Cultura

Sprazzi di Ecologia Umana di Pietraroja con i fossili e due arcipreti colti e longevi

Pietraroja, 17 Febbraio – Pietraroja (BN) è un paesetto dell’Appennino Meridionale (qualcuno ancora dice Appennino Centrale poiché i Geografi non concordano se alla Sella di Vinchiaturo oppure alla Sella di Rionero Sannitico inizia l’Appennino Meridionale) a 832 m di quota, è il “tetto” della Provincia sannitica. Il Matese è esteso oltre 1.500km con oltre 20 vette che superano i 1000 m di quota e con le cime più alte- di 2.050, 1923 e 1823- rispettivamente di Monte Miletto, La Gallinola e Monte Mutria, che si collocano sulla linea dello spartiacque tra Molise e Campania. Per tutta la sua lunghezza, da NordOvest a SudEst, il Matese si presenta imponente in un’alternanza di monti ricchi di fenomeni carsici più che glaciali (descritti, in primis, dal prof. C. Colamonico al Congresso Int.le di Geografia di Napoli nel 1930) lunghi pianalti erbosi circondati di faggete (quello più lungo ha 3 laghi: Matese, Letino e Gallo M.), valli profonde e balze che rompono la china dei monti, di gole strette a pareti verticali di boschi rigogliosi (come a Bocca della Selva e Letino comune più alto del Matese e più ricco di sezioni boschive) e prati utili al pascolo transumante di ovini, di nevi da ottobre a giugno (a volte anche in estate come poetava L. Paterno “La canuta testa”), abbondanza di acque, alcune anche notorie come L’Acqua Lete, che porta con sé il mito nel mondo e sponsorizza la squadra del Napoli che riesce a vincere anche l’Inter.

 

Da decine di milioni di anni piante e animali vivono sul Matese colonizzando una grande varietà di ambienti. Il lupo, la pernice, la lepre (conosciuti bene da adolescente a Letino) il cinghiale, la volpe, il gatto selvatico, la poiana, la civetta, la cornacchia, la quaglia, il falco, il merlo, il gufo, ecc. sono gli animali presenti sul Matese. Il faggio maestoso, la piccola genzianella, il profumatissimo serpillo e il bel “non ti scordar di me”, i crochi, il ginepro, il castagno ed altre piante sono quasi autoctone matesine. Tra tutte le peculiarità naturalistiche spicca l’anfiteatro carsico di Cusano Mutri (BN) a forma di Q e a nord di monte Mutria, dov’è appollaiata, in alto, anche la storica comunità civile di Pietraroja. Essa, attualmente, ha poco più di 500 abitanti ed una estensione territoriale di 35,60 kmq. Nel 1532 la popolazione era di 56 fuochi, che nel 1648 aumentarono a 119, per poi scendere a 69 nel 1669, a causa della mortalità dovuta alla peste del 1656. Nel 1791 gli abitanti aumentarono a 1.673 e divennero 2.135 nel 1861. Nel 1958 furono 1.231, poi in continua diminuzione a causa dell’emigrazione economica. La prima volta che sentii parlare di Pietraroja, Cusano M. ed aree contermini fu nel 1961. Ero là, in escursione, con altri dei campeggisti di Azione cattolica della diocesi d’Alife e tra le guide vi era il piedimontese, prof. Dante B. Marrocco, che condottici sulla Civita di Cusano M. (dalla fontana del Corvo e lungo il vallone cusanaro fino a Bocca della Selva) ci illustrò anche i fossili di Pietraroja. Poi, ci sono tornato come studente universitario di Scienze naturali della “Federico II” di Napoli (mentre preparavo l’esame biennale di Zoologia con i proff. De Lerma e Battaglini) e dopo come cultore di Ecologia Umana (con un articolo proposta di “Un Museo del Paesaggio del Matese” sull’Annuario 1986 dell’ASMV (Associazione Storica del Medio Volturno) con Pietraroja sede di un Museo di Paleontologia) e Ingegneria del Territorio con tesi di perfezionamento all’Università di Padova: “Galleria del Matese tra Alta Valle del Biferno e Media Valle del Volturno”. Il 31 gennaio 1999 a Cusano M. fui invitato dalla Pro Loco Cusanese, con altri studiosi, a tenere una relazione sulla Galleria tra Guardiaregia e Cusano Mutri da me ipotizzata ed esaminata per l’impatto ambientale positivo e negativo, ipotesi ancora fattibile.

Da sotto le ceneri culturali, ammorbate dalla moda ecologica ecocatastrofista attuale che affida ad un 16enne svedese il messaggio allarmistico sposato da opportunisti, anche Geologi, della TV di Stato, potrebbe ardere ancora l’idea. Intanto con la lanterna dell’Ecologia Umana si cerca di fare luce in angoli non ben illuminati per far conoscere ai più ciò che le torri d’avorio d’un tempo impedivano. L’Accademia ottocentesca era finalizzata alla ridondanza tra esperti poi sembra essere democratizzata e a studiare all’Università non vanno più solo i nobili e benestanti. Nel nostrano Mezzogiorno anche le Università non sono classificate affatto bene: QS World University del 2018, stima il Politecnico di Milano al primo posto in Italia, ma al 170esimo posto mondiale, mentre la Federico II di Napoli al 490esimo posto (Bucarest al 701-750esimo, Perugia 801-1000, Politenico di Milano 170esimo, e Università di Padova al 296esimo posto). Nel 2019, l’Università di Bucurest arretra all’801-1000posto, Milano avanza al 156esimo, Padova al 250esimo e Napoli al 472esimo posto mondiale. Dunque la cosiddetta “stella polare del Mezzogiorno”, Napoli, non brilla in vetta della stima mondiale, nè nazionale, figuriamoci le piccole università gemmate, al Sud negli ultimi decenni, anche a meno di 50 km dal Matese nella fattispecie inerente questi sprazzi di Ecologia Umana di Pietraroja. L’Ecologia Umana è una scienza di sintesi e, per sua natura, è transdisciplinare, multidisciplinare e interdisciplinare e studia l’Ambiente come insieme di Natura e Cultura con il primato della seconda sulla prima, da almeno tre secoli. Pietraroja ha una cultura locale, espressa anche nella parlata, che è un misto di campano, molisano e pugliese. Un popolo che ha tre componenti culturali è più ricco di altri con meno componenti. Di Pietraroja scrisse pure il colto Dr. Rosario Di Lello sull’Annuario dell’ASMV: ”Le Focarelle di Pietraroja” che si consiglia per il lettore appassionato, non solo di Paleontologia ma anche di Storia sociale, che interessa di più il popolo. Scrisse inoltre, di quel suggestivo paesetto, anche il Naturalista, nativo di Vinchiaturo e morto a Sepino, Giuseppe Volpe, che nel XIX sec. insegnava “Storia naturale” al Liceo Sannitico di Campobasso. Si interessò del paesetto anche il francescano a Campobasso, E. Di Iorio nel saggio ”Le pietre raccontano” e in articoli su “Molise Economico” dove scrissi anch’io.

