Attualita'

Ambiente Nord-Sud con Covid-19 e calo dei consumi di 116 miliardi (57% al Nord)

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Napoli, 2 Settembre – Già in altro mio articolo avevo evidenziato che l’ambiente socioeconomico del Mezzogiorno  perderà  nei prossimi 50 anni 1,2 milioni di abitanti. Forse non ho ben ribadito che nell’ambiente del Sud Italia la crisi è quasi strutturale e mai vi è stato il famoso boom economico-sociale ma solo dei consumi di merci prodotte e distribuite dal Settentrione che dal 1953 al 1979 era in piena crescita tumultuosa del cosiddetto miracolo economico italiano, dunque con un offerta che superava la domanda di merci e forse anche di servizi (spesso negli Enti Locali del Nord molti concorsi pubblici andavano semideserti per la mancanza di concorrenti).

 

 

Già dalla diversità delle merci alimentari notiamo sensibili differenze di scelta degli alimenti tra Settentrione e Meridione: più pane e pasta al Sud e più carne e cioccolato al Nord. L’evoluzione dei consumi alimentari in Italia come in qualunque altro ambiente planetario permette di capire meglio le differenze ambientali sostanziali e, di conseguenza, dedurre a quale Paese appartiene il grado evolutivo di quel determinato territorio, anche locale come il vasto Mezzogiorno italiano ad esempio.

 

 

 

I consumi diversi ovviamente sono anche nello stesso territorio e tra ceti sociali con meno o più Pil procapite o potere d’acquisto di generi alimentari. Interessante trovo la lettura del libro di R. Ruzzante, F. Angeli 2018. Il volume affronta le criticità attuali del mondo dell’informazione digitale, delinea le priorità dei prossimi anni e presenta soluzioni ai decisori istituzionali, ma anche chiavi di lettura ai cittadini affinché possano sentirsi parte in causa nei processi di trasformazione che oggi interessano il mondo dell’informazione. L’opera è anche una sorta di manifesto programmatico che spiega, dal punto di vista degli addetti ai lavori (authority, motori di ricerca, editori, giornalisti, professionisti della comunicazione, manager del settore, esperti), quali saranno le sfide più impegnative che attendono l’Europa multimediale e digitalizzata. Ma a parte le tendenze, tanto care ai giovanissimi e ai provveduti adulti, ancora una volta, si ribadisce che l’ambiente comprende l’insieme di natura e cultura, dunque anche aspetti sociali ed economici di un determinato territorio locale, statale o sovranazionale e globale. Studiare l’ambiente significa tener conto anche dell’evoluzione da economie tradizionali con offerta di merci e servizi inferiori alla domanda ad economie postindustriali attuali con più offerta che domanda. Il grafico che segue dà una sintesi di tale evoluzione nel tempo, ma ancora oggi abbiamo dei 196 Paesi globali, quelli con ambienti ad economia tradizionale e quelli ad economia industriale fino a quelli del cosiddetto Nord del mondo ad economia postindustriale.

Interessante è vedere il sorgere della qualità dei beni e servizi, che prima esisteva in percentuale minore e meno diffusa nei ceti sociali. L’ambiente del Sud Italia, è quello tipico di un economia più attardata rispetto all’ambiente Settentrionale. Le statistiche sul progresso e il regresso del Mezzogiorno le cura la Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno). Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez, segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, all’interno di un Paese, di fatto fermo ed impaurito dai media governativi, porta il Mezzogiorno in recessione. Un Paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati. Il rapporto della Svimez, già nel 2015  riportava all’onore delle cronache i problemi, le forti insufficienze, i ritardi e le specificità che affliggono il Sud Italia. Al momento dell’unificazione politica, infatti, le necessità di bilancio spinsero il Governo a preferire tra i vari ordinamenti fiscali il più redditizio, e, il più gravoso: quello del Regno di Sardegna, esteso da un giorno all’altro a tutta l’Italia, in aperto contrasto, specialmente, con quello del Regno di Napoli che, d’un tratto, si trovò a passare da un’imposizione fiscale leggera, ad una insopportabilmente pesante. Dogane leggere e tasse pesanti dunque, tutto il contrario di quello che serviva alla fragile e povera economia meridionale.  L’unificazione fu considerata, dunque, alla stregua di un affare coloniale, con l’esplicita alleanza tra il capitale degli invasori e il patrimonio dei possidenti colonizzati. Alleanza che continuerà purtroppo sotto altre forme e con altri protagonisti anche negli anni della Repubblica. Con la Covid19 il Mezzogiorno non progredisce né regredisce? Sicuramente il Sud regredisce meno del Nord dove il calo dei consumi è decisamente più alto. Che la crisi causata dalla paura della Covid19 fosse in atto e non terminata lo sapevano tutti, ma non si immaginava così grave, tanto da ridurre i consumi per l’anno in corso di oltre 116 miliardi di euro. Un’altra novità deriva dal fatto che il Nord risente maggiormente della crisi alla quale era meno abituata rispetto al Sud più povero del 40% del Pil pro capite. Lo studio della Confcommercio conferma una forte eterogeneità nei tassi di variazione della spesa per consumi regionali nel 2020. In termini di perdita di valore, il Nord rimane l’area più penalizzata: dei 116 miliardi di consumi in meno stimati per l’anno in corso quasi il 57% deriva dalle otto regioni settentrionali che nel 2019 pesavano per il 52% dei consumi sul territorio.

