Cultura

Ecologia Umana dei costumi europei, specialmente italiani e romeni tra innovazione e conservazione

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Napoli, 17 Settembre – La foto ritrae tre persone in ambiente romeno: il primo è un italiano a Deva che insegna scienze naturali al locale Liceo bilingue “Transilvania” per conto del Ministero affari esteri italiano, il secondo è un suo studente, Mihail Carciumaru Bogdan, laureato poi all’Università di Cluj Napoca, che indossa abiti tradizionali ed uno studioso locale, autore di libri nonché farmacista in pensione, Dumitru Talvescu, il suo ultimo romanzo è dedicato all’ambiente naturale e sociale dei monti dell’oro, Săcărâmb degli Apuseni meridionali. In tempo di ieans, diffusi su scala globale tra giovani e meno giovani, i costumi tradizionali europei e non solo appaiono spesso come residuati di una sorta di guerra, poco nota, tra innovazione e conservazione. Gli abiti tradizionali che le persone indossavano fino all’ambiente globale degli anni Cinquanta in Italia e un po’ prima in Germania e un po’ dopo a est e in sud Europa, non servivano solo a ripararsi dal freddo, ma spesso erano vere e proprie opere d’arte. Seguono due foto che riproducono un costume di Oràstie in Transilvania e di Letino del Sannio campano, ammirato da un noto critico di storia dell’arte, Vittorio Sgarbi.

Oggi molti, soprattutto letterati, poeti e comunque cultori di scienze umane, auspicano molta attenzione celebrativa alle tradizioni, mentre economisti, tecnici e comunque dell’area culturale scientifica, sono più per l’innovazione. Innovazione, secondo Ignazio Silone, può volere anche dire distruzione come conservazione miseria. In Italia, a differenza di altri Paesi europei, non esiste un solo costume nazionale. Il fatto è che diverse regioni dell’ambiente italiano sono state separate l’una dall’altra per un lungo periodo di tempo, e infine unite 159 anni fa, tranne il Triveneto liberato dal dominio austro-ungarico degli Asburgo 154 anni fa. Ad Alba Iulia in Transilvania vi è il monumento ai caduti nella battaglia di Custoza (là è con doppia z, errore non ancora corretto) che testimonia i transilvani nell’esercito che vinse quella battaglia. Gli indumenti del passato mostrano spesso colori sgargianti e per la loro realizzazione sono richiesti tempo e sforzi, come è evidente dalla complessità dei dettagli che si possono cogliere a primo sguardo. Nel passato l’abbigliamento era una componente importante dell’identità culturale di un popolo, e le persone ancora oggi cercano di indossare i propri abiti tradizionali durante i festival folkloristici, i matrimoni, o in altre occasioni importanti.

Costume tradizionale sardo di S. Giovanni Suergiu e la banda di S. Giorgio di Brunico (BZ) che sfila. Il modo di vestire caratterizzava ieri molto più di oggi, negli ambienti ad economia avanzata però, un aspetto essenziale nella preservazione della propria cultura. Non risulta facile, né auspicabile forse, capire la moltitudine di culture esistenti nei 196 Paesi esistenti al mondo, senza contare i vari gruppi etnici presenti in ogni regione italiana (20 regioni con 8 mila comuni) e romene con 41 judet o distretti regionali o provinciali e migliaia di comuni, anche se da noi i costumi più tipici del passato appaiono quelli sardi, in Romania, invece, quelli del Maramures. In area ambientale ungherese la vivacità dei clori femminili attrae maggiormente l’osservatore di genere complementare.

Giovani ragazze e ragazzi vestiti con abiti tradizionali della zona di Kalocsa, una città che si trova circa 100 km a sud di Budapest, in occasione delle festività pasquali. Nella zona meridionale dell’Ungheria a Pasqua si celebra ancora l”innaffiamento delle ragazze, un’antico rituale della fertilità radicato nella tradizione ungherese pre-cristiana, risalante al secondo secolo dopo Cristo. Immaginiamo oggi se per la strade tutti fossero vestiti come nei tempi antichi, che sono del recente passato italiano e romeno, a Letino come a Deva. Si respirerebbe un’atmosfera ambientale sociale diversa di non poco! Quanti però, dopo alcuni giorni di curiosità, deciderebbero di continuare a vestire secondo tradizione oppure secondo innovazione cioè in piena libertà e indossare come prima del tuffo nel passato: a seconda dei propri gusti, convincimenti, stili di vita, ecc.. Indossare gli abiti tradizionali è piuttosto appagante, specialmente quando lo fanno tutti. Si genera un atmosfera veramente positiva quando si indossano degli abiti cosi maestosi e vibranti, ma questo solo per il rito celebrativo della tradizione, che l’innovazione ha, con fatica, soppiantato con altri riti, anche consumistici ma liberi del cittadino. Prendiamo, ad esempio, l’ambiente di 70 anni fa di Letino con la foto della donna che cavalca un’asina e 10 anni dopo una famigliola locale, di mio cugino, che indossa i costumi dell’innovazione e degli uomini in piazza di cui 3 ammantati con la cappa scura, che oggi nessuno porta più.

