Napoli, 6 Dicembre – Nutrivo il proposito di articolare qualche riflessione sul significato del Natale nell’epoca della tecnologia, ma quanto ho avuto modo di leggere sul sito de “Il Messaggero” nell’attendere il treno per Napoli m’ha fatto, di colpo, cambiare idea.
Trovandomi in stazione (all’impiedi, poiché non siamo in Germania!), ho potuto leggere la notizia solamente a volo d’angelo, ma ciò m’è bastato affinché il quadro mi fosse chiaro (in realtà, già lo era qualche annetto fa).
Ebbene, stando a quanto testimoniato dal quotidiano della Capitale, diversi aspiranti all’avvocatura – si badi, gente con un lungo e travagliato percorso formativo alle spalle – vengono costretti dai domini (ossia, dai titolari degli studi presso cui si svolge la pratica) ad eseguire prestazioni che, ahi noi, nulla hanno a che fare col mondo forense, come l’effettuazione di fotocopie, la sistemazione di faldoni sugli scaffali od addirittura la pulizia ed il riordino dello studio a fine giornata, proprio come gli addetti alla sala nei ristoranti (attività che, ovviamente, non intendo in alcun modo denigrare).
Per poco non ho accusato un malore improvviso, cari Lettori! Mi son ricomposto solo perché, avendo bazzicato anch’io in Tribunale, ho udito sovente le comprensive lamentele dei miei omologhi, considerati quasi alla stregua di robottini ricaricabili: umiliante, vero?
Ma il bello viene adesso (e Vi preannuncio che non ho, come si suol dire, scoperto l’America!): questi povericristi, con tanti sogni nel cuore, son costretti, loro malgrado, a fissare con attenzione certosina le banconote di piccolo taglio, dal momento che i loro “padroni” (che, di certo, giammai potranno esser definiti “maestri”) corrispondono loro compensi miserrimi o, addirittura, non gli fan vedere – neppure con l’ausilio del telescopio – il becco di un quattrino, mettendoli in serissime difficoltà nel fare i conti con le problematiche della vita (che gli fan pesare ancora di più, specie se si tratta di persone fuori sede in formazione).
Non intendo dilungarmi ulteriormente per descrivere lo schifo che caratterizza la situazione dei giovani del Foro – che, di fatto, divengono scudieri di quelli che sogliamo definire “Principi” -, ma, in virtù dell’amore incondizionato che provo per l’Avvocatura, reputo d’uopo sottolineare che i malcapitati tirocinanti possono invocare, qualora i domini li trattino come pupazzini, i rimedi che la normativa forense e quella giuslavoristica pongono a loro tutela: per esempio, se al collaboratore di Studio viene imposto di svolger mansioni da segretario, ovvero di rendersi reperibili a qualsiasi ora o, non da ultimo, di recarsi allo Studio anche allorquando la stesura di un atto o di un parere possa aver luogo anche a distanza…egli ben potrà rivolgersi al Consiglio dell’Ordine competente affinché esso infligga al dominus un provvedimento disciplinare, o – nelle situazioni più estreme – adire il Tribunale del Lavoro per vedersi riconoscere la natura subordinata del rapporto. Non bisogna permettere che certa gente lurida la faccia franca: ragionare secondo una siffatta mentalità non rende affatto meritevoli della toga, poiché quest’ultima è simbolo di giustizia, non certo di disonore!
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