La Lombardia sconta la riduzione più significativa, pari a 22,6 miliardi di euro. Nel Mezzogiorno la riduzione della spesa sul territorio è più contenuta (-8,5%) a causa della minor presenza di turisti stranieri e di una minore caduta dei redditi. In termini di consumi per abitante, la caduta della spesa sul territorio nel 2020 ammonterebbe a 1.900 euro a testa, riportandone il livello alla metà degli anni ’90, un’evidenza che conferma l’unicità dell’anno in corso nella storia economica italiana del dopoguerra ultimo. Nelle stime, il Sud patisce una riduzione di spesa più moderata del resto del Paese (8,5% contro una media del 10,9%). «In ogni caso – osserva Confcommercio – il quadro complessivo appare sconfortante e in tutti i territori, per differenti ragioni, dovrebbero trascorrere almeno cinque anni per tornare ai livelli di spesa pro capite del 2019».  Il Molise è la regione che fa registrare il calo dei consumi più contenuto (-7,2%) a causa dell’effetto Covid. Il Trentino Alto Adige la caduta più alta (-16%). È quanto emerge da un’analisi di Confcommercio.  Tra l’ambiente meridionale e settentrionale c’è molto da dire per le differenze e le analogie. Ma ciò che emerge con chiarezza, dal dopoguerra ad oggi, è il fatto che le sorti del Mezzogiorno si sono indissolubilmente intrecciate con quelle del Paese, ma che, paradossalmente, del Mezzogiorno non si tiene conto a sufficienza quando si prendono le grandi decisioni nazionali: dalla scelta europea, all’abolizione delle gabbie salariali, dello statuto dei lavoratori, all’ingresso nello Sme, a Maastricht. In altri termini, le scelte strategiche di modernizzazione del Paese finiscono, immancabilmente, per trasformarsi in insopportabili forzature per l’economia del Sud, in mancanza di un’adeguata società civile. Tra le tante Italia esistenti (tre sono quelle reali) anche se due normalmente, sono quelle che vengono messe a confronto: il Mezzogiorno e il Centro Nord, e sono, entrambe, due mere invenzioni statistiche, con forti disomogeneità al loro interno.