Pietraroja, è conosciuta da tutti gli studiosi Paleontologia e dagli studenti di facoltà naturalistiche di tutte le Università del mondo perché si studiano i suoi famosi fossili del Cretacico (ultimo dei tre periodi dell’era Mesozoica durata da circa 200 a 65 milioni d’anni fa). In Veneto un giacimento fossilifero analogo e quello di Bolca, ma i fossili sono più recenti di Pietraroja. Il giacimento fossilifero di Pietraroja, grazie alle particolari condizioni ambientali in cui si è formato che hanno determinato la conservazione perfetta degli animali che vi morivano, consente studi di Paleontologia, che indicano delle forme di vita che popolavano aree lagunari là presenti, oltre 100 milioni di anni fa. Sono stati ritrovati resti fossili di gasteropodi, lamellibranchi, crostacei decapodi (gamberi) ed echinodermi. Di notevole interesse scientifico sono i resti di vertebrati terrestri quali anfibi urodeli, coccodrilli, rettili, dinosauri teropodi come “Scipionix samniticus” detto “Ciro”. Ciro dunque era un Celurosauro, piccoli dinosauri saurischi teropodi carnivori, bipedi e con ossa cave, il nome deriva dal greco Koìlos che significa cavo come cave erano anche le ossa della coda, ourà. Tali dinosauri includono gli uccelli e tutti quei teropodi più strettamente imparentati. Jacques Gauthier nel 1986, sostenne che diversi caratteri degli uccelli erano presenti anche nei Celurosauri e quelli che più interessavano come progenitori degli uccelli possedevano caratteri associabili al volo come un osso sternale fuso e una furcula formata per unione delle clavicole. Inoltre alcuni Celurosauri presentano al polso un osso a semiluna che alcuni paleontologi affermano essere indistinguibile da quello degli uccelli moderni. La prima grande classificazione dei dinosauri risale al 1888, quando il paleontologo Harry Govier Seeley notò che potevano essere suddivisi in 2 grandi gruppi in base a differenze nelle ossa del bacino: quelle di un gruppo avevano una struttura che ricordava da vicino il bacino degli uccelli (da cui il nome di ornitischi attribuito a questo gruppo); quelle del secondo invece erano simili alle ossa del bacino dei rettili (da cui il nome di saurischi). Agli ornitischi appartenevano, per esempio, gli ornitopodi come l’iguanodonte e dinosauri corazzati come il triceratopo e lo stegosauro;mentre i saurischi comprendevano i sauropodi giganti come il diplodoco e i teropodi carnivori come il tirannosauro. Un secolo dopo, il paleontologo J. Gauthier mostrò che ornitischi e saurischi condividevano però diversi tratti che li distinguevano nettamente da tutti gli altri animali, e che quindi verosimilmente discendevano da un unico antenato comune. In un’epoca successiva alla separazione degli ornitischi dai saurischi, questi ultimi si sarebbero poi differenziati in sauropodi e teropodi. Da allora questa è stata considerata la struttura standard dell’albero evolutivo dei dinosauri, anche se rimaneva incerta la collocazione di un altro gruppo di dinosauri, gli herrerasauri, animali dai tratti spiccatamente carnivori che presentano una mescolanza di caratteristiche “antiche” e “moderne”, e che a volte sono stati considerati dinosauri ancestrali, a volte collocati sulla linea che ha portato ai saurischi e a volte addirittura dei teropodi. Anni fa il fossile “Archaepterix” costituiva l’anello di congiunzione tra i rettili-dinosauri e gli uccelli poiché era per metà rettile e per l’altra uccello. L’Archaeopteryx, dal greco, archàios, “antico”, e ptéryx, “piuma” o “ala”) è un genere estinto di dinosauro simile ad un uccello, una forma transitoria tra i dinosauri piumati e i moderni uccelli. Nonostante sia sempre stato considerato, sin dalla fine del XIX secolo, il più antico uccello conosciuto negli ultimi decenni sono stati scoperti nuovi animali ben più antichi di Archaeopteryx, che come lui potrebbero rappresentare una congiunzione tra dinosauri e uccelli: essi comprendono i generi Anchiornis, Xiaotingia e Auronis. L’Archaeopterix visse verso la fine del secondo periodo dell’era Mesozoica, il Giurassico superiore, circa 150 milioni di anni fa (Titoniano), nell’attuale Germania meridionale. In quel periodo l’Europa era composta da un arcipelago di isole tropicali circondate da un mare caldo poco profondo, posto molto più vicino all’equatore rispetto a dove si trova ora. Con la corporatura di una gazza e con individui che potevano arrivare alle dimensioni di un corvo, Archaeopteryx poteva arrivare a una lunghezza massima di circa 0,50 metri. Successivamente altri studiosi, hanno indicato un altro anello simile nel “Mononychus olecranus”, che potrebbe accreditare l’ipotesi dell’origine polifiletica del Gallus domesticus. Tale dinosauro era grande come un tacchino, con una mano dotata d’un solo uncino. Sull’evoluzione dai rettili agli uccelli, nel 1993 il paleontologo Mark Norell presentò il risultato del suo lavoro svolto nel deserto del Gobi con ricercatori dell’Accademia delle Scienze della Mongolia. Scoprì un piccolo dinosauro, battezzato Mononychus olecranus per il fatto di possedere un solo robusto artiglio all’apice degli arti anteriori a differenza degli artigli delicati della maggior parte dei teropodi, e per il fatto di possedere – in quanto olecranus – un consistente processo olecranico, o tuberosità olecranico al gomito. Visse 75 milioni d’anni fa e integra il gruppo dei Celurosauri. Le sue caratteristiche sono: bipede, piccoli denti affilati, collo e coda lunghi, gambe lunghe adatte alla corsa, dimensioni di un tacchino. La sua scoperta riaccese l’insoluto problema: se gli uccelli attuali discendano oppure no dai dinosauri. Per l’Anatomia comparata gli Uccelli appartengono all’albero genealogico dei dinosauri. Non rinvenendo fossili interi di Mononychus è stato necessario ricomporre frammenti scoperti a più riprese: nel 1923, nel 1987 e nel 1992, nel deserto del Gobi. Gli interrogativi su questo animale sono i seguenti: il Mononychus è veramente un dinosauro? si tratta solamente di un parente dell’Archaeopteryx? si tratta di un misto tra le due precedenti ipotesi? I più preferiscono il terzo punto, scientificamente moderato. Al contrario dell’Archaeopteryx, il Mononychus non possedeva né ali né penne evidenti, per cui non si può asserire che fosse un volatile. Tuttavia possedeva altre caratteristiche poco tradizionali per un dinosauro e molto vicine a quelle di un uccello moderno, come per esempio la chiglia dello sterno, e sappiamo che la carena sternale è una parte rinforzata adibita all’inserzione dei muscoli pettorali utili al volo. I Celurosauri furono i principali predatori del Mesozoico, erano agili e rapidi, e il Mononychus, per analogia. A causa della mole ridotta il Mononychus cacciava in branchi, attaccando sempre le prede più vecchie o più giovani. Possiede caratteristiche che sono comuni agli uccelli e ad un altro celurosauro, il Deinonychus, non riscontrate in nessun altro dinosauro. Deinonychus, che significa unghia terribile, fu così denominato per essere dotato di un uncino particolarmente lungo ad un dito del piede; aveva anche collo e coda particolarmente sviluppati in lunghezza. Ma queste caratteristiche non sono sufficienti per stabilire dei paragoni, in quanto il punto chiave nello studio dei dinosauri sono le ossa: le strutture ossee di Deinonychus sono quasi identiche a quelle degli uccelli attuali. E di ciò si fa garante lo stesso Norell. Paragonando il Deinonychus agli uccelli, Norell, prof. dell’Università della California, fa riferimento ai lavori del paleontologo statunitense, John Ostrom (1928-2005, fu il primo a proporre l’idea che i dinosauri fossero animali attivi ed a sangue caldo. Le sue scoperte hanno ispirato il soggetto del film ”Jurassic Park”, dove venne utilizzata una versione cinematografica del Deinonychus abbastanza fedele alla realtà, tranne che per il nome (nella finzione fu usato il nome di velociraptor), il quale all’inizio degli anni 70 fece uno studio comparativo tra questo dinosauro e l’Archaeopteryx, in quanto nel 1964 aveva rinvenuto una zampa di Deinonychus nel Montana. Questo celurosauro era in grado di saltare come quasi tutti gli appartenenti al suo infraordine, fatto comprovato da caratteristiche anatomiche come la coda dalle ossa saldate e la disposizione del bacino in grado di assicurargli l’equilibrio. Da queste e da altre caratteristiche, Ostrom garantì che gli uccelli sono discendenti dei dinosauri e che l’Archaeopteryx è il loro più antico antenato. L’altra corrente scientifica, non contrapposta a quella di Ostrom, afferma che uccelli e dinosauri hanno un progenitore comune, i Tecodonti, rettili molto variabili sia come bipedi che quadrupedi. Queste teorie non sono una novità per gli zoologi sin dal secolo scorso e vengono ravvivate ogni volta che viene scoperto qualcosa di nuovo come il Mononychus. Tenace nella ricerca, Ostrom ricondusse alla ribalta l’Archaeopteryx durante la conferenza internazionale svoltasi nel 1984 ad Eichstätt. Vinse la tornata in quanto la maggioranza degli scienziati concordò, ma fu assalito da dubbi in quanto il progenitore non era dotato di uno sterno idoneo a fornire attacco ai muscoli pettorali: forse era in grado di volare o, chissà, forse era solo un animale che faceva dei salti per ghermire insetti in cima agli alberi, usando le ali come acchiappamosche. Il dubbio di Ostrom rimane, in quanto gli scienziati non sanno se l’Archaeopteryx se ne stesse sugli alberi o se fosse in grado di compiere brevi voli. E non lo sanno neppure coloro che difendono la sua appartenenza agli Uccelli. Tra costoro si trova l’ornitologo Alan Feduccia dell’Università della Carolina del Nord. Secondo Feduccia gli artigli stanno ad indicare che l’Archaeopteryx viveva sugli alberi e che era un uccello senza dubbio alcuno. Per dare sostegno a quest’affermazione, ebbe la pazienza di misurare minuziosamente la curvatura delle unghie delle quattro zampe di 3 dei maggiori esemplari di Archaeopteryx per paragonarla a quella di 500 specie di uccelli moderni. Ecco le conclusioni: la curvatura verso l’interno del primo dito del piede avrebbe ostacolato in modo enorme la possibilità di correre e gli artigli erano estremamente simili a quelli degli uccelli moderni che si arrampicano sugli alberi. Ma Paul Sereno, dell’Università di Chicago, obietta che non si può descrivere il comportamento di un animale basandosi unicamente sugli artigli, anche se sono simili a quelli di parecchi Celurosauri.