Mia mamma nel 1963 a Piedimonte d’Alife si liberò del costume della tradizione vendendolo al fotografo Caprarelli anche se lo fece su insistenza di mio padre che era per l’innovazione in ogni caso sulla conservazione che per lui significava miseria! Già quando sposò mia madre volle che non vestisse più il costume letinese tradizionale. In Germania il folclore è ancora più un ricordo del passato di almeno altri 10 anni prima del 1965 delle due famiglie letinesi suaccennate. In epoca lunga medievale, le tradizioni erano già pienamente consolidate e differivano anche tra villaggi vicini come Gallo Matese e Letino. In generale il costume nazionale maschile, scomparso prima per l’innovazione anche del periodo bellico e postbellico, è molto più facile di quello femminile. Consiste di pantaloni, che giungono sotto il ginocchio e una camicia, quasi sempre, bianca. L’immagine è completata da una giacca corta o da una giacca senza maniche. La testa è ricoperta da un berretto: un copricapo di lana o un berretto frigio. A Letino il berretto del maschio era obbligatorio anche per l’ultimo viaggio, senza ritorno, come mi disse mio cugino, prima ritratto quando morì mio padre a Piedimonte M. (CE), 1984, dove non si usava più. Anche la Bulgaria è ricca di folclore per averlo conservato di più di altre aree slave in un’economia rimasta un po’ attardata, forse più della vicina Romania, mentre in Germania il folclore è meno diffuso al nord che al sud bavarese.

L’ambiente tedesco bavarese è quello con più radici cercate come folclore. L’ambiente italiano è più ricco di diversità di ieri e di oggi. Tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, ma anche gli altri pochi che ne restano ancora fuori, hanno tesori ambientali inestimabili che pochi turisti conoscono soprattutto dell’ambiente italiano e romeno, che è un ambiente carpatico ha isolato la comunità latina in un mare di lingue slave. Spetta all’Unione Europea far riscoprire la varietà culturale ambientale romena. L’Europa dei 27 Paesi ha un ambiente dalla ricchezza immensa, la prima al mondo, ma le sue frequenti divisioni interne, le sue nazionalità (anglosassoni, slavi e latine) non permettono ancora di compiere un Unione Europea delle culture non solo finanziarie o bancarie, ma speriamo ed agiamo culturalmente in armonia. I pantaloni possono essere di diverse lunghezze, ma assicurati di fare rifornimento nei leggings. Sulla cintura è ragas fissato – un pezzo di tessuto che funge da prototipo della cintura. La parte anteriore della giacca è solitamente abbondantemente decorata con ricami. Quasi tutti vestono in jeans come quelli del 2006 in visita culturale in Salento, studenti del Liceo tecnologico “Transilvania” di Deva e dell’Istituto turistico di Galatina.

La base del costume femminile è una gonna soffiata, una camicia bianca, spesso ricamata e un corpetto. Completa l’immagine di un brillante grembiule e una sciarpa sulla testa. Questi sono gli elementi principali del costume italiano, che si trovano in tutte le regioni del paese. Solo la lunghezza della gonna, colori e colori, la presenza o l’assenza di dettagli in pizzo differiscono.

Il pizzo era di solito popolare tra i nobili italiani e gli abiti casual per ragazze normali erano semplici e modesti. Ma gli abiti da sposa erano molto spettacolari – erano decorati con nastri, piume, ricami, spille.

Le donne povere indossavano pratici vestiti grigi con molte tasche, il numero di anelli sulle dita era minimo. L’elemento più importante dell’armadio era un fazzoletto che copriva la testa e le spalle. Potrebbe sembrare una vera opera d’arte: di pizzo fine o di tessuto costoso, decorato con ricami elaborati. A volte ci è voluto più di un anno di duro lavoro per creare un tale foulard. In occasione della festa, le donne potevano indossare diverse gonne e sciarpe allo stesso tempo. La storia del costume non solo italiano ha origine nell’antica Roma, dove l’abito, a sua volta, è stato preso in prestito dagli antichi Greci. È vero, i Romani ci hanno adattato, aggiungendo molti elementi interessanti. Nei tempi antichi, l’abbigliamento era senza pretese e molto spesso veniva cucito con tessuti di lana. Il cucito veniva praticato in minima parte, invece di bottoni e chiusure utilizzate per le spille. Nel 476 d. C. si verificò la caduta dell’Impero Romano, che influenzò significativamente non solo la storia dell’italiano, ma anche il costume europeo nel suo insieme. A quel tempo, l’abbigliamento è rimasto semplice e senza pretese. E’ stato cucito principalmente da tessuti naturali di tonalità grigie e marroni. I signori feudali indossavano abiti di seta brillante, che venivano portati da Bisanzio.

