolti insieme agli amici camperisti». Quindi il saluto: «Ancora grazie a tutti per l’invito. Ci vedremo per “A Sera d’ò nciucio”».
Alla fine, tutto sembra ritornare al punto dal quale la storia è cominciata: il cortile. Quel cortile nel quale un tempo si lavorava, si cucinava, si litigava e ci si riappacificava. Dove i bambini crescevano sotto gli occhi di tutti, gli anziani raccontavano, le donne impastavano, gli uomini tornavano dai campi. Dove una notizia passava da una porta all’altra e diventava “nciucio”, ma anche relazione, vicinanza, appartenenza. “A Sera d’ò nciucio” nasce dal desiderio di non cancellare quel mondo.
Non per nostalgia fine a se stessa. Non per trasformare il passato in una cartolina. Ma per riportare alla luce ciò che di quel passato può ancora insegnare qualcosa al presente: la solidarietà, la dimensione umana dei rapporti, il valore degli affetti, la capacità di condividere, il senso della comunità.
Tra quei vicoli tornano anche i volti di chi non c’è più. Madri, padri, nonni, contadini, artigiani, vicini di casa, amici. Persone che hanno costruito, spesso senza saperlo, la memoria di un territorio. Ed è forse proprio questo il significato più profondo della festa. Ricordare non significa vivere rivolti all’indietro. Significa sapere da dove si viene per comprendere meglio dove andare.
Il 19 e 20 settembre Sirico riaprirà ancora una volta i suoi portoni. Si accenderanno le luci nei cortili, torneranno i profumi delle cucine, il suono delle tammorre, i mestieri antichi e le voci della gente. Qualcuno racconterà una storia. Qualcun altro ne ricorderà un’altra. E tra una risata, una pietanza, un bicchiere di vino e una parola sussurrata, riprenderà a correre quel vecchio, irresistibile “nciucio”. Quello buono. Quello che non divide, ma avvicina. Quello che sa di casa. Perché ci sono comunità che custodiscono la memoria nei libri e nei musei. Sirico, invece, per due sere la rimette in strada e la fa vivere.
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