Tuttavia, dopo l’analisi delle ossa di Archaeopteryx, si è potuto verificare che esse hanno lo stesso aspetto di quelle dei dinosauri. Quelle più usate a fini classificativi sono le ossa del cranio, le vertebre e quelle degli arti. In modo curioso il Mononychus, anche se non dotato di ali e di penne, rafforza la teoria di un legame tra uccelli e dinosauri. E questo perché ha alcune caratteristiche simili a quelle degli uccelli attuali non possedute dall’Archaeopteryx: chiglia sternale, ossa fuse in quel distretto equivalente al polso e dotato di un unico artiglio, indice di un adattamento al volo, zampe lunghe, un cranio che possedendo l’orbita connessa alla finestra infratemporale – condizione che in seno agli arcosauri è nota solo negli uccelli – ricorda appunto quello di un uccello. E l’anatomia del cingolo scapolare si oppone alle affermazioni di Heilmann, contraddetto anche dal successivo ritrovamento di Celurosauri dotati di clavicole. Per tutti questi motivi il Mononychus è un dato in più a favore della tesi secondo cui l’Archaeopteryx era di fatto un dinosauro dal quale probabilmente hanno preso origine gli uccelli. Secondo Berini le ricerche sono appena all’inizio. Dal 1976 anche studiosi russi e polacchi continuano a trovare in Mongolia esemplari di Celurosauri con parecchie caratteristiche degli uccelli. Potrebbe essere la culla dove questi animali vissero in maggior quantità e nella quale si sono evoluti. Quest’ultima ipotesi farà enorme piacere all’amico australiano Plant che, se non viene colto da cecità isterica dovuta alla gioia, scorgerà senz’altro nelle sembianze del Mononychus quelle del suo Malese. I vertebrati marini sono rappresentati da una notevole quantità di pesci fossili, circa 20 specie, ripartite in 12 famiglie e appartenenti a ben 4 gruppi sistematici differenti quali Selaci, Holostei, Halecostomi, Teleostei. I fossili “minori ” del giacimento sono rappresentati da resti vegetali e dalle impronte lasciate da vermi o da gusci di piccoli molluschi. Il giacimento di Pietraroja è stato oggetto di studio e di scavo da oltre un secolo restituendo fino ad oggi un totale di circa 4000 reperti.Tra tali fossili è spiccato alla ribalta mondiale il piccolo e carnivoro Celurosauro “Ciro” è il fossile di cucciolo di dinosauro rinvenuto sul Monte Civita di Pietraroja, dove vi sono sia il punto d’attrazione turistica rappresentato dal Museo Geopaleontologico e, ultimamente, anche il nascente parco naturale nazionale del Matese. Ciro, apparteneva ad una specie molto simile ai temibili dinosauri carnivori denominati“velociraptor” e, come questi, anche“Ciro” apparteneva ad una specie che camminava sulle zampe posteriori ed era in grado di correre velocemente, proprio come si addice ad un abile predatore carnivoro.“Ciro” è il primo dinosauro intero trovato in Italia e si tratta dell’unico dinosauro al mondo in cui siano visibili, oltre alle parti dure (ossa, denti, gusci), anche diverse parti molli, come l’intestino (con resti dell’ultimo pasto), il fegato, la trachea, gli occhi, la pelle e fasci di fibre muscolari del petto. Spiccano inoltre gli unghioni a mo’ di artigli. “Ciro” (battezzato da cronista napoletano) è il nome volgare (come si usa fare dal tempo di ”Lucy” o “nonna Lucy” per l’”Australopitecus afarensis” rinvenuto in Etiopia. Per “Ciro” era megliore il nome Nicola, Santo patrono di Pietraroja). Dal 26 marzo 1998, con la sua presentazione al Museo di Storia Naturale di Milano, in contemporanea con uno studio pubblicato sulla rivista “Nature”, “Ciro” è diventato famoso in tutto il mondo. La specie tassonomica è: “Scipionyx samniticus”, in onore di Scipione Breislak, geologo alla corte del re di Napoli della seconda metà del 1700, il quale nel 1798 descrisse per primo i fossili di Pietraroja e, tra l’altro, così scrisse:Questa montagna in alcune parti è composta di pietra calcarea scissile con impressioni di pesci”. Mentre “onix” significa artiglio, ad indicare le tipiche estremità delle zampe con cui il bipede carnivoro afferrava la preda, che poi smembrava con la robusta dentatura. Infine “samniticus” si riferisce al Sannio, il nome latino della zona di Benevento e Pietraroja. “Ciro” visse 113 milioni di anni fa, nel Cretacico inferiore, il terzo periodo dell’Era Mesozoica, compreso tra 145 e 65 milioni di anni fa, in un ambiente di tipo lagunare, detto il “Mare della Tetide”, caratterizzato da gruppi di isole che molti milioni di anni dopo si sarebbero trasformate nelle nostre regioni. Allora la temperatura media era più elevata di adesso, anche in considerazione del fatto che l’area dove sarebbe affiorata l’Italia si trovava quasi all’Equatore. Insomma il clima era caldo, di tipo tropicale, con un ambiente simile a quello delle odierne isole Bahamas. Secondo diversi scienziati, probabilmente travolto da un’onda di piena durante un’alluvione causata da un uragano, “Ciro”, proprio perché piccolo e debole per la sua tenera età, e quindi incapace di difendersi dalla furia degli elementi, annegò e il suo corpo andò a depositarsi sul fondo limaccioso della laguna, dove non si decompose per la presenza di sostanze tossiche. Il corpo fu ricoperto da strati di sedimento (fine e vario materiale che nell’acqua si depositava sul fondo) e in quella specie di bara naturale priva di ossigeno e di batteri che lo facessero decomporre, il corpo del piccolo animale iniziò un lentissimo processo di pietrificazione, assieme allo stesso sedimento nel quale rimase imprigionato. Gli strati calcarei dov’era sepolto “Ciro”, poi, lentamente si sollevarono ed emersero dalle acque, fino a formare quelli che oggi sono i monti del Sannio, abitati dal VIII sec al 290 a.C., prima della conquista di Roma caput mundi, dai Sanniti, che avevano la capitale della tribù più numerosa e potente, i Pentri, a Bojano (CB) vicino a Pietraroja. Quando morì, “Ciro”, aveva poche settimane di vita e misurava una cinquantina di centimetri di lunghezza (i resti fossili ovviamente meno, data anche la posizione che il piccolo animale assunse quando rimase pietrificato). Da adulto avrebbe raggiunto la lunghezza di 1,5 m e il peso di 15 -20 Kg. L’animale camminava sulle zampe posteriori e probabilmente era in grado di correre velocemente, proprio come si addice ad un abile predatore carnivoro. Ciro è il primo dinosauro intero trovato in Italia e si tratta dell’unico dinosauro al mondo in cui siano visibili, oltre alle parti dure (ossa, denti, gusci), anche diverse parti molli, come l’intestino (con resti dell’ultimo pasto), il fegato, la trachea, gli occhi, la pelle e fasci di fibre muscolari del petto. Spiccano inoltre gli unghioni a mò di artigli come i voraci Velociraptor del film Jurassic Park.

