Riflessioni in pillole Rubriche

La leggenda della notte di San Lorenzo

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“Siamo così presi a guardare il nulla,

da dimenticare la vera bellezza,

come il manto di stelle che illumina

ciò che ci sovrasta e forse

anche la nostra vita”.

 

Napoli, 8 Agosto – Il 10 agosto, la notte di San Lorenzo, vede tutti con il naso all’insù alla ricerca di stelle cadenti, le famose Perseidi, uno sciame di meteore così romantiche che altro non sono che detriti di polvere e ghiaccio. Detto così sembra perdere tutta la sua magia, invece è una di quelle rare notti che ci fa riscoprire l’immensità del cielo, che ci ricongiunge al divino.

In tutta la mia vita ho trascorso una sola notte di San Lorenzo in spiaggia, con un bel falò, buon cibo, il vino, anche se da astemia mi perdo puntualmente i suoi privilegi, gli amici, semplici conoscenti ma soprattutto tante presenze-assenze. Erano anni che non guardavo il cielo, forse perché mi proiettava in un mondo lontano, forse perché ho sempre trovato il buio opprimente, eppure quella notte non mi ha fatto paura, distesa sul mio telo, lontana da tutti, in riva al mare, estraniandomi dalla musica, dalle parole, dal chiacchiericcio dei presenti, in ogni stella cadente ho ritrovato scintille d’amore che credevo di aver perso per sempre.

LA LEGGENDA DELLA NOTTE DI SAN LORENZO

In una galassia sconosciuta, c’era una volta il Mondo, un luogo meraviglioso e disabitato, gli dei ne vennero a conoscenza per puro caso. Affascinati da tale meraviglia, decisero che doveva essere popolato. Zeus convocò l’intero Olimpo, ignaro del fatto che Venere, la dea dell’amore, avesse già scelto oculatamente i destinatari per tale missione.

“Divinità tutte, siamo qui per decidere chi popolerà il Mondo”. Zeus con la sua voce imponente diede il via all’assemblea.

Venere con la sua solita impulsività, andando contro tutte le regole intervenne: “È mio desiderio che il Mondo sia inondato d’amore, per questo propongo Splendore, non c’è donna che possa eccellere più di lei in questo compito”.

“Decido io chi lo popolerà, sono il capo di tutti gli dei, non dimenticarlo”, tuonò Zeus.

“Ma io sono la dea dell’amore caro Zeus, non dimenticarlo tu”.

Iniziò così la solita lotta tra i due, come accadeva ormai dalla notte dei tempi.

“Impertinente che non sei altro, prima o poi ti manderò via dall’Olimpo, sappilo!”.

Gli dei assistevano divertiti a questo battibecco, sapendo già chi l’avrebbe spuntata.              

“Mandami pure via, ma sei consapevole del fatto che l’Olimpo senza di me si riempirà di odio?”.

Venere gli si parò di fronte e mentre replicava concitatamente emanava scintille impercettibili d’amore.

Zeus era affascinato da quella dea. Era bella, caparbia e coraggiosa, ma doveva salvare le apparenze e non poteva vacillare al cospetto di quella platea così importante.

“Siediti!”. La fermezza delle sue parole però, non corrispondeva allo sguardo adorante con cui la guardava.

Venere astutamente fece un cenno di riverenza e si accomodò. In cuor suo sapeva che Zeus non l’avrebbe mai mandata via.

Il capo di tutti gli dei con fare autoritario e con un’espressione soddisfatta impressa sul viso, riprese il suo discorso.

“Siete propensi ad esaminare questa Splendore proposta da Venere?”.

Come era prevedibile, gli dei acconsentirono all’unanimità.

“Portala al mio cospetto”, ordinò alla dea ribelle.

In un attimo Splendore fu ai suoi piedi.

“Di quanta bellezza, grazia e amore è intrisa questa donna”, pensò Zeus tra sé e sé.

Gli dei alla vista di tale meraviglia, esultarono. Venere raggiante rivolse lo sguardo verso di lui in attesa di una sua risposta. Ci furono attimi di silenzio che fecero temere il peggio. Zeus voleva vendicarsi e prendeva tempo. La tensione di Venere era palpabile, per un attimo iniziò a temere che stavolta non sarebbe riuscita nel suo intento.

Finalmente Zeus parlò.

“E sia!”. Pose sui capelli dorati della bellissima fanciulla, una coroncina di rose bianche, simbolo di purezza.

“Tu Splendore, darai vita al Mondo”.

Una miriade di farfalle, volteggiando leggiadre, la circondarono.

“Ora necessita trovarti un marito”, esclamò pensoso.

