Napoli, 24 Agosto – Ci sono guerre che si combattono con le armi e guerre che si combattono con il tempo. Quella di Gaza sembra unire entrambe le logiche: bombe, carestia e logoramento politico si intrecciano in un conflitto che non trova sbocchi e che rischia di inghiottire tanto la Striscia quanto Israele.

Dall’ottobre 2023, gli attacchi israeliani hanno causato oltre 62mila morti e più di 157mila feriti. Numeri che raccontano una tragedia di proporzioni storiche, ma che rischiano di diventare routine, relegati a statistiche che non smuovono più né governi né opinioni pubbliche.

La fame come campo di battaglia – Nelle tende degli sfollati, nei corridoi degli ospedali al collasso, la guerra si misura con un’altra arma: la fame. 289 palestinesi sono già morti per denutrizione, tra cui 115 bambini. Secondo l’Unrwa, almeno 300mila minori soffrono malnutrizione acuta. La carestia non è un effetto collaterale, ma una conseguenza diretta dell’assedio. Lo ha detto senza giri di parole il ministro israeliano Smotrich: «Chi non evacua può morire di fame o arrendersi».

Questa dichiarazione fotografa una verità crudele: in questa guerra, il cibo e l’acqua sono diventati strumenti di pressione politica e militare. È la negazione stessa del diritto umanitario internazionale, ma soprattutto è l’immagine più chiara di una spirale che divora civili prima ancora che combattenti.

Eppure, mentre Gaza muore di fame e di bombe, anche Israele si scopre fragile. La leadership di Netanyahu è contestata come mai prima: il 62% degli israeliani non si fida più del governo. In piazza, migliaia di persone chiedono un accordo per liberare gli ostaggi, mentre i ministri dell’ultradestra rispondono con slogan sulla “vittoria totale”.

Benny Gantz, ex generale ed ex membro del gabinetto di guerra, ha lanciato la proposta di un “governo temporaneo per la liberazione degli ostaggi”. Un tentativo disperato di riportare al centro le vite dei rapiti, più che la sopravvivenza politica di Netanyahu. Ma anche questo piano si è arenato, ostacolato dagli alleati più radicali del premier. La spaccatura è profonda: Israele combatte a Gaza, ma si consuma dentro i propri confini.

A complicare il quadro, ci si mette anche l’alleato storico. Le parole del presidente statunitense Donald Trump – «forse gli ostaggi non sono 20 ma meno» – hanno fatto infuriare le famiglie dei rapiti e alimentato la sfiducia. Una mina diplomatica che mostra quanto perfino Washington sembri sempre meno allineata e sempre più incerta sulla gestione di questa crisi.

Oggi Gaza è un cimitero a cielo aperto. Israele è un Paese diviso e logorato. E la comunità internazionale resta paralizzata, incapace di imporre un cessate il fuoco o almeno corridoi umanitari sicuri. La verità amara è che questa guerra sembra essere entrata in una fase di cronicità: non più un’emergenza da spegnere, ma una condizione permanente che consuma vite e stabilità politica, senza soluzioni all’orizzonte. La domanda non è più solo quando finirà questa guerra, ma se qualcuno abbia davvero l’interesse a farla finire.

La guerra a Gaza appare sempre più come un conflitto senza soluzioni a breve termine. Da una parte un popolo ridotto allo stremo, sotto i bombardamenti e la carestia; dall’altra, una leadership israeliana divisa e sempre meno credibile agli occhi della propria popolazione.

Mentre la comunità internazionale resta incapace di imporre un cessate il fuoco e i negoziati sugli ostaggi arrancano, la Striscia di Gaza continua a trasformarsi in un luogo di morte e distruzione. Ogni giorno, nuovi morti, nuovi feriti, nuove famiglie spezzate. La domanda che incombe è semplice e drammatica: quanto ancora potrà durare questa guerra, e a quale prezzo per israeliani e palestinesi?

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.