Ebbene, nonostante la semplificazione e l’appiattimento delle medie queste due «Italie», dopo oltre più di 40 anni di intervento straordinario e a 159 dall’unificazione, sono ancora molto distanti, quasi due mondi, con molto poco in comune.  Se le diversità esistono e sembrano persistenti, tuttavia dal dopoguerra ad oggi molto è anche cambiato: il Pil per abitante è più che quadruplicato; l’incidenza degli occupati in agricoltura discesa dal 56% al 15%. E anche se l’incidenza degli occupati nell’industria in senso stretto è rimasta ferma al 13%, gli addetti alle unità locali superiori alle cento unità sono triplicati e la produttività media è oggi 8 volte quella del 1951. La rete stradale è più che raddoppiata, e la sua qualità è enormemente migliorata. La disponibilità giornaliera di acqua per abitante è passata da ottanta a trecentoquaranta litri. Il numero di abitanti per stanza è diminuito da quasi due a meno di uno. Sono scomparse le abitazioni prive di servizi igienici e di elettricità. La mortalità infantile è scesa da 80 a 10 per mille nati vivi. Gli scritti alla scuola dell’obbligo che, nel 1951 erano il 70% degli obbligati, oggi sono il 100%. Gli iscritti alla secondaria superiore, che nel 1951 erano meno del 10% dei ragazzi di quattordici diciotto anni, oggi sono il 60% (Cafiero, 1992); in quasi ogni provincia del Sud oggi esiste una sede universitaria. Traguardi importanti, ma non sufficienti a spezzare la patologica dipendenza economica dell’area, dai consumi tendenzialmente convergenti con il Nord, ma supportati da attività economiche in gran parte protette dalla concorrenza nazionale e internazionale e condizionate da appalti e forniture assegnati, più o meno legalmente, con criteri diversi da quelli del confronto concorrenziale. Area, dicevamo, la cui domanda è soddisfatta da un ingente ammontare di importazioni nette, finanziate in gran parte attraverso l’eccedenza della spesa pubblica sui prelievi, e con un patologico eccesso di risparmio non impiegato in loco, a causa dell’inefficienza del sistema bancario locale e, al solito, della mancanza di buona imprenditorialità.

Certo il Sud consuma di più di quanto produce, ma questo era vero anche per il recente passato e forse fino all’epoca dei Comuni dell’ XI sec.. Ma perché ora la cosa sembra insopportabile a tanta parte dell’opinione pubblica? Forse perché per molti anni i ritorni che il Nord ha tratto dalla spesa pubblica a favore del Mezzogiorno sono stati superiori ai maggiori oneri fiscali sostenuti per finanziarla. Ma quando il processo di integrazione europea ha reso i vincoli finanziari più stringenti e più acute le esigenze di investimenti intensivi a difesa della competitività delle nostre produzioni la dipendenza economica del Mezzogiorno è divenuta sempre meno sostenibile per il resto del Paese. Ecco perché il Nord non accetta più né la politica meridionalistica, ormai considerata come una spesa peggio che improduttiva, né il meridionalismo, che tale politica richiede: e sembra talvolta disposto a rifiutare la stessa unità nazionale, pur di sottrarsi all’onere della politica meridionalistica”.

Minor prodotto pro capite (intorno al 60% di quello del Centro Nord), fragilità delle strutture produttive (nel Sud è localizzato solo il 15% della capacità produttiva manifatturiera del paese), con prevalenza invece di settori non concorrenziali e maturi, carenza endemica di infrastrutture, malavita organizzata dilagante, bassa qualità della vita, ma consumi tendenzialmente più vicini al resto del paese all’80%, con conseguente dipendenza economica in ragione della minor ricchezza prodotta, dipendenza finanziata dai trasferimenti e dalla spesa pubblica in disavanzo: questi, come abbiamo visto, i caratteri fondamentali del sottosviluppo e dell’arretratezza del Sud. Ma dal quadro, per capirci qualcosa, manca ancora dell’altro: manca la ricostruzione analitica dei modelli di riproduzione perversa del capitale umano nel suo ciclo di vita (individuale e sociale), mancano le ragioni della persistenza del sottosviluppo, dell’arretratezza e della dipendenza e, perché no, le ragioni del piagnonismo e del vittimismo.