Il fossile di Ciro fotografato alla luce ultravioletta (UV). In marrone sono visibili le ossa, mentre i tessuti molli sono fluorescenti. I residui di fegato, cuore e milza formano una macchia scura all’interno del torace. Il fatto che gli organi interni si siano ben preservati ha reso possibile risalire all’ultimo pasto del piccolo teropode (la stessa famiglia dei Velociraptor): una sardina, un piccolo rettile, un altro pesce e una grossa zampa di lucertola, il tutto procurato probabilmente dai suoi genitori. La sua esistenza è durata poco più di 110 milioni di anni fa. Pesava soltanto 200 grammi, eppure il suo corpicino sta restituendo ai ricercatori una quantità di informazioni superiore ad ogni aspettativa. Ciro, dunque è un cucciolo morto in circostanze misteriose e il dinosauro meglio conservato al mondo. Sepolto da una coltre di morbidi sedimenti, è andato incontro a un processo di mineralizzazione molto rapido che ne ha conservati pressoché intatti i tessuti molli. Dopo 5 anni di analisi i paleontologi C. Dal Sasso e S. Maganuco, del Museo di Storia Naturale di Milano, sono riusciti a ricostruire le ultime ore di vita di “Ciro”, incluso il menù della sua ultima cena. Studiosi di Paleontologia ritengono che Ciro da adulto avrebbe probabilmente raggiunto la lunghezza di 2 metri per 1,30 m di altezza ed il peso di 20 kg. L’anatomia di questo animale era vagamente simile a quella del Velociraptor con cui condivise l’infraordine, ma le due specie forse non facevano parte della stessa famiglia. Si nutriva di pesci e rettili (i cui resti sono stati ritrovati nello stomaco dell’esemplare ritrovato) e forse di piccoli invertebrati. Dal punto di vista della conservazione l’esemplare ritrovato è privo solamente della parte distale della coda e degli arti posteriori. La caratteristica eccezionale di questo fossile è la conservazione delle parti molli come l’intestino (in cui sono visibili alcune tracce del suo ultimo pasto), il fegato, la trachea, gli occhi, piccolissime porzioni della pelle e parti delle fasce muscolari. Anche grazie all’eccezionale conservazione di questi tessuti e all’individuazione delle tracce di ferro che al tempo erano parte dei globuli rossi, si è fatta sempre di più strada l’ipotesi che Ciro fosse un animale a sangue caldo. Visse sulle rive del Mare Tetide, in un ambiente caratterizzato da lagune alternate con isole. Morì a pochi giorni di vita, probabilmente era un giovane appena uscito dal nido. L’animale finì travolto da una piena e fu trasportato in una laguna molto vicina alla riva finendo sepolto nel fondale privo di ossigeno. La non decomposizione ha fatto sì che il fossile sia giunto fino a noi così ben conservato. La pietra fossilizzata con dentro l’impronta di “Ciro” fu rinvenuto nel 1980 nei calcari metamorfosati di Pietraroja dal veneto Giovanni Todesco, appassionato di fossili, e da sua moglie, che lo salvarono, assieme ad altri 8 fossili, dalla probabile distruzione ad opera delle ruspe che stavano per sopraggiungere sul luogo degli scavi. Todesco, credendo fosse il fossile d’una semplice lucertola, lo conservò in casa sua per anni; dopo aver visto il film Jurassic Park, pensando che il suo fossile potesse essere un dinosauro, lo affidò per una prima informale consulenza al paleontologo Giorgio Teruzzi (lo invitai a parlarne all’Università di Padova con l’Eurobiologo, A. Garbetta-relatore anche al convegno di Cusano M. del 1999-, nel ruolo di Seg. Gen. della Società Naturalisti “Umberto D’Ancona” di Padova), che riconobbe trattarsi di un piccolo dinosauro carnivoro fossile. Il reperto, conseguentemente, venne considerato bene dello Stato e affidato al Museo civico di Storia naturale di Milano, di cui Teruzzi era responsabile di Paleontologia, per lo studio e la conservazione. Ciro è stato studiato dai due paleontologi M. Signori e C. Dal Sasso; la loro prima pubblicazione scientifica, relativa allo studio del fossile, uscì sul numero di Nature del 26 marzo 1998. Il fossile, ribattezzato informalmente da un settimanale Giovanni Todesco ha raccontato la storia del ritrovamento di “Ciro” nel libro”Due figli e un dinosauro” pubblicato nel 2013. Molti reperti fossili di Pietraroja sono conservati al Museo di Paleontologia di Napoli a Largo San Marcellino nella sede della Facoltà di Geologia dell’Università Federico II di Napoli. Là, vengono esposte diverse collezioni:pesci fossili provenienti da Giffoni Vallepiana, Pietraroja e Castellammare di Stabia, mammiferi (come un cranio di un giovane Elephas antiquus italicus), fossili di vegetali tra cui una palma fossile completa, rettili marini e rettili volanti. Dal 1996 è presente un esemplare fossile molto ben conservato di “Allosaurus fragilis” proveniente dal NordAmerica. Sempre per quanto riguarda i dinosauri, troviamo resti di uova, pelle e frammenti ossei nonché calchi di Scipionix samniticus e del cranio di Oviraptor. Anni fa, là, con il Dir. del Museo, prof. F. Barattolo, rividi le peculiarità palentologiche di Pietraoja, che in buona parte erano state illustrate e documentate dai locali professori Fittipaldi e Parona oltre che Breislak. Ma la storia geopalentologica del sito di Pietraroja si rifà ai primi ritrovamenti che risalgono al 1798, per opera del naturalista italo-svedese Scipione Breislak. Nuovi scavi seguirono nell’800, guidati da Oronzo Gabriele Costa. Bassani, alla fine dell’ottocento è il primo a riconoscere come cretacica l’associazione dei pesci di Pietraroja. In seguito Geremia d’Erasmo studia le collezioni di Costa e nuovo materiale da lui raccolto durante la prima guerra mondiale. L’interesse per il sito di Pietraroja viene ripreso da vari autori negli anni 1960/70, con particolare riguardo al paleoambiente. Negli anni successivi riprendono gli scavi ad opera delle Università di Napoli e di Torino e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano, che portano alla scoperta ed alla descrizione di nuovi taxa, rinnovando l’interesse per i reperti paleontologici di Pietraroja e a nuovi studi stratigrafico-deposizionali. Alle Cavere affiorano i famosi calcari ad ittioliti dell’Aptiano. Si tratta di un calcare fittamente stratificato di colore bianco, avana e grigio, a cui si alternano sottili livelli di selce, in passato usato come pietra litografica. Sulle superfici di strato si possono ancora ammirare interessanti resti di pesci, talvolta associati a gusci di bivalvi, gasteropodi ed echinodermi. Nei livelli più scuri, bituminosi, ricchi in materia organica, è possibile osservare anche resti vegetali. Dagli scavi all’interno dell’area dell’Ente e nelle zone limitrofe provengono diversi generi di alghe (Salpingoporella, Thaumatoporella), piante superiori (Zamites, Brachyphyllum), foraminiferi bentonici (Cuneolina, Orbitolina), molluschi bivalvi e gasteropodi. I crostacei sono particolarmente abbondanti e fra essi è da segnalare la presenza di Pseudastacus, Parvocaris e Micropenaeus. La fauna a vertebrati è quella maggiormente rilevante.