Abiti decorati con motivi e orlo ricamati come quelli davanti il museo di scienze naturali di Deva, statue in stile capuano così pure nella capitale romana della ex Dacia Sarmizegetusa Ulpia Traiana, a sud della cittadina di Hatec a circa 35 km delle Porte di Ferro dove 13 legione romane si scontrarono e vinsero l’esercito di re Decebalo. Le donne indossavano vestiti che nascondono una figura, questo è dovuto all’influenza della chiesa cristiana. Solo nel X secolo la silhouette cominciò a cambiare e le signore iniziarono a sottolineare la loro figura. Nel XII secolo, il vestito iniziò ad adattarsi alla vita, apparve una stringatura. Cominciò anche a fare le pieghe e il costume fu diviso in due parti: la inferiore e la superiore. Il Rinascimento arrivò in Italia prima di altri paesi europei, divenne rapidamente il paese più ricco. Questo ha influenzato direttamente il costume italiano di 15-16 secoli, che è stato imitato in altri paesi europei. In un modo semplice linee morbide, facilità d’uso e proporzioni “standard”. Tuttavia, la semplicità del taglio è stata compensata dall’uso di tessuti costosi – broccato, velluto, seta. Inizialmente, la preferenza è stata data a colori vivaci e brillanti, ma nel tempo sono stati sostituiti dal buio e quindi completamente neri. Nel 16 ° secolo, la maggior parte del paese fu conquistata dalla Spagna, la cultura italiana, come il costume nazionale, continua a svilupparsi solo nel nord del paese e a Venezia, che è riuscita a preservare l’indipendenza. Il lungo caftano allungato era indossato da uomini più anziani e combinato con un bavaglino bianco (prototipo del frontalino). Le camicie entrarono di moda, che erano legate insieme da una corda intorno al collo. Erano indossati con un caftano con una profonda scollatura quadrata o collo alto. Combinato con calze e pantaloni al ginocchio. Dall’alto portavano Jubbone – un magnifico e lungo impermeabile, che col tempo si restringeva sempre più. Aveva le maniche a sbuffo e un grosso collo. I Nobili portavano sempre una spada con loro (a sinistra) e un pugnale (a destra). Il costume è stato completato con una borsa con una cintura, guanti e una catena d’oro massiccio. La tuta da donna era molto più spettacolare e più ricca, le ragazze indossavano un vestito con un top aderente e una gonna che si chiamava gamurra. L’immagine è stata completata con un mantello leggero o un pezzo di stoffa, che è stato attaccato al vestito. Nel XVI sec. apparvero biancheria intima e calze, gli abiti diventarono rigogliosi e più spettacolari. Le ragazze cominciarono a indossare abiti con una profonda scollatura, le gonne erano larghe, pesanti, con molte pieghe. In inverno, le donne hanno completato il look con una in seta con un bordo in pelliccia. Portavano balle sulla testa o le coprivano di veli. Inoltre, vari copriletti, solitamente in pizzo o seta, erano sopra la testa. I costumi rinascimentali femminili sono diventati il ​​prototipo del costume nazionale italiano. In area di Piedimonte Matese (CE) lo studioso di storia patria o localistica, Raffaele Marrocco, a cui è dedicato il museo civico della bella cittadina posta ai piedi meridionali del Matese casertano, riteneva che i costumi locali avessero avuto origine nel XVII sec. ad eccezione di quelli di Letino, di origine misteriosa, e San Polo Matese di origine bulgara. Uno studioso appassionato del Molise antico è F. De Socio. Al museo civico di Piedimonte d’Alife si collezionarono bambole in costume della tradizione locale. A volte i costumi tornano di moda e alcuni stilisti vanno a caccia di tendenze nuove disseppellendole dalle radici del folclore immerso nella storia e nell’arte. In particolare due speciali ambienti, con profonde radici linguistiche latine e storiche romane, interessano questa ricerca d’Ecologia Umana che ha i caratteri multidisciplinari, interdisciplinari e transdisciplinari. Di esperti di folclore ne ho conosciuti diversi in Italia e Romania, ma non solo.

Tra essi ricordo lo svizzero e Ing. Gugliemo Berner, che all’inizio del 1900 donò la propria collezione della tradizione del Matese al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Italiane la cui sede è all’Eur a Roma, dove ho ammirato nel 2003 i due costumi (donati dal suddetto cultore svizzero, allora direttore del noto Cotonificio di Piedimonte d’Alife) di Letino (CE) e Macchiagodena (IS). Essi spiccavano tra gli altri sia per comparazione che per una alone che solo io potevo vedere poiché li conoscevo nei dettagli permeati di vaghi ricordi infantili ricchi di associazioni del magico. A Letino il costume della tradizione sembra essere più antico degli altri costumi locale che in gran parte si rifanno al 1600, fatta eccezione per quello di San Polo Matese che pare affondi le radici a ben 8 secoli prima con la venuta dei gruppi mercenari bulgari chiamati dal duca di Benevento. Le donne e gli uomini che posano sul fiume lete di Letino sono un’immagine del mito che questo fiume racchiude geloso, che fu cantato anche dal sulmonese grande poeta latino, Ovidio Pubblio Nasone, che morì esiliato in Romania, a Tomis attuale Costanza sul Mar Nero e una sua statua donata da Sulmona sta davanti il Museo Nazionale d’Archeologia di Costanza.

Ho già scritto nel mio saggio ”Letino tra mito, storia e ricordi” della religiosità dei letinesi e delle tradizioni ancora riscontrabili nel tessuto sociale delle alcune centinaia di letinesi che resistono nell’ambiente montano letinese anche se da più di 1300 residenti del 1951 sono ridotti a poco più di 600. La società locale del passato era apparentemente patriarcale anche se le donne svolgevano non pochi ruoli familiari e socio-economici come accudire i familiari e il lavoro dei campi e del latte di ovini in un paesaggio plasmato dalla transumanza appenninica sia verticale verso le pianure campane che orizzontale verso la grande pianura o tavolato di Puglia mediante il tratturo Pescasseroli- Candela. Il tipo di calzatura tradizionale letinese e dei paesetti viciniori era simile alle ciocie. La parola deriverebbe dal latino soccus attraverso il dialetto ciociaro, nome di un’antica calzatura.