Per troppo tempo si è concentrata genericamente l’attenzione sulla disoccupazione meridionale, sui suoi livelli e sulle sue dinamiche, senza mettere in relazione questo pur grave fenomeno con la qualità dell’occupazione e con il tipo di regole del vivere associato prevalenti nella società meridionale. Forse, solo mettendo insieme capitale umano e regolatori sociali, sarà possibile individuare i codici genetici che riproducono e perpetuano il sottosviluppo al Sud, nonostante gli sforzi di investimento compiuti dal dopoguerra ad oggi.  Il fatto che il mercato del lavoro nel Sud non funzioni, o funzioni male, con disoccupazione al triplo rispetto al resto del paese, con una gran quantità di lavoro sommersa e irregolare, non è solo il prodotto dello scarso sviluppo economico, ma anche e soprattutto la reazione della società meridionale a un insieme di regole (salariali e contrattuali) e di vincoli non coerenti con quanto ritenuto naturalmente accettabile dagli agenti che operano nell’area (datori di lavoro lavoratori, istituzioni). Il mercato del lavoro, più degli altri mercati, deve essere considerato una vera e propria istituzione sociale. Ne segue che il funzionamento del mercato del lavoro potrebbe sostanzialmente diversificarsi da un luogo all’altro; società diverse potrebbero imporre norme differenti a datori di lavoro, lavoratori occupati, lavoratori disoccupati ed altri. Il Sud ha bisogno di ben altro: certamente ha bisogno di colmare il suo gap infrastrutturale, ma anche questa strategia da sola non basterebbe. Servono, assieme agli investimenti, interventi di lungo periodo che plasmino i regolatori, sociali alle specifiche esigenze dell’area e politiche che migliorino, armonizzandolo, l’intero ciclo di vita del capitale umano: la scuola e la formazione professionale, la transizione scuola- formazione-lavoro, il lavoro, le carriere, il welfare. Ridefinire i regolatori sociali vuol dire intervenire direttamente nella società civile e nella qualità della vita: in quel complesso, cioè, di norme, comportamenti, culture, abilità, intelligenze, specializzazioni, propensioni che sono alla base di qualsiasi processo di sviluppo economico e di qualsiasi equilibrio sociale. Per troppo tempo si è ritenuta la società civile come un semplice prodotto degli investimenti infrastrutturali e produttivi, nonché dell’imposizione, burocratica e dall’alto, di regole da applicare: i fatti, nel nostro Sud, hanno dimostrato che ciò era una pia illusione. Al Sud la scuola è meno efficiente e, di conseguenza i tassi di abbandono, nella fascia dell’obbligo, si collocano su punte pari a più di tre volte quelli del Centro Nord.  Ebbene, il quadro che emerge da questa semplice analisi statistica sul funzionamento della scuola nel Sud è del tutto sconfortante. La lezione che se ne ricava e fin troppo chiara: in una realtà come quella meridionale l’elemento strutturalmente distorsivo è rappresentato da una troppo debole e, spesso, inesistente società civile, incapace di comportamenti realmente cooperativi. Da questa debolezza derivano, poi, inesorabilmente e cumulativamente tutti gli altri circuiti perversi. La cooperazione volontaria e più facile all’interno di una comunità che ha ereditato una provvista di “capitale sociale” in forma di norme di reciprocità e reti di impegno civico. Se le norme di reciprocità e le reti di impegno civico di cui parla il sociologo Putnam nel suo libro (che ha destato non poche polemiche tra gli studiosi di casa nostra) sulle tradizioni civiche delle regioni italiane altro non sono che il prodotto della società civile, il quesito che ci si deve porre è perché il nostro Sud mostri, al riguardo, storicamente e strutturalmente tanta inadeguatezza.  A questo punto, come nei buoni romanzi d’appendice, occorre, sempre seguendo Putnam, fare qualche passo indietro e precisamente a quella «..fusione di elementi di burocrazia greca e di feudalismo normanno, integrati in uno stato unitario..» che fu il tratto caratteristico del genio di governo di Federico II. Tutta la vita economica e sociale veniva regolata dal centro e dall’alto e non dall’ interno e dal basso come nel Nord della penisola. E tutto ciò avveniva in un delicato momento di passaggio, in cui, cioè, cominciavano a manifestarsi, soprattutto in Italia del Nord, originali forme di governo autonomo, come risposta alla violenza e all’anarchia che regnavano endemiche nell’Europa medioevale.  Ambedue i sistemi avevano, in qualche modo, posto sotto controllo la questione sociale per eccellenza nel Medioevo: l’ordine pubblico. Le due soluzioni, quella gerarchica al Sud e quella cooperativa al Nord, furono, di fatto, quanto a benessere collettivo, equivalenti fino al XIII sec.  L’assolutismo di Federico II, efficiente, al suo tempo, nel risolvere i problemi dell’azione collettiva, si trasformò ben presto nell’autocrazia diffusa dei baroni. L’autoritarismo delle istituzioni politiche fu aggravato da una struttura sociale storicamente organizzata in modo verticale, avente in se le asimmetrie del potere, lo sfruttamento e la sottomissione, in contrasto con la tradizione  del Nord imperniata  sulle associazioni legate tra loro a formare una rete di rapporti orizzontali, una catena di solidarietà sociale tra uguali. L’abisso tra sudditi e signori era reso più drammatico nel Mezzogiorno dal fatto che tutte le dinastie che si succedettero furono straniere. Dal 1504 al 1860 tutta l’Italia a Sud degli stati pontifici si trovò sotto il dominio degli Asburgo e dei Borboni i quali  seminarono con sistematicità la sfiducia e la discordia tra cittadini, distruggendo tutti i legami di solidarietà orizzontale, allo scopo di rimanere a capo di un ordine gerarchico basato sullo sul servilismo”.