Splendore sgranò gli occhi, il suo cuore apparteneva già ad un uomo, si voltò verso Venere che le fece un lieve cenno col capo per rassicurarla.

“Grandissimo Zeus, ho pensato di facilitarti il compito, ne ho già selezionato uno per lei”.

“E chi sarebbe?”.

“Si chiama Lorenzo, è il figlio di Apollo”.

“Lorenzo?”. Zeus sembrava furioso.

“È il mio allievo migliore, non permetterò che lasci l’Olimpo!”.

Splendore impallidì.

Venere si alzò di scatto dimenticando ancora una volta la sua supremazia.

“Non puoi fare ciò, lui è perfetto per popolare il Mondo”.

“Venere, adesso basta!”. Zeus si levò dal suo trono.

“Portatemi qui Lorenzo”, ordinò.

Lorenzo arrivò, si inchinò a Zeus e si pose accanto a Splendore. Quei giovani amanti erano talmente belli che incantarono tutti, persino Zeus che si intenerì a tal punto da cambiare idea.

“Volevo tenerti con me Lorenzo, ma vedo che l’amore ha deciso diversamente”.

I due innamorati si guardarono raggianti.

Con un cenno li invitò a inginocchiarsi. Le farfalle arrivarono veloci e li avvolsero come in un abbraccio.

Zeus pose le mani sui loro capi: “Vi affido il Mondo, fatene tesoro”.

Le Papilio ulysses si levarono in volo, l’azzurro delle loro ali si confuse col cielo, un vortice avvolse i prescelti, che furono trasportati nel Mondo.

Splendore e Lorenzo iniziarono la loro nuova vita, ogni giorno la natura gli donava qualcosa: un fiore, un frutto, un cinguettio, la salsedine sulle gambe, il vento tra i capelli. Erano molto felici e innamorati.

Lorenzo chiamava la sua Splendore, unicamente Amore e costruì per lei e i figli che gli dei avrebbero voluto donargli, una bellissima e grande capanna. Erano distesi sulla sabbia poco distanti ad ammirarla quando il cielo divenne improvvisamente minaccioso, scoppiò un temporale, la pioggia era fittissima, i tuoni assordanti, iniziarono a correre per ripararsi, ma un fulmine si abbatté su di loro.

Lorenzo rimase tramortito sulla sabbia, mentre Amore si disintegrò in mille pezzi e si sparpagliò per l’universo.

L’amato al suo risveglio la cercò ovunque, ma invano. Era distrutto, non poteva immaginare la sua vita senza Splendore, il suo Amore. Disperato decise di lasciarsi andare, si distese sul letto di bambù che aveva costruito con le sue mani e chiuse gli occhi, perdendo la cognizione del tempo che inesorabilmente passava.

Una voce improvvisa lo riportò nel presente.

“Se vuoi ritrovare Amore, devi andare in un luogo che nessuno conosce e che si trova molto lontano”.

Lorenzo balzò in piedi. Angosciato iniziò a sbirciare in ogni angolo, ma non trovò nessuno.

“Chi sei?”, urlò.

“Te lo dirò solo quando sarai arrivato a destinazione”, rispose la voce.

“Sei disposto ad andare?”.

“Farei qualsiasi cosa pur di riabbracciare Amore”.       

“Dovrai varcare molti mari, scalare montagne, passare attraverso ghiacciai e deserti. Patirai il freddo, la fame, il gelo, il tuo viaggio sarà un inferno. Sei disposto ad accettare tutto questo per Amore?”.

“Ogni cosa”, rispose l’addolorato Lorenzo.

“Allora riempi il tuo zaino e parti, avrai bisogno di coraggio, pazienza e perseveranza”.

“Ne avrò!”.

“Sappi che inizierai a sentirti molto pesante, c’è una forza di gravità diversa in quel luogo”.

“La supererò!”.        

“Te lo auguro, ma sono dubbioso su ciò”, continuò perplessa la voce.

 “Superata quella, ti scontrerai con forti venti che cercheranno di spazzarti via”.

“Mi aggrapperò ad ogni supporto”.

“Te lo auguro, ma sono dubbioso su ciò”.

La voce faceva di tutto per scoraggiare il poveretto, ma lui non demordeva.

“L’aria è malsana e farai fatica a respirare”.

“Ma io resisterò”.

“Sappi che improvvisamente la terra inizierà a tremare, i mari diventeranno grossi e le onde toccheranno i cieli”.

“Adesso basta!”. Lorenzo stava perdendo la calma.

“Io non ho paura di nulla, devo trovare Amore e riportarla a casa!”.

La voce decise di smetterla di tergiversare.

“Capirai che sei arrivato in base a un solo indizio, lì, non troverai l’amore!”.

“Impossibile, l’amore è insito in ognuno di noi”.

