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La società dei “sorvegliati”, 1791-2012: oggi come 230 anni fa. Foucault e le “visioni” di carceri invisibili

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Napoli, 25 Maggio – Cosa caratterizza la società del primo ventennio, ma non solo, del 21mo secolo? Il controllo delle persone e dei loro corpi da parte del potere, che viene esercitato con modalità e dispositivi ai limiti e spesso oltre questi, dell’illegittimità.

E’ quel che Foucault definiva la «biopolitica» il potere di lasciar vivere e di respingere la morte, ma oggi anche quello di lasciar morire e di allontanare la vita, avvalendosi  delle istituzioni, della medicina ad esempio attuale piuttosto che  del carcere. Un mondo di sorvegliati che non vedono chi li osserva e tiene in mano le fila della loro esistenza. Questo Foucault lo sapeva perfettamente, e perciò accettò di scrivere la prefazione di un libro molto particolare, il «Panopticon» di Jeremy Bentham all’interno del quale è descritto un carcere ideale, circolare (e la forma non è solo confacente al fine ma simbolica oltre ogni dire), al centro del quale si erge una torretta da cui si controlla, incontrollati, l’intero carcere e coloro che lo abitano. E con la redazione di «Sorvegliare e punire» del 1975 Foucault dichiara per iscritto il suo pensiero sul potere e le sue vittime.

Dal 1791, data di pubblicazione del libro di Bentham, ad oggi è cambiato poco: la forma del carcere o meglio l’assenza di sbarre (si vive credendo di essere liberi) e la spia che non è al centro del nostro ambiente vitale ma sopra di esso, sopra di noi, sempre ed ovunque. Infinite telecamere ci seguono e noi stessi aiutiamo il controllo con i mezzi di cui ci serviamo oramai quotidianamente e di continuo: lasciamo mollichine-tracce in ogni momento usando la carta elettronica per i pagamenti e inviando messaggi per alimentare la nostra “pseudo-vita sociale”, pagando un pedaggio autostradale con il telepass piuttosto che utilizzando una app per acquisti online, ricercando una informazione sui motori di ricerca piuttosto che iscrivendoci ad una community di incontri: tutte informazioni utilissime per chi intende controllarci.

Siamo gli unici a non saperlo o a non volerlo sapere per non dover rinunciare alle comodità che gli stessi controllori hanno fornito alla nostra atavica propensione alle cattive abitudini. Il «Grande Fratello» non era poi così fantastico, ma come tutte le grandissime verità, è stato ricoperto di un vestito di fantascienza ed improbabilità affinchè non fosse attenzionata.

 E le storie di grandi e potenti osservatori-controllori non visti (quindi non esistono?) che “giocano” con gli uomini come con pedine sono già due. Ma con un minimo di discernimento potremmo avere la terza citazione proprio davanti agli occhi – qui ed ora, o da un anno ad ora – rappresentata come un film invece che scritta: vissuta in prima persona come interpreti principali, considerati numeri come quelli dei bollettini di guerra o di covid.

Ma a cosa serve questa osservazione continua della vita degli uomini? Foucault non aveva dubbi: ai bisogni del potere. La vita diventa oggetto del potere che si serve di dispositivi vari e molteplici per realizzare l’obiettivo di piegare ai suoi bisogni non solo la persona ma la sua intera vita. Come? Imponendo obblighi che ledono di fatto la libertà personale (ma sarà detto che «è per tutelare il sommo bene: la salute, quindi la vita») e inducendo nella persona bisogni che essa percepirà come indispensabili e primari. Non suona stranamente, paurosamente familiare?

Strumento privilegiato del potere della Biopolitica è la comunicazione: la nostra non è la società dell’informazione, né della conoscenza, la nostra è la società della comunicazione (al servizio del potere). Ma il principio di Foucault punta l’attenzione sulle persone: ed allora la comunicazione ed i suoi flussi costanti vedono le persone fruitori e produttori di comunicazione: ognuno di noi produce un flusso tale di comunicazione soprattutto social da rendere la propria esistenza di dominio pubblico: e chi ci controlla conserva e cataloga le informazioni che noi stessi diamo di noi e le addiziona di tante altre informazioni che fanno di ognuno di noi un sorvegliato a 360°.

Eppure il paradosso è che la vita in sé dovrebbe essere il limite naturale ed invalicabile al potere. Non esiste né sovrano né capo di stato esterno legittimato ad impadronirsi di vita e copro delle persone perché lì vige una sovranità altra e diversa: quella del «soggetto umano» così opportunamente definito dalle parole iniziali del Codice di Norimberga.

Il gioco dei poteri intorno a vita e corpi, le loro prepotenze, le rivelazioni storiche di aggressioni palesi e crudeli ai corpi ed alle esistenze, alle vite umane pur nella chiarezza in cui dovrebbero rifulgere, oggi vengono per lo più ignorati dalla massa dei fruitori «di ventura» a causa  del rimaneggiamento e dalla manipolazione della comunicazione che tende ad attenuarne le brutture (in moltissimi casi a tacerne addirittura).

Ma per vivere « occorre una identità e quindi una dignità » scriveva Primo Levi e Faucault avrebbe aggiunto « quindi la libertà». Egli individua la nuova punizione – la reclusione – come l’arma di cui si serve il potere e mette in guardia il lettore (il popolo): il potere attua la reclusione anche fuori dal carcere, con tutti i mezzi detti prima: la comunicazione prima di ogni altro. Una punizione dolce, quasi non avvertita, che si tramuta in disciplina spalmata in un tempo lungo decenni per abbonire e asservire le vite ed i copri lentamente, senza consapevolezza, senza drasticismi che mettano in allarme la ragione, che deve invece rimanere sopita.

Senza posa si addestrano, si esercitano e si sorvegliano i corpi e le vite. Perché la disciplina presuppone il controllo, con tecniche che consentano di verificare, senza che se ne abbia sentore tra la massa, la validità della punizione e della disciplina. L’ispezione che avviene con una tecnica forse tra le più sofisticate mai pensate prima d’ora: indurre nel  soprvegliato la necessità di esporsi e di vivere in una quasi costante scena, uno stato di visibilità di se stesso al mondo affinché il mondo sappia che esiste, affinché anche lui sia osservato!

Non è un caso che ogni volta che si inserisce una nota o foto o video o anche solo una parola sul proprio profilo di un noto social compaia a tutta la rete di persone ad esso collegate la dicitura “ ……. ha aggiornato il suo stato”. In questo modo il potere non ha più bisogno di controllare attivamente, lo fa passivamente con le informazioni «su sé» che ognuno, volontariamente, immette nella rete e che, involontariamente, dicono tanto altro della sua vita, dei suoi gusti, delle sue abitudini, dei suoi limiti sui quali fare pressione ed in alcuni casi coercizione.

 

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