Cronaca

Tra Coronavirus e Autismo: Monia Gabaldo, un medico in prima linea [Video]

Napoli, 22 Marzo – La dott.ssa Monia Gabaldo, genetista e pediatra, mamma di tre bambini, è medico presso l’ospedale Carlo Poma di Mantova, in Lombardia. Si sposta per il suo lavoro da Villafranca, Verona, e deve avere maggiore forza in questo periodo di pandemia da Covid 19. Non c’è tempo per soffermarsi sul dolore, deve asciugare le lacrime e reagire, stare attenta; dopo il lavoro deve tornare da Gabriele il marito, sorridere per i suoi tre figli, affetti da autismo, il bimbo di sette anni e i gemelli di cinque. Non deve mollare, non può permettere che la paura e il dolore le cancellino la forza e la speranza che il coronavirus sparisca, sebbene abbia la consapevolezza che sarà lungo il periodo.

Combattere sempre arrendersi mai! È il suo motto. Ed in questo momento così drammatico, in prima linea va assicurando: “Ce la faremo, combattiamo il coronavirus ora e l’autismo per sempre”. Monia Gabaldo, moglie, mamma, medico, è donna di grande esempio e forza prorompente per tutti i genitori che la seguono sui social e le chiedono consigli. Ha in attivo un canale Youtube per condividere miglioramenti e difficoltà con famiglie che vivono la sua stessa situazione con figli autistici.

Si reca in ospedale con un macigno nel cuore, anzi ne ha più di uno, dice sfogandosi.“Quando entro per le porte dell’ospedale vedo mascherine, volti stanchi, non posso aiutarli; salgo le scale per arrivare al 4° piano, evito gli ascensori dove volti bassi e spaventati si recano al loro piano, non posso aiutarli; arrivo ai corridoi del mio reparto e vedo medici, infermieri, oss, stanchi dietro le mascherine usa e getta che vengono usate per giorni, perché ce ne sono poche, non posso aiutarli; vedo una porta chiusa, la stessa che fino a pochi mesi fa ospitava la TIN, ora spostata in una parte nuova e attualmente adibita ai pazienti Covid 19 in TI, non posso aiutarli; vado a cambiarmi e vedo le mie colleghe esauste per la notte trascorsa, hanno dormito poco o niente, hanno assistito i nuovi nati ed i piccoli in TIN, ed io non ho potuto dare alcun  aiuto; arrivo al Nido, cerco di creare un ambiente sereno quando vedo le infermiere stanche e preoccupate, perché conoscono chi sta soffrendo o hanno colleghe o i propri cari trasferiti in reparti a rischio, e non posso fare niente; vedo i piccoli nuovi nati che affrontano le prime “fisiologiche” difficoltà dell’adattamento all’ambiente fuori dall’utero e penso al loro rientro a casa, a questi genitori che non si aspettavano ad una mancata festa, e non potranno far conoscere ai genitori il nipotino, e non posso aiutare; ogni ora sento un’ambulanza a sirene spiegate sia in ospedale ma anche a casa, a Villafranca e penso al personale del 118 e alle vittime del corona virus, e non posso aiutare; vedo il mio primario fare i salti mortali per aiutare tutti nel suo reparto ed altri, e non posso aiutare neanche lei;
vedo la caposala sempre più esausta e preoccupata per le sue infermiere che vengono chiamate in prima linea e non posso aiutare; penso alle aziende chiuse e alle piccole attività che non sappiamo se ce la faranno a rialzarsi dopo questa tragedia e non posso aiutare; affronto il viaggio in auto, vedo posti di blocco e penso a tutte le forze dell’ordine impegnati a far rispettare le regole e non posso aiutare; per la strada vedo i numerosi trasporti pesanti, e penso che è anche colpa mia, perché faccio ordini online, per non far uscire marito e genitori. Pennarelli o lego, cartoleria, pane quotidiano per i miei bambini autistici, hanno bisogno di essere stimolati, e non posso aiutare;
torno a casa e mio marito a malapena si avvicina, spaventato dal coronavirus?  Rispetto delle regole, torno da un brutto ambiente, e non posso aiutarlo; i miei figli mi vedono e vogliono abbracciarmi, io ho paura, ma loro sono autistici ed abbiamo impiegato due anni perché comprendessero l’affetto e i sentimenti e non posso negarglieli.  E se li metto a rischio? Loro hanno bisogno di amore, e se si ammalassero, come potrei mai perdonarmelo?

I miei genitori vivono a poca distanza ma li tengo lontano, mia madre è sottoposta a chemio, se succedesse qualcosa non potrei starle vicino, e non posso aiutarli. Le terapie ai bambini sono state sospese, sono completamente rinchiusi tra le nostre mura, è la scelta giusta? Intanto la gente muore sola, i miei colleghi piangono lacrime amare perché vedono ogni istante la sofferenza nella solitudine ed io sono terrorizzata di fare del male ai miei bambini e famiglia, ma una cosa l’ho imparata proprio dai miei figli. Non possiamo permettere alla paura ed al dolore di cancellare la nostra forza, speranza e voglia di vivere! Continuiamo a combattere, a sorridere, diciamo che andrà tutto bene, perché noi lo faremo andare bene. Non posso fare null’altro di quello che faccio, ci serve l’aiuto di tutti i cittadini”.

Non bastano parole di conforto per questi medici, infermieri, operatori sanitari che affaticati, sfiancati come mai prima, da settimane combattono il nemico più devastante dell’ultimo secolo, toccando anche la morte.

L’appello va ai cittadini che possono fermare l’emergenza rispettando un rigoroso isolamento. Bisogna rimanere a casa. In un momento così cruciale, bisogna fare il massimo sforzo, ora. Seguire le regole e i consigli che ogni giorno i sindaci di tutta Italia reclamano, senza sosta, a viva voce.

 

 

 


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