Ora, come abbiamo visto, la perdita di fiducia reciproca nei rapporti economici e politici altro non è che distruzione di capitale sociale immateriale, distruzione che nel Sud, nel corso dei secoli, ha fortemente indebolito la società civile. Da qui forse la chiave analitica per capire i problemi dì oggi.  Nei modelli di crescita endogena, sviluppati di recente nella teoria economica, la chiave del successo di una economia consiste in un circolo virtuoso tra investimento in capitale umano e sviluppo: l’accumulazione fa sì che le produttività del lavoro e del capitale fisico crescano attraverso l’innovazione e il progresso tecnico, e a loro volta le capacità produttive maggiori rendono possibili ulteriori accumuli di capitale umano. Poiché il capitale umano costruisce cultura, ossia un insieme di procedure che risulta mutualmente soddisfacente agli attori economici ingaggiati in transazioni ripetute, l’efficienza del sistema economico aumenta e migliora la qualità della vita. Di conseguenza le transazioni aumentano e ciò dà origine a maggiore e più soddisfacente elaborazione culturale. Una società di successo è caratterizzata da una cultura ricca e varia, da molteplici relazioni, da una forte interazione e da reciproca fiducia”. Quando un sistema, per le ragioni più varie, finisce per accumulare capitale umano in misura insufficiente, rispetto ai propri bisogni, si determina una spirale involutiva fatta di bassa innovazione e progresso tecnico, stagnante produttività dei fattori e crescente dipendenza. La povertà e la mancanza di sviluppo che ne conseguono inducono la crescita di forme perverse di relazioni sociali ed economiche di tipo parassitario. Vengono così meno i rapporti di fiducia, in un rapporto di retroazione negativa sulla crescita economica.  Un sotto sistema povero di capitale umano non è in grado di usare i regolatori sociali formali progettati per la parte più evoluta del sistema, in cui magari il processo di accumulazione del capitale umano e nella pienezza del suo circuito virtuoso. Si forma dunque uno iato crescente tra astrattezza e inapplicabilità delle regole e crescente fragilità del complessivo tessuto economico e sociale. Lo stato di diritto viene così distrutto non solo perché “nessuno è in regola”, ma soprattutto perché appare ai più (cittadini e autorità) impossibile (ma anche inutile) “mettersi in regola”. In un processo di delegittimazione crescente di tutte le istituzioni regolative. L’impossibilità (o l’inutilità) di rispettare le leggi si riflette, oltre che sui rapporti sociali, soprattutto sui rapporti economici, in quanto genera incertezza e aumenta i costi di transazione. Siamo nel bel mezzo di un circuito perverso in cui la cronica debolezza dello Stato favorisce la diffusione di istituzioni ombra preposta a ristabilire, in maniera parallela, fiducia e sicurezza non generate né dalle istituzioni formali né dal civismo orizzontale. La storia della mafia è, dunque, la storia del fallimento nello Stato nel predisporre un sistema certo e credibile di sanzioni in grado di garantire i diritti di proprietà, cosicché si e formata nel tempo una rete (istituzione) privata a sostegno delle relative relazioni di scambio. “La mafia offriva protezione contro i banditi, i furti nelle campagne, gli abitanti delle città rivali, ma soprattutto contro se stessa”. “L’attività più specificatamente mafiosa consiste nel produrre e vendere una merce molto speciale, intangibile e tuttavia indispensabile nella maggioranza delle transazioni economiche. Invece che produrre automobili, birra, viti e bulloni o libri, produce e vende fiducia”. Il clientelismo, la mafia, la criminalità organizzata di vario tipo (camorra, ‘ndrangheta, la recente sacra corona unita) altro non sono che le istituzioni parallele de che hanno colmato la patologica assenza di relazioni civili orizzontali di tipo cooperativo, sfruttando a loro vantaggio, progressivamente nel tempo, sia le istituzioni democratiche che le risorse finanziarie incrementali conseguenti al processo di unificazione nazionale prima, e all’intervento straordinario poi. L’aver voluto imporre le stesse regole del Nord evoluto a un Sud quasi privo di società civile ha, di fatto, accentuato e fatto crescere un antistato, con la sua cultura antagonistica. Non sorprende per nulla, quindi, se oggi, a 159 anni dall’unità d’Italia le cose non siano, come abbiamo visto, granché cambiate, nonostante i pur sensibili miglioramenti economici e infrastrutturali. L’impianto teorico che ha, sino ad ora, guidato le azioni pubbliche tendenti a combattere il sottosviluppo considera gli investimenti e i trasferimenti pubblici come fattore necessario e spesso sufficiente per generare un modo (più o meno endogeno) di investimenti privati, per l’aumento medio di produttività e, in ultima analisi, per il rafforzamento e lo sviluppo della società civile, in un processo virtuoso autopropulsivo.

