Napoli celebra Eleonora de Fonseca Pimentel con 70 opere contemporanee
“PARLÒ”: GildaPan trasforma la memoria di Eleonora in arte e testimonianza
Napoli, 9 Maggio – C’è un nome che attraversa i secoli e continua a interrogare Napoli con la forza di una ferita ancora aperta: Eleonora de Fonseca Pimentel. Poetessa, intellettuale, giornalista, protagonista della Rivoluzione Napoletana del 1799, Eleonora torna oggi a vivere attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea nella mostra collettiva “Un segno per Parthenope”, a cura di Aldo Capasso, in programma dal 16 maggio al 5 giugno 2026 presso La Stanza dell’Arte, nel cuore del Vomero, all’ombra di Castel Sant’Elmo.
Settanta opere di piccolo formato, settanta interpretazioni, settanta gesti artistici che diventano altrettanti atti di memoria. Una mostra che non si limita a commemorare una figura storica, ma tenta di riaccendere una coscienza collettiva attorno a una donna che pagò con la vita il coraggio delle proprie idee. Eleonora fu impiccata in Piazza Mercato il 20 agosto 1799 dopo la caduta della Repubblica Napoletana. Eppure, a oltre due secoli di distanza, la sua voce continua a riaffiorare dalle pagine, dalle immagini, dalle tracce lasciate nella cultura europea e nella coscienza civile del Sud.
La collettiva si inserisce nel programma celebrativo di Napoli 2500, con il patrocinio del Comune di Napoli, riaffermando il valore simbolico di una figura che incarna la Napoli colta, rivoluzionaria e visionaria. Non una semplice esposizione, dunque, ma un percorso identitario che unisce arte e storia, contemporaneità e memoria civile.
Il progetto curatoriale di Aldo Capasso nasce come un dialogo corale. Ogni opera rappresenta un “segno” dedicato a Eleonora: frammenti di visione che attraversano linguaggi diversi, dalla pittura all’installazione, dalla materia alla parola. La scelta del piccolo formato amplifica l’intimità del racconto: ogni lavoro appare come una reliquia contemporanea, un frammento emotivo capace di restituire la complessità della figura evocata.
Il vernissage del 16 maggio, dalle 19:30 alle 21:00, vedrà gli interventi di Laura Valente, direttrice artistica di Napoli 2500, Luigi Carbone, presidente della Commissione Turismo, Cultura e Attività Produttive del Comune di Napoli, e del critico d’arte Rosario Pinto. Il giorno successivo, domenica 17 maggio, il Cinema America Hall ospiterà dalle 11:00 alle 13:30 la proiezione delle opere e la presentazione del catalogo della mostra. Un momento pubblico di riflessione e incontro tra artisti, curatori e cittadini, nel segno della memoria condivisa.
Tra gli artisti presenti, emerge con particolare intensità la ricerca di Gilda Pantuliano, artista salernitana che da anni intreccia pratica estetica, attivismo sociale e riflessione politica in un percorso coerente e radicale.
La sua opera in mostra, PARLÒ, appartenente alle serie [Reliquia] e Parole in luce, è molto più di un omaggio a Eleonora de Fonseca Pimentel: è una meditazione visiva sulla cancellazione della memoria, sulla sopravvivenza della parola e sulla violenza esercitata storicamente contro le donne che hanno osato parlare.
L’opera si costruisce attraverso una stratificazione di materiali e significati. Sul fondo affiorano frammenti de Il Monitore Napoletano, il giornale diretto da Eleonora durante la Repubblica del 1799, quasi completamente velati fino a risultare illeggibili. È un gesto artistico che richiama la damnatio memoriae successiva alla sua esecuzione: la cancellazione sistematica di una voce scomoda, rivoluzionaria, libera.
Ma il silenzio, nel lavoro di GildaPan, non è mai definitivo. Sopra quella rimozione emergono parole tratte da Il resto di niente di Enzo Striano, romanzo simbolo dedicato alla figura di Eleonora. Non più la voce diretta della rivoluzionaria, ma la sua eco, la memoria mediata di ciò che resta.
Il volto che prende forma sulla tela non è un ritratto tradizionale: è una presenza instabile, costruita sui frammenti della storia. Gli occhi assumono una dimensione quasi sacrale, soprattutto quello dipinto con il sangue dell’artista stessa, trasformando il gesto pittorico in testimonianza fisica e irriducibile.
Il dettaglio più potente è forse il bavaglio di merletto applicato sulla bocca, decorativo e feroce insieme, simbolo della repressione esercitata dalla nobiltà borbonica. Su quel velo compare la parola “PARLÒ”, composta da capelli umani: materia organica, residuo identitario, traccia di un corpo che continua a opporsi alla cancellazione.
La forza del lavoro di GildaPan risiede nella sua capacità di connettere epoche diverse. La vicenda di Eleonora si intreccia infatti alle immagini contemporanee delle donne iraniane e alle proteste nate dopo la morte di Mahsa Amini. Il motto “Jin, Jiyan, Azadî” — Donna, Vita, Libertà — attraversa idealmente l’opera come un filo rosso che unisce il Settecento rivoluzionario alle battaglie contemporanee contro la repressione del corpo femminile.
Classe 1972, Gilda Pantuliano vive e opera a Salerno, sviluppando una ricerca artistica che si colloca nell’ambito dell’artivismo. La sua pratica unisce denuncia sociale, sperimentazione materica e riflessione ecologica, mantenendo sempre una forte tensione etica.
Fin dagli esordi con il ciclo Le orme sull’acqua, nato a Procida nel 2013, l’artista affronta temi ambientali attraverso collage digitali costruiti su immagini di reti da pesca abbandonate, denuncia visiva della devastazione provocata dalla pesca fantasma nei mari.
Negli anni successivi, il suo lavoro si amplia verso territori antropologici e memoriali. Con Parole in luce, nato durante il lockdown del 2020, GildaPan utilizza pagine recuperate da libri deteriorati dall’umidità per riflettere sulla fragilità della memoria nell’epoca della digitalizzazione del sapere. Un percorso che l’ha portata fino alla Biennale di Venezia 2024, nell’ambito del Padiglione Nazionale Grenada, come membro del collettivo The Perceptive Group.
Con il ciclo [reliquiă], invece, la materia si fa corpo: sangue, capelli, lacrime e spine diventano elementi artistici e politici, strumenti di denuncia della violenza di genere e delle violazioni dei diritti umani, con particolare attenzione alla condizione femminile in Iran.
La presenza di GildaPan all’interno di “Un segno per Parthenope” appare dunque perfettamente coerente con il senso profondo dell’intera mostra: restituire voce a ciò che la storia ha tentato di mettere a tacere.
Visitare “Un segno per Parthenope” significa attraversare un luogo in cui l’arte contemporanea diventa strumento civile. Significa guardare Eleonora de Fonseca Pimentel non come un personaggio del passato, ma come una figura ancora necessaria per comprendere il presente. All’ombra di Castel Sant’Elmo, tra i vicoli del Vomero, Napoli sceglie ancora una volta di raccontarsi attraverso le sue ferite più nobili. E lo fa affidando all’arte il compito più difficile: impedire all’oblio di vincere.
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