Le cioce che diedero il nome agli abitanti di buona parte dei ciociari, da cui poi emerse il nome di Ciociaria, subregione tra Lazio Campania e Molise. Sono calzature composte da ampie suole di cuoio trattato che avvolgono il piede fermate alla gamba con delle strisce di pellame. Nel dopoguerra ultimo mia nonna me le costruiva con residui di gomme di motociclette al posto della pelle. Erano le calzature tipiche di pastori e contadini, indossate sia dagli uomini che dalle donne; flessibili ma ben ancorate alla gamba, si adattavano a tutti i terreni lasciando gran libertà di movimento nel lavoro. Il loro uso si è andato progressivamente perdendo; oggi è ancora possibile vederle ai piedi dei pochi zampognari (suonatori di zampogna accompagnati dai suonatori dell’oboe detto ciaramella) che ancora si vedono nella Ciociaria soprattutto in occasione di eventi folkloristici in cui vengono indossati i costumi tradizionali. A Bojano li ho ritratti in piazza Roma d’agosto di 3 anni fa. Vengono indossate assieme alle cosiddette “pezze” (un’unica fascia di tessuto bianco che avvolge completamente piede, caviglia e polpaccio), dagli uomini sotto a dei pantaloni lunghi fino al ginocchio, stretti inferiormente da lacci, dalle donne invece sotto le gonne. Ad Alba Iulia, ho visitato il Museo degli Appuli, che testimonia il legami transumanti tra Daci della Dacia, prima della conquista romana del 106 d.C.,  e Appuli, alta Puglia. I romeni, e gli ortodossi in generale, sono più religiosi di noi (hanno meno la secolarizzazione o indifferenza al religioso che è in noi?) anche i giovani. Quando passano davanti ad una chiesa, si fanno sempre il segno della croce e nelle feste di Pasqua e Natale vestono tutti in modo decoroso. La Romania ha 450 aree etnografiche ed è importante conservare le proprie specificità. In che modo il costume tradizionale romeno è diventato di tendenza? “Nel 2011, un designer francese, Philippe Guiller, è arrivato in Romania, come addetto culturale presso l’Ambasciata francese a Bucarest. Ha visitato la Romania e si è innamorato del Paese e di tutte le sue bellezze. Ha lanciato la collezione 100%.ro, che sfida i pregiudizi, e che ha realizzato con l’aiuto di artigiani romeni, il 60% della sua collezione, con artigiani di Maramureş, Bucovina, Braşov, Oltenia, provenienti da tutto il Paese, mettendo in risalto l’arte tradizionale romena. Le televisioni hanno pubblicizzato questo evento, promuovendo il costume tradizionale. Le star hanno iniziato a indossare le camicette. Un anno dopo, Andreea Tănăsescu ha creato su Facebook la pagina “Camicetta romena” (La blouse roumaine) e ha iniziato a organizzare eventi ovunque”, aggiunge Virginia Linul. L’interesse della Romania per gli italiani è aumentato con l’arrivo dell’ondata di immigrati romeni a cominciare dalle moltissime badanti. Attualmente sono immigrati in Italia 1.206.938 romeni su 5.255.503 stranieri, il 23% degli stranieri è romeno. In Campania risiedono 42.808 romeni pari al 16% sul totale degli stranieri, in Veneto sono 126.9012 pari al 25% della popolazione straniera. Spesso la percezione dei romeni che hanno gli italiani non è positiva perché amplificano i fatti di cronaca di ruberie varie di romeni in Italia. Ma sono anche la rappresentazione perfetta dell’idea di romeno che tanti hanno in Italia. Ma stando in Romania dove ci sono 18 volte di più romeni8in Italia 1,2 milioni in Romania 19,2 milioni) potete immaginare un campione ricco di confronti vari. La Romania è un’interessante isola linguistica latina in un mare slavo e il folclore dei costumi ed altro sono oggi di più a nord nel Maramures, o grande fiume Mures, che scorre vicino al parco dendrologico di Simeria e a Deva.

Un collega di Brad mi sussurrava, di tanto in tanto,: ”in ogni romeno c’è un Ceausescu”. Un altro, invece, mi diceva “da noi la democrazia è all’inizio quasi come di un bambino in fasce”.  Uomini e donne che ancora portano i segni di quella dignitosa austerità post-comunista, un pò in penombra, segnata da un filo di nostalgia più popolare che altro e non certo per uno dei più grotteschi tiranni della storia recente, Nicolae Ceausescu, che fece stringere la cinghia al popolo romeno per portare attivo il bilancio statale. Ancora, dentro un cortile o dietro un palazzo non ristrutturato del centro, si possono trovare piccole sale dove si recita Jonesco. Quanti Camini Culturali ho frequentato in Judet Hunedoara come quello sui monti Apuseni, dove si ricava ancora molto oro dalle miniere potenziate dai Romani di Traiano. L’ambiente romeno somiglia più a quello del Mezzogiorno italiano che non a quello settentrionale per ragioni storiche e militari. L’usanza balcanica, che varia in ogni paese,  è che è più o meno ogni donna debba ricevere un “marţisor”, che sarà indossato al polso o sopra la giacca fino  a quando arrivano i primi segnali della primavera: ritornano rondini e cicogne, si sente il canto del cuculo o incominciano a fiorire i primi alberi; allora lo si toglie e lo si lega a un ramo, perchè porti fortuna.