In questa accezione la società civile altro non è che un insieme di norme, valori e relazioni, di singoli capitali umani di network, ovvero dì quelli che potremmo chiamare beni relazionali.  Gli investimenti pubblici hanno l’obiettivo di favorire il funzionamento del sistema economico, in termini di efficienza ed equità, e di indurre l’accumulazione privata. Dagli investimenti pubblici e dai beni pubblici da essi prodotti e dall’accumulazione privata indotta, normalmente si fa derivare il miglioramento, la promozione e lo sviluppo della società civile e, quindi, dei beni relazionali. Dai beni relazionali dovrebbe ripartire, in una sorta di processo circolare, un nuovo impulso per lo sviluppo a carattere sempre più endogeno. Quindi, secondo la ricetta teorica tradizionale, più si spende per beni pubblici, più società civile si formerà, con i relativi beni relazionali. Applicando questo schema teorico-causale al nostro Mezzogiorno, vediamo come nonostante nell’area si sia prodotta, dal dopoguerra ad oggi, una quantità rilevante di beni pubblici,. questa produzione non sia stata in grado di generare il substrato di beni relazionali capace di attivare un processo endogeno di crescita. Diversamente dal caso dei paesi ad economia arretrata in cui, generalmente, si tratta di costruire una cultura dello sviluppo in alternativa ad un debole sistema di reti preesistente, nel Mezzogiorno, come abbiamo visto, un sistema forte di relazionalità (perversa e antagonista) già esisteva. Ebbene, questo sistema si è dimostrato talmente forte e strutturato non solo da non venir per nulla scalfite dall’intervento pubblico, ma anzi dall’avvantaggiarsene come una metastasi che si sviluppa sfruttando le sostanze ricostituenti che vengono somministrate ad un organismo malato. Una prima semplice constatazione: solo un tessuto economico sufficientemente dotato di beni relazionali è in grado di generare al proprio interno le spinte necessarie per il proprio sviluppo: mentre nei contesti sociali caratterizzati da network opposti o antagonisti, queste capacità autopropulsive risultano molto deboli, e non potranno essere semplicemente indotte da meri interventi di produzione di beni pubblici tradizionali. In questi casi potrebbe diventare quindi utile una “produzione diretta” di beni relazionali, proprio per sfuggire al parassitismo del circuito perverso antagonista, in modo tale da superare la soglia critica, necessaria e sufficiente per far crescere virtuosamente un sistema relazionale forte, socialmente condiviso, e tendenzialmente maggioritario. 
Non più, dunque, sviluppo come semplice effetto di investimenti produttivi e infrastrutture, ma sviluppo come esatta miscela di questi con la necessaria dotazione di società civile. In questo quadro va recuperata la scarsa produttività del Mezzogiorno con alcune misure: 1) la ripresa di quel filo spezzato 25 anni fa per infrastrutturare il territorio meridionale abbattendo le diseconomie ambientali che si trasformano in un aumento dei costi aziendali;  2) una fiscalità di vantaggio già prevista dalla legislazione europea dal 2005; 3) una flessibilità salariale all’ingresso più forte dell’attuale come strumento concordato tra le parti sociali per accentuare le convenienze a investire nel Sud; 4) uno sforzo simile a quello che fu fatto 30 anni fa con Falcone e Borsellino per infliggere colpi mortali alla criminalità organizzata. È inutile dire, però, che tutto questo non sarà sufficiente se i politici meridionali non dovessero fare la propria parte per selezionare classe dirigente all’altezza della situazione abbandonando il nefasto familismo e l’autoritarismo dei piccoli ras locali che hanno devastato il panorama politico meridionale impedendo, tra l’altro, l’uso ottimale degli ingenti fondi europei. Occorre un piano di sviluppo concreto definendo tempi di intervento e risorse certe tenendo conto che il mercato del lavoro organizzato in funzione della globalizzazione,  al patto di stabilità europeo e considerato che il mercato del lavoro si evolve in direzione della mobilità.
