Cultura

PADRE AUGUSTO…

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Napoli, 9 Gennaio – Con queste parole la principessa Turandot, protagonista del celeberrimo melodramma composto da Giacomo Puccini (poi completato dal musicista Partenopeo Franco Alfano dopo la morte del maestro Lucchese), esordisce nel rivolgersi imperatore della Cina, suo padre, riferendogli di essere a conoscenza del nome di quel nobiluomo Tartaro che aveva osato dichiarare apertamente il sentimento d’amore che provava verso di lei, ormai restia ad unirsi in matrimonio con persone “straniere”. Quando però il genitore le domanda di rivelargli il suddetto nome, la risposta della giovane lo lascia di ghiaccio: per lei, infatti, il principe Calaf, figlio dell’ormai spodestato re dei Tartari, altro non è che….. “Amore”. Sì, dinanzi ad un sentimento del genere vengono meno persino i nomi propri e gli aggettivi che qualificano nazionalità, etnie, lingue e quant’altro serve ad operare distinzioni od addirittura pericolose discriminazioni.
Proprio in ciò va identificato il motivo che ha spinto il celebre direttore d’orchestra Myung-Whun Chung, d’accordo con il sovrintendente del Gran Teatro “La Fenice” di Venezia, ad inserire il finale della “Turandot” nel programma del tradizionale Concerto di Capodanno, la cui seconda parte – la sola trasmessa su Rai Uno ogni primo di gennaio – è interamente dedicata al vastissimo repertorio operistico che la tradizione musicale Europea ha il privilegio di vantare da secoli, alla cui anteprima del ventinove dicembre ho avuto l’onore di assistere di persona, ascoltando con la massima attenzione i brani eseguiti dall’Orchestra. Al direttore ed ai membri di quest’ultima desidero quindi rivolgere un ringraziamento speciale. 
In uno dei miei precedenti lavori ho avuto modo di far capire ad ognuno di voi, carissimi Lettori, che apostrofare la musica classica come “genere obsoleto” o, ancor peggio, “superato” è un errore colossale, dal momento che non di rado sono proprio le trame (ed i personaggi) dei vari drammi in musica ad indurre ciascuno di noi a riflettere sulle proprie azioni od a concentrarci in quella determinata attività cui ci dedichiamo al momento dell’ascolto: ecco spiegata la ragione per cui le note possono essere definite….più potenti delle parole!
Mi auguro, dunque, che il duemiladiciannove possa segnare una svolta radicale nel pensiero di ogni essere umano, orientata al rispetto reciproco, all’armonia e, in particolar modo, a quell’amore autentico, capace di tramutare ogni dramma in un momento gioioso.
Da chi dipende il nostro avvenire? La risposta potrebbe apparire superflua, ma ritengo opportuno porla nuovamente in evidenza: da ciascuno di noi! 
Adriano Spagnuolo Vigorita 

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