Per una vasta scelta di bambole e amuleti merita una visita il targul (fiera) a Bucarest del Museo del Contadino o Museo Taranului. Qui è possibile trovare un atelier della creatività, dove la tradizione è stata rivisitata e se ne trovano davvero di originali. Nel 2004 lo visitai e ne rimasi piacevolmente sorpreso anche se pensai che Lenin diffidava dei contadini per realizzare la sua rivoluzione bolscevica. Egli li riteneva monarchici per il forte attaccamento alle tradizioni, penso che ci fosse qualche fondo di vero. Ceausesco, invece, pur rappresentando la Repubblica Popolare Socialista della Romania, al potere del partito dal 1965 al 1989, diede grande impulso allo studio e al culto del folclore romeno. Nell’ambiente economico romeno si contano 26.984 aziende italiane che danno lavoro a 800 mila persone (le aziende sono di meno, in realtà, perché chi va via spesso non viene cancellato). Ma attenti agli equivoci perché in Romania ci sono molte aziende italiane: Enel si legge sulle bollette di Bucarest, Timisoara, Costanza. Molti distributori sono dell’Agip, l’Alitalia lavora accanto alle compagnie romene (la Romania è collegata all’Italia da 335 voli settimanali per 23 aeroporti). E poi Astaldi, Colussi, Ducati, Pizzarotti, Scotti, Snam, Stefanel, Zoppas, Pirelli. E le banche, da Unicredit a San Paolo. Fino alle imprese artigiane, come quella del produttore di gioielli A. Amato.

A Natale, oltre alle tradizionali e diffuse colinde o canti romeni, spesso si sentono arrivare da lontano per il fracasso di tamburi, bastoni, campane e fischietti, avanzano danzando in gruppo, alcuni travestiti da orsi, altri suonando, altri battendo il suolo coi bastoni. Eseguono una danza ancestrale che ha origine dal culto geto-dacico dell’orso, considerato un animale sacro perché legato ai ritmi della natura. L’orso che va in letargo in inverno (ed è capace di vincere il freddo) e si risveglia a primavera rappresenta il ciclo delle stagioni, la morte e la rinascita, l’arrivo di un anno nuovo.  E’ anche dotato della virtù di allontanare il male e di guarire. Il gioco dell’orso o la danza dell’orso (Jocul ursului sau dansul ursului), si celebra soprattutto in Bucovina, dove assume le dimensioni di una festa di paese, ma anche a Bucarest è facile vederlo e gli spettatori ricambiano i danzatori con una piccola offerta in denaro, grappa, vino o cibo. Gli uomini travestiti da orso (un tempo erano veri orsi  ammaestrati) danzano, simulando la vita libera che hanno in natura. Le loro pelli sono adornate di nappe rosse e borchie,  sono preceduti da un “capitano”, un domatore d’orsi, e accompagnati dai suonatori di tamburi e da coloro che battono il terreno con lunghi bastoni, lo scopo è quello di sprigionare il calore che si cela sotto terra e farlo uscire per rendere la terra più fertile per la primavera che verrà.  

Il cojoc è un tipico indumento invernale della tradizione romena. È prodotto a partire da un vello di pecora, con la lana rivolta all’interno, e spesso decorato con ricami all’esterno. Baba Dochia (o Baba Odochia) simboleggia uno dei più importanti miti romeni. Ci sono molte versioni di questo mito, il cui nome sembra derivare dal calendario bizantino, che in data 1º marzo celebre la santa martire Evdokia.  Una delle varianti è il mito “Traiano e Dochia” del quale G. Càlinescu, noto critico letterario, dice che è “il risultato di tutta l’esperienza di vita del popolo rumeno”. Si dice che Dochia fosse la figlia del re dei Daci Decebalo, della quale si innamorò l’imperatore Traiano. Perseguitata dalle truppe di Traiano, si nascose sulla montagna sacra, Ceahlàu, con le pecore. Venne aiutata da un dea Vergine (allora sia Daci che Romani erano politeisti) che la trasformò insieme al suo gregge in un complesso di rocce. Un’altra versione racconta che Baba Dochia aveva un figlio, di nome Dragobete, che si sposò contro la volontà della madre. Per tormentare la nuora, in una fredda giornata d’inverno, le diede un gomitolo di lana così sporca da essere nera e la mandò al fiume a lavarlo, dicendole di non tornare fino a quando la lana non fosse diventata bianca. La ragazza cercò di lavare la lana, ma anche se le sue dita cominciarono a sanguinare, il colore della lana rimaneva ancora nero. Per la disperazione, perché non poteva tornare a casa dall’amato marito, cominciò a piangere. Impressionato dal dolore della ragazza, Giove, padre degli Dei, le apparve sulla strada e le diede un fiore rosso, dicendole di lavare la lana con quello. Ringraziandolo, la ragazza mise i fiori in acqua, lavò la lana e constatò con stupore che la lana si era sbiancata. Felice di aver portato a buon fine questo difficile compito, rivolse i suoi passi verso casa, ma non fu bene accolta, la suocera, al contrario, sentendo la storia di questa ragazza accusò il suo Màrtisor (così lo chiamava la ragazza perché non aveva riconosciuto Giove) di essere il suo amante. Dopo questo evento, Dochia partì con la sua mandria verso la montagna, convinta che la primavera fosse già arrivata, altrimenti Mărțișor come avrebbe potuto avere un fiore? Durante il suo viaggio, si tolse, uno a uno, i 12 cojoc che indossava. Ma il tempo cambiò. Quanto era stato bello l’inizio della giornata, così volse al brutto. Nevicava e tutto iniziava a congelare. Dochia rimase congelata con le sue pecore, trasformandosi, secondo la leggenda, in pietra. Le rocce possono essere viste ancora oggi sul monte Ceahlàu e sono una testimonianza vivente del mito romeno. Altro mito e usanza in Judet HD era su munte Gàina dove le donne da maritare andavano in un giorno stabilito per incontrare il futuro marito.