I pesci fossili sono abbondantissimi: Rhinobatus (l’unica specie di condroitto conosciuta a Pietraroja), Ocloedus, Lepidotes, Belonostomus, Hypsospondylus bassanii e decine di altre specie. OcloedusLepidotes sono due generi di dimensione medio-grande, entrambi particolarmente abbondanti; hanno una forma discoidale, compressa lateralmente, tipica di pesci di ambiente riparato. Celtedens megacephalus è un anfibio fossile, la cui presenza è particolarmente importante poiché testimonia l’esistenza di acqua dolce, dando così un’indicazione fondamentale sul paleoambiente. Costasaurus rusconi è una specie enigmatica probabilmente appartenente ai lepidosauri squamati. Chometokadmon fitzingeri è un’altra specie di squamato descritta da Costa, simile nell’aspetto agli odierni scincidi. Per un secondo esemplare, inizialmente attribuito a Chometokadmon, fu istituito il nuovo genere e la nuova specie Derasmosaurus pietraroiae sulla base della dentatura acrodonte che mostra affinità con i rincocefali. Eichstaettisaurus gouldii è la specie più recentemente descritta; questo piccolo squamato è conservato in due esemplari. Un congenerico, Eichstaettisaurus schroederi, venne ritrovato a Solnhofen in Germania, un secondo a Montsec in Spagna, entrambi in siti molto più antichi. Questo suggerisce che a Pietraroja è stata rinvenuta una fauna a vertebrati relitta. Uno dei due esemplari di E. gouldii fu ritrovato come contenuto gastrico di un secondo rettile (probabilmente un rincocefalo diverso da Derasmosaurus). Pietraroja ha restituito due fossili di coccodrillomorfi, entrambi appartenenti alla specie Pachycheilosuchus ormezzanoi, che mostrano diversi caratteri arcaici, testimonianti anch’essi la natura di fauna residuale per i vertebrati terrestri di Pietraroja. Scipionyx samniticus è un dinosauro teropode appartenente al gruppo dei compsognatidi, descritto preliminarmente nel 1998 e oggetto di una recente ed estesa monografia. L’olotipo e unico esemplare noto misura meno di 25 cm dalla punta del muso all’estremità conservata della coda (in vita doveva raggiungere i 50 cm). Le proporzioni corporee, il muso corto, la fontanella fronto-parietale ancora aperta, la probabile presenza di uno spazio per il sacco del tuorlo nell’addome, il grado di ossificazione della colonna vertebrale e la dentatura indicano che Scipionyx samniticus morì qualche giorno dopo la nascita. L’esemplare conserva una varietà di tessuti molli mai vista prima in un fossile. Tra i tessuti interni vi sono legamenti intervertebrali, cartilagini articolari nelle ossa delle zampe, muscoli e connettivi del collo, parte della trachea, residui dell’esofago, tracce del fegato e di altri organi ricchi di sangue, l’intero intestino, vasi sanguigni mesenterici, muscoli del cinto pelvico, degli arti posteriori e della coda. I tessuti esterni sono rappresentati dall’astuccio corneo delle falangi ungueali. Le fotografie realizzate con il microscopio elettronico a scansione mostrano l’eccezionale fossilizzazione dei tessuti molli e di strutture subcellulari, come la striatura a bande dei sarcomeri nelle cellule muscolari. La microanalisi degli elementi chimici al SEM ha dimostrato che la macchia rossa contenuta nel torace del dinosauro è un accumulo di minerali di ferro derivante dalla decomposizione dell’emoglobina del sangue, concentrato nel fegato, nel cuore e nella milza.

