“Si è spento a 95 anni l’ex presidente della Cei e Vicario di Roma. Teologo e politico raffinato, fu l’uomo dei “valori non negoziabili” sotto il pontificato di Wojtyla”.
Roma, 17 Giugno – Se n’è andato nel silenzio della sua casa, accudito da medici e infermieri che da maggio vegliavano su un fisico ormai logoro. Il cardinale Camillo Ruini si è spento a 95 anni, chiudendo non solo un’esistenza spesa interamente per la Chiesa, ma una vera e propria epoca della storia italiana. Con lui scompare una delle figure più imponenti, discusse e influenti del passaggio tra il Novecento e il nuovo millennio. Creato porporato nel 1991 da Giovanni Paolo II, che in lui vide il collaboratore ideale per scuotere il cattolicesimo italiano, Ruini è stato per quasi un ventennio il volto e la voce del Papa a Roma — come Vicario generale — e in tutta la Penisola, guidando la Conferenza Episcopale Italiana. La svolta di Loreto e la fine dell’era democristiana Nato a Sassuolo nel 1931 e formatosi alla Gregoriana, prima di essere un leader Ruini è stato un teologo finissimo e un professore di seminario.
Ma la sua vera ascesa inizia nel 1985, al Convegno ecclesiale di Loreto. L’allora giovane vescovo ausiliare di Reggio Emilia intuisce prima di altri che la fine dell’unità politica dei cattolici (quella della Democrazia Cristiana) è imminente. La sua ricetta è chiara: la Chiesa non deve ritirarsi nelle sacrestie, ma trasformarsi in una forza culturale viva, capace di stare nello spazio pubblico in modo autonomo, senza appiattirsi su nessun partito. I valori non negoziabili e il “caso” referendum Da presidente della Cei, Ruini fissa i paletti di quella che diventerà la bussola per generazioni di credenti in politica: i “valori non negoziabili”. Difesa della vita, tutela della famiglia e libertà di educazione. È su questo terreno che si gioca le partite più dure, talvolta dialogando intensamente con i governi di centrodestra di Silvio Berlusconi, attirandosi le critiche di chi vi leggeva un’ingerenza eccessiva o un baratto tra etica e potere. Eppure, il suo capolavoro tattico e culturale resta il referendum sulla procreazione assistita del 2005: la sua indicazione di disertare le urne svuota i seggi, trasformando l’astensione in una vittoria politica clamorosa.
Fu la dimostrazione di forza di un mondo cattolico che, sebbene minoranza nel Paese secolarizzato, sapeva ancora fare blocco. Il cordoglio: dalla politica alla sua diocesi Ritiratosi gradualmente dalla scena pubblica dopo il 2008, ha assistito da lontano ai profondi cambiamenti della società. Oggi, la politica gli rende l’onore delle armi. La premier Giorgia Meloni ne ricorda “la difesa dell’eredità e del ruolo dei cattolici”. Ma è la “sua” Roma a restituirne il ritratto più intimo. Il cardinale vicario Baldassare Reina e la Diocesi hanno affidato a una nota il loro addio, ricordando la sua intelligenza “acuta nel discernere le svolte politiche e sociali”, e quella “fierezza cattolica” che lo ha sempre spinto a non nascondere il proprio patrimonio di valori. Il tutto tenendo fede al motto episcopale che aveva scelto per sé fin dall’inizio: Veritas liberabit nos. La verità ci renderà liberi.
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