Di miti l’epica storica romena è forse più ricca di quella italiana che li ha seppelliti più in profondità a causa di più innovazioni che conservazioni, viceversa la Romania. Nel liceo straniero “Transilvania” dove ho insegnato 5 anni e nella città e judet relative vi erano molti gruppi folcloristici che facevano capo allo studioso locale Dragan Muntean, che aveva, in sua memoria, un monumento davanti la Casa di Cultura di Deva, città capoluogo della Judet Hunedoara, che ha anche l’Associazione Scrittori presieduta dalla poetessa Mariana Pandaru-Bargau e di cui ne faccio parte dal 2006 e dove si produce la rivista Emia e Vox Libri animate da altre due donne: Paulina e Denise (in Romania le donne si sono  emancipate prima delle italiane e lo testimoniano min molte arti liberali come ingegneri, architetti, medici, veterinari, notai, avvocati, imprenditrici, ecc.). Tra i colleghi quello che scriveva di epica storica era Gligor Hasa, morto da poco mentre quello che curava la promozione del folclore era il suo collega, ancora in servizio, di discipline umanistiche,  Vlad Sorin, che iniziava alcuni studenti all’arte della tradizione locale da conservare, come memoria soltanto per studiosi di Ecologia Umana, ecc. prima che altre ceneri delle innovazioni la coprano del tutto con pareri favorevoli e contrari, come sempre tra conservare e innovare.

In conclusione si può ritenere che dappertutto nel sud del mondo, molto meno nel nord ad economia più innovata e meno conservata come in Europa, ci siamo abituati a vedere incuriositi, specialmente in occasioni di feste o celebrazioni religiose, persone vestite in abito tradizionale. In ogni comune europeo si trova un  particolare abito, con propri colori e fogge, speciali calzari e cappelli. In taluni posti le feste,  anch’esse tradizionali, sono un evento capace di attrarre persone da ogni dove, curiose di vedere la processione delle donne e uomini con vesti antiche di un passato magari non ben definito nella mente di chi guarda, ma di sicuro precedente la modernità, esempi ne ho visti tanti nei raduni folcloristici regionali e internazionali a Bojano, Colonia, Deva, Letino, Piedimonte Matese, Padova, e al carnevale di Venezia. E’ infatti opinione comune che gli abiti tradizionali ci siano giunti da un’epoca lontana, dal medioevo persino, e rappresentino un’espressione dell’autenticità di quella comunità, capace di preservare nel tempo quell’antico retaggio. Niente di più falso dicono alcuni esperti di settore, ma sarà vero oppure è la loro verità? Per comprenderlo è sufficiente rivolgersi ai dipinti i quali non hanno mai rappresentato, almeno fino al XIX secolo, contadini in costumi popolari tranne che nella Galleria Colonna di Roma. Sono i pittori dunque che hanno vestito di panni l’ambiente sociale in qualche modo somiglianti a quelli che oggi chiamiamo “costumi tradizionali”. Anche nei quadri in cui si rappresentavano festività o celebrazioni, gli abiti definivano l’appartenenza a un determinato strato sociale e mai i pastori e i contadini sono stati raffigurati con vesti diverse da quelle povere e consunte con cui, da sempre, si sono abbigliati. Per chi ne conserva memoria, è forse sufficiente ricordare “l’abito della festa” della propria bisnonna, quella veste nera sobriamente a fiori (già descritta da Iulies Michelet nei suoi studi), conservata per anni senza quasi indossarla per timore di sciuparla: per quanto si trattasse di un abito “da festa” non aveva nulla a che vedere con quei costumi variopinti e carnevaleschi detti “tradizionali”. Nel medievo il popolo vestiva in modo semplice con stoffe di juta utile per fare i sacchi merceologici, i nobili, invece, vestivano in modo molto più elaborato e da ricchi. Un esempio è nel palio “Trambacche” che si svolge a Cervarese Santa Croce (PD) antistante il castello di San Martino ai piedi dei Colli Euganei settentrionali, dove c’è anche il museo del fiume Bacchiglione con due piroghe datata con il radiocarbonio. Ancora fino al 1800 le osservazioni di carattere etnologico indicavano nell’abbigliamento l’appartenenza a una determinata condizione sociale, ma non l’appartenenza a un gruppo etnico o nazionale: i vestiti dei contadini erano uguali in tutta Europa. Spesso dei costumi contadini nemmeno si dava conto, essendo ritenuti del tutto volgari. L’evoluzione dell’Homo sapiens non è solo quella lenta biologica ma anche quella rapida culturale, che lo ha reso meno dipendente dalla natura e dai territori locali fino a farlo diventare globale.