Per contro, i residui di muscoli diaframmatici presunti da alcuni paleontologi in realtà sono soltanto un nodulo di calcite, non compatibile con la conservazione degli altri tessuti muscolari. Questa evidenza, unita ad altre osservazioni anatomiche sulle ossa e sugli organi interni di Scipionyx samniticus, smentisce l’ipotesi che nei dinosauri la ventilazione dei polmoni fosse aiutata da movimenti “a pistone” del fegato come succede per i coccodrilli odierni. L’esemplare contiene numerosi resti di cibo, tra cui una zampa di lucertola e alcune scaglie di pesce. Lungo il tubo digerente ogni resto occupa una posizione precisa, consentendo di ricostruire la cronologia della nutrizione del piccolo dinosauro. Diverse interpretazioni paleoecologiche sono state avanzate circa la natura del paleoambiente del sito: una laguna, un bacino di mare basso o un canale sottomarino non più attivo. Le evidenze a favore dell’una o dell’altra ipotesi sono controverse. Sta di fatto che la paleoecologia delle specie ritrovate, come per esempio l’idrodinamicità dei pesci più abbondanti (Ocloedus e Lepidotes), l’eccezionale stato di conservazione di diversi esemplari di tetrapodi che non devono aver avuto un trasporto post mortem molto importante, e la presenza dell’anfibio Celtedens, indicano condizioni di mare basso, riparato e prospiciente a terre emerse.