Una mobilità connessa alla qualificazione e  riqualificazione continua.
Non basta la formazione occorre l’aggiornamento. I mestieri e le  professioni si evolvono rapidamente, muoiono e ne nascono altri .Anche i mestieri tradizionali come l’agricoltore non possono fare più a meno delle tecnologie innovative. Il mercato del lavoro si riflette oggi nel cambiamento sociale, prima di chiedere lavoro si deve chiedere qualificazione. La formazione non può essere generica, dev’essere mirata e innovativa. Il concetto di disoccupato viene sostituito dal concetto di non qualificato, per chi è qualificato e orientato non sarà disoccupato. Su questi concetti cambia anche la famiglia e  i rapporti tra uomo e donna. Più istruzione e meno figli consentono alle donne la qualificazione che dà loro  il diritto a un innalzamento sociale. Questo porta a nuove evoluzioni demografiche  e sociali .In questo quadro dobbiamo collocare ogni previsione e ogni problematica sul futuro degli italiani, degli europei e del mondo arabo. Negli ultimi anni abbiamo avuto una sostanziale stabilità nel tasso di attività totale della popolazione italiana. Tale stazionarietà a livello aggregato presenta al suo interno una evoluzione che aveva visto prima della crisi crescere l’occupazione femminile rispetto a quella maschile. Si sono anche innalzati i tassi di scolarità per cui la variazione interessa le classi di età inferiore, lasciando immutata la situazione nelle classi centrali(50anni).
Abbiamo parlato di creare posti di lavoro, ma lo sviluppo è anzitutto capacità di produzione, competitività sui mercati e credibilità tecnologica. Riguardo al Mezzogiorno accenneremo ad alcuni settori strategici: agricoltura, turismo, terziario avanzato, ma questi sono aspetti particolari, seppure  importanti, di un processo che va letto in termini complessivi. Sviluppato rispetto a cosa  e a chi? Per questo parliamo di sviluppo italiano nei confronti dell’Europa e di sviluppo Mezzogiorno nei confronti del divario tra Nord e Sud. Al concetto di sviluppo in termini di quantità (prodotto interno lordo, reddito pro capite, redditi familiari, consumi ecc.)  dobbiamo aggiungere i parametri di qualità (l’istruzione, la sanità, la ricerca scientifica, il tempo libero, la produzione culturale e artistica, la vivibilità urbana, ecc.). Una popolazione lavorativa in crescita porta con sé fenomeni di sviluppo economico che assumono valenza di sviluppo culturale. Ma per far crescere il lavoro nel Mezzogiorno, occorre il concorso di nuovi investimenti produttivi insieme alla qualificazione professionale.

Investire quindi in industrie moderne, in servizi. Da quanto si è detto sul lavoro e  sui cambiamenti del mercato emerge che orientamento, formazione, qualificazione sono le strategie per accedere al mercato. L’home-working o il telelavoro, ad esempio abbatterà i costi di trasferimento migliorerà i tempi di lavoro, consentirà una riduzione di carichi. Lavorare meno lavorare tutti, che era  uno slogan provocatorio degli estremisti, sarà il risultato delle tecnologie avanzate. La formazione deve quindi cambiare, per struttura, per contenuti ,per metodologie e per finalità. Oggi dobbiamo includere la formazione nel sistema di imprese, perché la professionalità e il know how sono a pieno titolo tra i  fattori strategici della competitività sui mercati. Ma quanti sono aperti al digitale? Non ancora tanti.

 

 

Giuseppe Pace (esperto internazionale di Ecologia Umana).

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