La storia naturale è di base di quella sociale ma spesso è troppo lontana nel tempo per essere di riferimento anche del paleolitico superiore. L’evoluzione darwiniana comunque non serve a farci capire meglio la specie biologica d’appartenenza e le altre, che precedentemente Leonardo da Vinci pure cercò di esaminare affermando o riaffermando il primato della Natura, ricordato da Francesco, il papa gesuita attuale, che pare sia per il biocentrismo di moda anglosassone e dimentica anche l’antropocentrismo giudaico, egli mi appare succube dell’ecotastrofismo che vede l’uomo inquinatore e cattivo. Leonardo da vinci chiamava la Natura maestra dei maestri come ogni forza vitale nascente simboleggiata dai pulcini accanto alla chioccia. Ma stiamo a tre secoli prima di C. Darwin e i neodarwinisti successivi che sono basilari per la bioingegneria.

L’Ecologia Umana, almeno quella da me applicata, è per l’ecocentrismo, cioè l’ambiente al centro, che però non esclude l’uomo né lo considera negativamente come ha detto ieri il papa parlando del ritiro dei ghiacciai. L’uomo con la sua cultura, sempre più potentemente sofisticata e digitalizzata, può guidare, se cittadino e non suddito anche di un solo sapere, il primato della Cultura sulla Natura, che permette di sbagliare meno e usare più ecologicamente, del passato, l’ambiente naturale. Ma tornando a sorvolare con l’Ecologia Umana l’ambiente sociale, con i costumi tradizionali tra conservazione e innovazione, pare di poter vedere che le cose cambiano a inizio dell’Ottocento, secolo della modernità, direi anche secolo della scienza figlia dell’illuminismo settecentesco, quando matura l’idea di nazione. Un’idea che incarnava la necessità di un nuovo regime, economico e politico, favorevole alla borghesia rampante e alle sue volontà liberali. Un’idea che nasce però dalla riflessione culturale e che aveva bisogno di sostenersi attraverso la storia: le nazioni, secondo Herder, erano antiche, dopo la caduta d Roma imperiale, e dovevano sorgere e risorgere avocando spazi di autogoverno in opposizione a dominazioni ritenute estranee. Perché tali “nazioni” potessero esistere, bisognava dotarle di una storia (l’epopea nazionale), di un mito (era d’esempio quello della Lupa di Roma che allattava i gemelli, mito diffusosi molto in Romania, con piazze monumentali con tale mito centrale) di una missione come l’Eneide di Virgilio che venne scritta per questo, e poi occorreva differenziarle le une dalle altre. Il “canto delle nazioni” herderiano trova il suo spartito proprio nella civiltà contadina, composta però più di sudditi che di cittadini, ritenuta la meno corrotta dal tempo, forse perché più ricca di virtù instillate dalla cristianità. Secondo non pochissimi romantici osservatori essa era la parte sociale più detentrice del carattere nazionale. Improvvisamente allora, lo strato sociale più emarginato, divenne oggetto di studi e ricerche. Dappertutto in Europa giovani intellettuali attraversarono le campagne in cerca di canti, poemi, tradizioni orali che poi, con buona dose di invenzione come l’Acqua di Sant’Egidio a Bojano (CB) oppure l’Acqua dei Palombi di Letino, cucirono insieme dando vita a un epos nazionale (si pensi ai Canti di Ossian di MacPherson, ai Volkslieder di Herder, al Canto della schiera di Igor di Musin-Puskin, al Kalevala finlandese e al Kaevipoeg estone, i manoscritti di Hanka, fino ai romanzi come Ivanhoe di Scott o ai racconti dei fratelli Grimm). In questa Europa travolta dalla rivoluzione estetica del nazionalismo si afferma una nuova sensibilità: la ricerca delle radici, funzionale all’affermazione delle identità nazionali, trova anche nella definizione di “costumi” particolari la propria possibilità di affermazione. Così le piccole peculiarità locali, raccolte nei primi inventari etnologici, vengono sempre più messe in rilievo, codificate e standardizzate, fino a essere del tutto “re-inventate” e descritte in opere come “La grammatica dell’ornamento” (1856) o in “Raccolte” pubblicate in Francia, Inghilterra e Germania che hanno – guarda caso – come oggetto non gli abiti “tradizionali” di quei paesi, ma quelli di luoghi allora esotici e lontani come l’Italia meridionale, la Spagna e il Portogallo, la Grecia. Queste illustrazioni sono cariche di esotismo: luoghi e persone sono descritti in modo da rispondere all’immaginario della borghesia mitteleuropea, e hanno grande influenza sul successivo sviluppo di repertori nel resto d’Europa: la Receuil de costumes de la Bretagne (Charpentier, 1829), i Costumes des femmes du Tyrol (1827), diffusi attraverso la litografia, accendono infine la fantasia dei pittori che cominciano a dipingere contadine in abito tradizionale su sfondi paesaggistici tipici della nazione che si vuole delineare: fiordi o ubertose campagne, pianure o boschi, vigneti o foreste, baie pescose o montagne innevate. I costumi “tradizionali” diventano così anche costumi “nazionali”. Una volta codificati, i costumi tradizionali diventano patrimonio della nazione e diffusi grazie all’industria. Il caso più emblematico è quello del kilt scozzese, che Thomas Rawlinson, imprenditore inglese del ‘700, proprietario di fornaci in Scozia, inventò. Durante una visita nelle Highlands vide che i poveri del luogo vestivano con una lunga coperta in lana grezza con motivi tartan che, cadendo dalle spalle, copriva l’intero corpo ed era fermata in vita da una cintura facendo così sembrare la parte inferiore una gonna. Rawlinson ebbe l’idea di realizzare un gonnellino, staccato dalla coperta, e ne inventò una tradizione a fini puramente commerciali. Il kilt è quindi un abbigliamento moderno che il movimento romantico impose come segno di “antichità” attribuendolo ad atavici clan, e ciascuno col suo colore, che mai lo indossarono. La tradizione è quindi un’invenzione della modernità? Perché no! I costumi “tradizionali” nascono e si sviluppano a partire dall’Ottocento, a supporto di quella grande rivoluzione estetica e culturale che furono il romanticismo e il nazionalismo. L’industria moderna ne ha diffuso gli stilemi, il turismo ne ha confermato l’importanza. Oggi è sufficiente recarsi nei villaggi delle Dolomiti per assistere a celebrazioni e feste in cui uomini e donne mettono in mostra la propria “antica” tradizione contadina abbigliandosi con abiti i cui colori, fogge, lunghezze, corredi sono stati codificati appena due secoli fa. La ricerca della tradizione spesso è un’ossessione della modernità, e l’invenzione del passato è oggi più che mai vivace, soprattutto lontano dalle città metropoli come Napoli.

