Approvata con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astenuti la riforma costituzionale voluta dal governo Meloni. Nordio: “Non è una legge punitiva contro la magistratura”. Le opposizioni: “Un attacco all’indipendenza dei giudici”
Napoli, 31 Ottobre – Con 112 voti favorevoli, 59 contrari e 9 astenuti, il Senato ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale della giustizia, chiudendo la quarta e ultima lettura conforme prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Presenti in aula il ministro della Giustizia Carlo Nordio e i rappresentanti del governo.
Durante la votazione, i senatori del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra hanno protestato mostrando cartelli con la scritta “No ai pieni poteri”, mentre dai banchi del centrodestra si sono levati applausi.
Subito dopo l’approvazione, il Guardasigilli ha ringraziato il Parlamento e ha ribadito la natura “non punitiva” del provvedimento: “Non si tratta di una legge contro la magistratura. Fu Giuliano Vassalli, eroe della Resistenza, a proporre la separazione delle carriere. Parlare di attentato alla Costituzione è improprio.”
Nordio ha confermato il suo impegno in vista del referendum confermativo: “Mi spenderò in prima persona perché il dibattito resti pacato e razionale, non politicizzato. Sarebbe un danno per la magistratura e per la democrazia.” Sui social, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha celebrato il voto come una vittoria politica e istituzionale: “Con l’approvazione in quarta e ultima lettura, compiamo un passo importante verso un sistema più efficiente ed equilibrato. Ora la parola passa ai cittadini.”
Durissime le reazioni del fronte progressista. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha accusato la premier di voler “avere le mani libere” e di porsi “al di sopra della Costituzione”. Giuseppe Conte (M5S) ha parlato di “un disegno politico per sottrarsi ai controlli della magistratura”. Anche Avs ha denunciato un tentativo di “indebolire l’autonomia della giustizia per sottoporla al controllo politico del governo”. Nel campo centrista, le posizioni sono più articolate: Carlo Calenda ha votato con la maggioranza, mentre Matteo Renzi (Iv) ha scelto l’astensione, avvertendo però le opposizioni di non appiattirsi sulle posizioni dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm).
L’Anm, in una nota, ha espresso forte preoccupazione per gli effetti della riforma: “Altera l’assetto dei poteri disegnato dai costituenti e mette a rischio l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Non rende la giustizia più efficiente, ma più esposta all’influenza politica.” Secondo l’associazione, la creazione di due Consigli superiori della magistratura e di un’Alta corte disciplinare comporterebbe un aumento dei costi e aggraverebbe le carenze strutturali già presenti nel sistema giudiziario.
Il testo, firmato da Meloni e Nordio, è arrivato in aula senza modifiche rispetto alla versione originaria del governo. Il passaggio successivo sarà il referendum confermativo, per il quale maggioranza e opposizione hanno già annunciato la raccolta firme. Pd, M5S e Avs intendono promuovere la consultazione per abrogare quella che definiscono “una svolta autoritaria”.
La riforma tocca uno dei punti più sensibili del sistema giudiziario: la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, e la ristrutturazione del Csm.
Per i sostenitori, è un passo verso una giustizia “più imparziale e trasparente”, in linea con i modelli europei. Per i detrattori, rappresenta invece un indebolimento del principio di indipendenza del potere giudiziario e rischia di aumentare i tempi e i costi della macchina giudiziaria. Il referendum confermativo, che si preannuncia altamente politico, sarà dunque la vera cartina di tornasole del rapporto tra cittadini e istituzioni sul terreno, sempre delicato, della giustizia.
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