Una stella marina pure è presente tra i calcari fossili di Pietraroja. Le stelle marine appartengono al Phylum degli Echinodermata (come i cetrioli di mare e i ricci di mare) e sono animali caratterizzati dal cosiddetto dermascheletro, una pelle rinforzata da numerosi ispessimenti calcarei, oltre che da un sistema di locomozione basato su un complesso insieme di canali interni al corpo in cui viene regolata la pressione dell’acqua.

 

 

Per la forma e per le vivaci colorazioni del corpo le stelle marine sono considerate fra gli invertebrati più belli e attraenti della fauna marina, presenti nei mari di tutto il mondo, dalle aree temperate fino a quelle più fredde. I calcari fossiliferi di Pietraoja si formarono in un ambiente lagunare del Cretacico con acque calde e poco profonde, molto calme e con scarsa comunicazioni con il mare aperto. Gli animali lagunari e marini, morti asfissiati dai gas tossici emessi dai batteri, vennero ricoperti da sedimento fine frammisto a vari materiali fondali e subirono, in lunghi tempi geologici, un lentissimo processo di fossilizzazione di animali imprigionati n roccia. A 30 cm di profondità sono stati rinvenuti fossili di Rincocefali, che oggi vivono nelle isole Galapagos. Nel 1982 fu rinvenuto anche un coccodrillo, poi portato per restauro all’Università di Torino. Furono rinvenuti anche denti di 15 cm di un antenato dello squalo azzurro lungo 10 metri. Dei fossili rinvenuti a Pietraroja non pochi furono portati, per il restauro e studio, a Torino, Verona, Napoli e all’estero come a Londra, Parigi e Berlino. Tutto l’alto Matese è ricco di fossili  di viventi che popolavano il mare della piattaforma carbonatica, come: Ittioliti, Rettili, Anfibi, Crostacei, Bivalvi, Gasteropodi, Brachiopodi, Antozoi, Briozoi, Echinodermi, Poriferi, Anellidi, Foraminiferi, Alghe. Interessanti sono i fossili di molte Rudiste cretaciche di San Polo Matese (CB). Sono Lamellibranchi, dunque Bivalvi, che, sviluppando le loro strutture in forme specializzate (una valva fissa al fondo generalmente più grande dell’altra fungente da opercolo), vissero in particolari ambienti di mare sottile dell’antico Tetide del Mesozoico, mare posto tra i due unici continenti Gondwana e Laurasia, che derivarono dal Pangea, continente unico precedente. In particolare le Rudiste vivevano in ambienti neritici di mare tropicale, ad acque limpide, basse, bene penetrate dalla luce, calde, senza variazioni sensibili di temperatura e salinità, bene ossigenate, favorite da correnti moderate.

La Civita di Pietraroja è ricca di fossili e non solo nel più noto sito delle Cavere. Ad esempio nella Cava Canale si può osservare la trasgressione dei calcari del Miocene della formazione di Cusano M. sui calcari ittiolitici del più antico Cretacico inferiore, evidenziata in uno spaccato tridimensionale. Nella parte alta della Civita, al di sopra delle Cavere, l’ultimo strato dei calcari ittiolitici è eroso molto da litodomi del Miocene. Oltre il campo sportivo, i fenomeni carsici intensi hanno prodotto campi carreggiati e una grotta, il Trabucco. Sul lato NNE un sentiero costeggia la base della Civita e conduce a un belvedere dove si gode un meraviglioso panorama che sembra abbracciare la forra del Titerno tra i monti delle Civite di Cusano M. e Pietraroja, il pianoro delle Regie Piane con le sue miniere di bauxite, fino al Mutria. La “pietra rosso-rosa” del Palumbaro , parte est del Mutria, è stato scritto, in maniera errata, che detta pietra si trova in località “Fucina” ad est del centro abitato di Pietraroja, al di sotto della strada che porta a Morcone, mentre il Palumbaro si trova a Nord, sulla destra della strada panoramica Sud-Matese che porta a Bocca della Selva. A Pietraroja e nelle zone limitrofe i briganti postrisorgimentali, avversati dall’esercito nazionale, si rifugiavano nella “Grotta delle Fate” o “Grotta dei Briganti”. Essa, ben nascosta e inaccessibile, si trova nelle “Rave”, che sono canaloni profondi lungo i rocciosi costoni che scendono ripidi fino al torrente Titerno, alle spalle del paesetto di Pietraroja, verso nordovest, sul versante destro del torrente stesso del canyon a monte di “Fontana Stritto”. Interessante è la visita al Passo di Santa Crocella (1.219 m s.l.m.) con l’edicoletta posta nell’ottobre 1960, con croce in pietra e lapide, sulla quale è scritto in latino:“crux parva ubi monasterium clarum”(piccola croce dove esisteva un illustre monastero). Tale monastero benedettino del XI sec. dedicato a Santa Croce, sulla strada Pietraroja-Sepino proprio sul valico di Santa Crocella (1.219 metri di quota). Tale valico è una sella montana del Matese orientale tra il monte Tre Confini (1.419 m) e il monte Moschiaturo o Defenza (1.470 m). Posto a confine tra i territori di Pietraroja e Sepino, il valico, separa le province di Benevento e Campobasso nonché le regioni Campania e Molise. Il Monastero di Santa Crocella è stato oggetto di studi dai molisani e campani. Dal 1960 l’edicoletta del passo di Santa Crocella ricorderebbe ai passanti lungo la strada Sepino, Pietraroja, Cusano M. e Ceretto S. che in quel posto a 1219 m di quota e a 7 km da Pietraroja centro vi era un famoso monastero benedettino eretto nel 1.140.

A Pietraroja, come in tutti i paesetti del Mezzogiorno, giungevano, nominati dai vescovi delle diocesi, i ministri di culto cattolico. Per Pietraroja i ministri di culto vengono nominati dalla diocesi di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti che è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell’arcidiocesi di Benevento. A Letino, invece, giungevano dalla diocesi d’Alife-Caiazzo, con eccezioni del padovano vescovo, G. De Lazzara, che mise, nel 1600, sugli attenti i borbonici nobili Gaetani, e preti come don Antonio Gallinaro da Montecorvino Rovella (SA), che lasciò in eredità culturale una bella e colta poesia dedicata al quel paesetto dove svolse il suo ministero durante e prima dell’ultimo conflitto mondiale. A Pietraroja vi furono tra gli altri due arcipreti colti: Crescenzo de Petrillo morto a 124 anni nel 1617 (scrisse una cronaca dei vescovi di Cerreto) e Lorenzo De Carlo, nato a Pietraroja il 3 agosto 1884 e ivi morto all’età di 83 anni il 16 febbraio del 1967.