A me pare che oggi abbondino pseudoesperti, spesso di saperi solo umanistici e a volte nemmeno a livello universitario, ma ancorati in feudi elettorali consolidati, che diventano paladini di “difesa” di fronte al senso di straniamento e perdita d’identità generata dalla globalizzazione culturale. Il percepito appiattimento della propria identità spinge singoli e gruppi a individuare in un passato, mai esistito di un’isola felice, le radici della propria diversità culturale, della propria unicità e autenticità, spesso conservando solo la miseria e ostacolando le innovazioni portate avanti dal cittadino come recita l’art.4 della Costituzione Italiana ad esempio. Poi i media partigiani del localismo completano il quadro imbonitore con la narrazione politica e amplifica la finzione: così le telecamere possono inquadrare prodotto tipici, serviti da tipiche donne in tipico abito, e sullo sfondo un drappo regionale o una bandiera locale, simbolo della identità di quella comunità. La messinscena del passato, del mondo rurale, dell’arcadia felice in abiti variopinti, serve alla riscrittura del passato che diventa, così, spartito di un presente incerto che usa la storia per consolarsi e nascondersi in un tempo immaginato – magari rivendicato da parolai e politicanti di sorta. Tuttavia prendere coscienza della finzione della tradizione, o almeno di alcuni suoi aspetti, nulla toglie alla sua bellezza: si può godere di una fiaba pur sapendola inventata. Forse l’invenzione la rende davvero interessante, capace di dirci qualcosa di profondo su di noi e sul nostro modo di vedere il mondo in una rivoluzione digitale senza precedenti storici e una Globalizzazione e libertà o meglio Sviluppo e libertà, come scrisse il libro il premio nobel d’economia 1988, l’indiano, Amartya Kumar Sen. Lo studioso partendo da un critico esame dell’economia del benessere, ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell’eguaglianza e delle libertà. In particolare, Sen ha proposto le due nuove nozioni di capacità e funzionamenti come misure più adeguate della libertà e della qualità della vita degli individui. Sen elabora la teoria dei funzionamenti, che si pone come alternativa alle più consuete concezioni del well-being economico come appagamento dei desideri, felicità o soddisfazione delle preferenze, (comunemente etichettate come concezioni welfariste o benesseriste, di cui uno degli esempi più noti è l’utilitarismo). Leggiamo in Lo sviluppo è libertà: “I livelli di reddito della popolazione sono importanti, perché ogni livello coincide con una certa possibilità di acquistare beni e servizi e di godere del tenore di vita corrispondente. Tuttavia accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine.” Sen sottolinea la sterilità, sotto il profilo teorico, della prospettiva di discorso utilitarista affermando la necessità di mediare tra quest’ultima e una dottrina fondata sui diritti. Per l’utilitarismo ciò che conta sono gli stati di cose, la sua è un’impostazione aggregativa, non è sensibile a come le utilità sono di fatto distribuite, ma si concentra esclusivamente sull’utilità complessiva, tralasciando l’importanza dell’individuo come tale che diviene un tramite per progetti collettivi. Anche Sen ha una sua verità da prospettare, che non è la verità, ma sicuramente prima di offrircela in lettura l’ha sperimentata abbastanza e il Nobel gli è stato giustamente assegnato. L’Ecologia Umana procede verso la verità con più saperi.

 

Giuseppe Pace, già prof. all’estero e cultore internazionale di Ecologia Umana.

 

 

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