Dalla sofferenza mentale all’emergenza ambientale, dal disagio giovanile alla responsabilità della politica: nel messaggio per la festa del patrono, monsignor Francesco Marino traccia il volto di una Chiesa che sceglie di abitare le ferite del territorio.
Nola, 22 Giugno – Non un semplice messaggio augurale per la festa patronale. Piuttosto, una vera e propria agenda spirituale e civile per il territorio nolano. Nel giorno della Solennità di San Paolino, patrono della diocesi e figura tra le più luminose del cristianesimo delle origini, il vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, consegna alla comunità un testo intenso e coraggioso: “San Paolino, cantore della magnifica humanitas”.
Un’espressione che racchiude il cuore del suo intervento: recuperare l’autenticità dell’umano in un tempo attraversato da solitudini, paure e contraddizioni sempre più profonde. «Il Vangelo è il balsamo di speranza necessario per le ferite che segnano il nostro cammino», scrive il presule, indicando fin dalle prime righe la doppia anima del suo messaggio: consolazione e provocazione spirituale.
Consolazione per un territorio segnato da fragilità sociali diffuse. Provocazione perché, avverte il vescovo, nessuno può permettersi il lusso dell’indifferenza. La carità, ricorda citando san Paolo, non è un sentimento privato ma una forza che spinge all’azione: «Caritas Christi urget nos».
Il punto di partenza della riflessione è un episodio che, lo scorso marzo, ha profondamente colpito la comunità: il danneggiamento della statua lignea di San Paolino nella cappella dedicata al santo. Un gesto compiuto da una donna segnata da un grave disagio psichico. Monsignor Marino sceglie di non fermarsi allo sdegno. Trasforma quell’accaduto in una parabola del presente.
Mentre la statua viene affidata a un paziente restauro, la diocesi è chiamata a interrogarsi sulle ferite invisibili che attraversano le città: il disagio mentale, la sofferenza sociale, le fragilità spesso ignorate. «Prima ancora di restaurare il legno della statua», scrive il vescovo, «siamo chiamati a restaurare la vera immagine della nostra umanità». È un cambio di prospettiva radicale.
La devozione non può ridursi a ritualità svuotate di significato o a tradizioni ripetute per inerzia. Deve diventare esperienza concreta di prossimità verso chi soffre. La figura di San Paolino, vescovo che scelse di farsi servo degli ultimi, torna così a interrogare il presente.
Il messaggio affronta con chiarezza alcune delle grandi emergenze del nostro tempo. L’accoglienza dei migranti, le criticità legate all’ipotesi di un Centro permanente per il rimpatrio a Castel Volturno, le difficoltà della sanità pubblica, l’inclusione delle persone con disabilità, il dibattito sul fine vita, il lavoro precario e le guerre.
Temi spesso relegati al confronto politico o ideologico che il vescovo riconduce a un’unica domanda fondamentale: quale idea di uomo vogliamo costruire? «Di fronte a tutto questo non possiamo restare indifferenti: è questione di umanità ed è per noi credenti anche questione di fede». La scelta delle parole non lascia spazio a interpretazioni. Per la Chiesa nolana, la testimonianza cristiana passa dalla capacità di leggere i segni del tempo e di farsi carico delle fragilità collettive. La fede non è evasione dalla storia, ma responsabilità dentro la storia.
Tra le pagine più toccanti del messaggio ci sono quelle dedicate alle nuove generazioni. Monsignor Marino richiama il sacrificio di San Paolino, che si offrì schiavo per liberare il figlio di una vedova, e lo mette in dialogo con le ferite dei giovani di oggi. Il riferimento alla morte della ventiduenne Imma, di Pomigliano d’Arco, colpisce per intensità e delicatezza.
Il vescovo affida parole di vicinanza alla famiglia della ragazza, ma al tempo stesso allarga lo sguardo: la sua vicenda diventa simbolo di un disagio che attraversa un’intera generazione. Quando una giovane donna arriva a percepirsi come un peso, osserva il presule, significa che la comunità adulta ha smesso di riconoscere nei giovani il proprio bene più prezioso. È un richiamo severo a famiglie, istituzioni, scuola, Chiesa e società civile.
Occorre tornare a intercettare le paure, le fragilità e le angosce delle nuove generazioni. Perché, ricorda il vescovo citando papa Leone XIV, «noi siamo un desiderio, non un algoritmo». In un tempo dominato dalla prestazione e dall’efficienza, il valore della persona non può essere misurato in termini di utilità. C’è un altro filo rosso che attraversa il messaggio: il legame tra cura del creato e dignità umana. San Paolino, fondatore delle basiliche di Cimitile e promotore di una straordinaria esperienza di accoglienza, viene presentato come un “architetto di civiltà”. La bellezza, per il santo nolano, non era ornamento, ma strumento di promozione umana.
Da qui nasce quella che il vescovo definisce una vera e propria “ecologia della bellezza”. Custodire i luoghi, rispettare gli spazi comuni, difendere l’ambiente significa prendersi cura delle persone.
Il riferimento alla Terra dei Fuochi è esplicito. L’inquinamento, gli scempi ambientali e il degrado del territorio diventano il simbolo di una frattura più profonda: quella tra uomo e bene comune.
Per questo l’appello è concreto. Ridurre l’impatto ambientale delle feste religiose, limitare i fuochi pirotecnici, rispettare la quiete pubblica e scegliere comportamenti sostenibili non sono semplici raccomandazioni ecologiche, ma gesti di responsabilità collettiva.
«Non accendere mai più niente di tossico» è l’invito che risuona come una promessa da trasformare in impegno. Nelle ultime pagine del messaggio, il vescovo si rivolge direttamente ai sindaci e agli amministratori locali appena eletti. La politica, ricorda, non può essere ridotta a gestione del consenso o a esercizio del potere. È una vocazione al bene comune. San Paolino, che fu console e governatore della Campania prima di diventare vescovo, viene indicato come modello di una leadership capace di mettere al centro le persone.
Salute, sostegno alle famiglie, lotta alle disuguaglianze, decoro urbano, raccolta differenziata, inclusione sociale: sono queste le priorità indicate dal presule. Alle parrocchie viene affidato un compito altrettanto impegnativo. Non semplici luoghi di aggregazione, ma laboratori di cittadinanza e “palestre di vita cristiana”, capaci di costruire alleanze con le istituzioni senza rinunciare alla propria autonomia.
C’è una parola che, più di ogni altra, riassume il messaggio di monsignor Marino: amicizia. San Paolino è ricordato dalla tradizione come il “santo dell’amicizia”, uomo capace di costruire ponti in un mondo attraversato da divisioni. Oggi, in un’epoca dominata dall’isolamento e dall’autoreferenzialità, quella lezione torna straordinariamente attuale. L’amicizia, scrive il vescovo, è un’architettura di pace. Significa abbattere i muri dell’indifferenza, riconoscere il volto dell’altro, scegliere la prossimità contro la cultura dello scarto.
Il messaggio per la festa patronale diventa così molto più di una riflessione religiosa. È un invito rivolto all’intera comunità civile. A non arrendersi al declino. A non considerare inevitabili la solitudine, il disagio e la frammentazione sociale. A scegliere, ogni giorno, di diventare artigiani di una comunità che non lascia indietro nessuno. Perché la vera devozione a San Paolino non si misura soltanto nelle celebrazioni o nelle tradizioni. Si misura nella capacità di restituire dignità all’umano. E di trasformare una città in una casa aperta a tutti.
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