Viene ricordato ancora per la sua incisiva ed estrosa capacità di sottoporre all’attenzione di tutti anche le cose apparentemente più semplici, evidenziandone gli aspetti più interessanti o suscitando la curiosità della gente con forme di attrazione a volte veramente originali. Personaggio di colore, don Lorenzo De Carlo si dilettava anche a fare il politico, il poeta, il musicista, il fuochista, il fotografo ed era presente in tutte le manifestazioni popolari di Pietraroja. Era un apprezzato oratore e predicatore e, nella vita privata, coltivava con grande passione anche l’hobby della caccia. Don Lorenzo aveva intuito che i fossili di Pietraroja avrebbero un giorno potuto portare all’attenzione nazionale e internazionale il suo paese e si adoperava molto per suscitare interesse per quel remoto patrimonio ancora sconosciuto.

 

 

Forse faceva eccezione nel panorama culturale dei sacrati del Mezzogiorno, meno propensi a non seguire, pedissequamente, le bolle papali di avversione alle teorie evoluzionistiche anche se poi anche i papi si sono “piegati” all’evidente. La Chiesa, allora e dal tempo di G.Galilei a Padova, 1592-1610, era per l’ipotesi Antropocentrica e dunque per quella Geocentrica e non per l’Eliocentrica copernicana e galileana. Pare che Don Lorenzo di Pietraroja, utilizzando una cinepresa, avesse realizzato un documentario su Pietraroja e i suoi fossili e lo proiettava, commentandolo come si faceva con i film muti, nei teatri della Campania in occasione di conferenze varie. Munito di una lunga canna, indicava, commentandola con suggestione, ogni sequenza. Al termine della proiezione teneva la sua conferenza aperta al dibattito, in cui metteva in luce le bellezze e le memorie fossili della sua terra, auspicandone un grande avvenire. Concludeva con lo sguardo e le mani rivolti al cielo, invocando lo Spirito Santo affinché facesse un giorno aleggiare il nome di Pietraroja in tutto il mondo per l’importanza dei suoi fossili. Don Lorenzo sarebbe sicuramente contento oggi nel vedere, con grande ribalta internazionale, “Ciro”. Pare pure che al termine della sua manifestazione, sorteggiasse un prosciutto ed un sacchetto di lenticchie di Pietraroja, che poi regalava all’uditorio: ad ogni persona presente veniva dato un numero. Poi, con l’estrazione a sorte, venivano assegnati in regalo il prosciutto ed il sacchetto di lenticchie. E’ vero che ci rimetteva i due premi, ma raggiungeva pienamente lo scopo di riuscire a far intervenire alla manifestazione molta gente che, nella speranza di ricevere gratis il prosciutto o, in alternativa, almeno il sacchetto di lenticchie, accorreva in gran numero e veniva a conoscenza di Pietraroja e delle sue tipicità, ma si sa che la chiesa forma i preti per seguir virtute e canoscenza, non altro. Quando sono capaci di promuovere la cultura locale nutrono l’ammirazione dei parrocchiani e di altri sia vicini che lontani. Oggi non pare che il Museo come il Municipio di Pietraroja siano capaci di attrarre tanti turisti e scolaresche capaci di fare aumentare il reddito dei residenti del paesetto matesino, beneventano. Forse ha ragione lo studioso molisano, Antonino Di Iorio, quando scrive, nel suo ultimo saggio, che le Sovrintendenze spesso usano i reperti non per promuoverli ai residenti, ma per la carriera dei propri funzionari. Per Don Lorenzo, l’amore per i fossili rilevava un interesse culturale per le teorie evoluzionistiche, fino a ieri avversate dalla Chiesa. Ma anche il vescovo di Padova, del 1600, era concorde insieme al Doge ed altri nobili veneziani, come G. Galilei (Prof. di Matematica all’Università di Padova dal 1592 al 1610), per il sistema eliocentrico e dissentiva, velatamente, con la politica culturale oscurantista del Vaticano che allora, mandò al rogo anche il nolano G. Bruno! La stessa chiesa madre di Pietraroja appare interessante perché diversa dalle solite chiese matesine, sembra più ricca di riferimenti geostorici sia pure in una ordinata semplicità paesaggistica, tipica del carattere delle genti montanare e del Sannio in modo più marcato.

La chiesa parrocchiale di Maria Assunta in Cielo, con l’antistante piazza San Nicola, ha esternamente alla facciata d’ingresso, alla base di ognuno dei 2 stipiti della porta di sinistra, uscendo dalla chiesa delle 3 porte esistenti, due frasi scolpite nella pietra alla base degli stipiti:”fu la peste 1656” ad una e all’altra:”fu la carestia 1648”. Quanta cultura cattolica sprigionavano tali riferimenti di sofferenza popolare, che Don Lorenzo sperimentava con la carità nella verità. Don Lorenzo, di Pietraroja, credo che avesse letto bene Dante Alighieri e “il Canto di Ulisse”, canto XXVI dell’Inferno all’VIII bolgia dell’VIII cerchio dove spiano i peccati i consiglieri fraudolenti: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Ulisse chiede cioè ai propri compagni di pensare alla propria origine di non essere nati per vivere come animali (Plotino, invece, riteneva l’uomo “metà animale e metà divino”), ma per seguire la virtù e la conoscenza. Ulisse è l’astuto ingannatore che ha ideato il trucco del cavallo di Troia, ma non è solo l’inganno perpetrato che condanna l’eroe acheo, la sua colpa è anche quella di aver voluto oltrepassare i limiti imposti alla natura umana, rappresentati dalle colonne d’Ercole, che ancora oggi esistono per molti, ma non per tutti grazie all’intelligenza dell’Homo sapiens, capace di colonizzare o ricolonizzare il suo Universo, che è “finito, limitato e curvilineo” come precisò l’ebreo-tedesco Albert Einstein.

 

 

Prof. Giuseppe Pace (Naturalista della “Federico II” di Napoli e sp. in Ecologia Umana Internazionale e perf. in Ingegneria del Territorio dell’Università di Padova).



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