“Non su quel pianeta”.

Lorenzo era sempre più sbigottito e confuso, ma deciso a non farsi condizionare, continuò.

“Una volta giunto a destinazione, dove troverò Splendore, il mio Amore?”.

“Ogni cosa a suo tempo”, rispose la voce.

“Ora parti e che la fortuna ti accompagni”.

Lorenzo partì col cuore pieno di speranza e pronto a superare qualsiasi avversità.

Fu un viaggio estenuante, incontrò tutto ciò che la voce gli aveva predetto, ma la forza dell’amore lo aveva fatto proseguire. Era ormai stremato quando ebbe la sensazione di essere giunto a destinazione, ora doveva capire se in quel pianeta ci fosse l’amore.

Si addentrò e si accorse che quel posto era già popolato, purtroppo di gente malandata che sembrava vagare senza meta.

Un anziano gli si avvicinò.

“Chi sei?”, gli chiese.

“Mi chiamo Lorenzo e sto cercando il mio Amore”.

“C’è amore in questo posto?”.

Il vecchietto scosse il capo. “Noi anziani siamo abbandonati da tutti, dopo tanto lavoro e sacrifici, veniamo portati via dalle nostre case e molte volte moriamo in solitudine”.

“Questo è un indizio”, pensò Lorenzo. Dispiaciuto lo salutò e andò alla ricerca di altre conferme, volle accertarsi che questo non fosse un caso isolato.

Arrivò ad un fiume, le sue acque erano scure, le rive imbrattate da sacchetti di plastica e scarti di industrie, un uomo tentava invano di pescare qualcosa.

Lorenzo si avvicinò. “C’è amore in questo posto?”.

Il pescatore scosse il capo. “Qui la gente inquina tutto, non c’è rispetto per ciò che di più bello ci è stato donato”.

Poco distante alcuni bambini trasportavano carretti carichi di ananas, pesantissimi per le loro esili braccia.

Con occhi tristi chiese loro: “C’è amore in questo posto?”.

I bambini sconsolati scossero il capo.

“Qui nessuno ci ama, ci abbandonano per strada e dobbiamo crescere da soli”.

Lorenzo aveva il cuore straziato e capì di essere arrivato nel posto designato.

Si guardò intorno alla ricerca della voce, ora doveva dirgli dove trovare Splendore, il suo Amore.

“Voce, voce, dove sei?”.

“Sono qui”, rispose prontamente.

“Come si chiama questo pianeta?”.

“Si chiama Terra”.

“Che posto triste”.

“È triste sì, questa gente è sommersa dal dolore”.

“Me ne sono accorto, ora però portami da Splendore, il mio Amore”.

“Splendore non c’è più, non è più tua”.

“Traditore, mi hai ingannato”.

“Non ti ho ingannato, ti ho solo detto che l’avresti ritrovata”.

“Ho il cuore straziato da tanto dolore, non aggiungerne altro, dimmi chi sei e dove trovare il mio Amore”.

“Osserva bene e la vedrai, in quanto a me non posso darti una risposta”.

“Mi hai mentito ancora!”.

“No, non è così. La risposta non posso dartela io, dovrai trovarla dentro di te”.

Lorenzo era frastornato.

La voce lo trascinò in una valle gremita di persone.

“Osservali!”, gli disse.

“Zeus vi aveva incaricato di popolare il Mondo, ma era ignaro del fatto che fosse un inganno. Venere è l’artefice di tutto, voleva che riportaste l’amore in questo luogo ormai distrutto, ma non poteva confidarlo a Zeus, non ti avrebbe mai inviato qui”.

Lorenzo sbigottito osservava attentamente quella gente, avevano gli occhi colmi di disperazione, ma trovò in fondo ai loro cuori un piccolo frammento di Splendore il suo Amore.

“Ho provocato io l’esplosione, non ne potevo più di vedere tanto dolore, ora con Splendore nei loro cuori, potranno avere una nuova possibilità”.

Lorenzo divenne improvvisamente muto e i suoi occhi si riempirono di lacrime.

“Ti ho fatto una promessa e la manterrò! Ti ho tolto Splendore il tuo Amore per darlo a loro, ma ti darò la possibilità di riaverla”.

“Come?”, chiese pieno di speranza il povero innamorato.

“Una volta all’anno, il 10 agosto, sarai trasportato dalle farfalle, le Papilio ulysses nel cielo e di notte ti confonderai tra le stelle. In quella notte, solo in quella, esploderai e ti ricongiungerai con i frammenti di Splendore, il tuo Amore. In questo modo ritornerete ad essere una sola cosa e resterete uniti per sempre”.

La notte di San Lorenzo divenne da quel giorno, la notte dell’Amore.

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