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Ciro Mertens: la leggenda napoletana…

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Napoli, 16 Giugno – Ci sono ricordi che tornano in mente come delle istantanee in quei momenti di forte intimità nei quali si cerca di dialogare con se stessi. Si sorride di solito, nostalgicamente, quasi a deridersi per l’inconsapevolezza di ciò che sarebbe accaduto in futuro. Probabilmente Dries Mertens, in quelle immagini rubate alla sua quotidianità, in cui lo vediamo seduto sul balcone di casa a contemplare la città placida e sorniona ai suoi piedi, pensava proprio a quel gol segnato con la maglia del Psv.

Era il 3 ottobre del 2012, una notte gelida per gli azzurri allora guidati da Mazzarri, che si presentarono in Olanda dopo una serie di risultati positivi in patria. Si giocava per la seconda giornata della fase a gironi di Europa League. Fu una dolorosissima lezione di calcio per gli ospiti che imbarcarono tre gol ed uscirono dal campo a testa bassa. Tra questi in particolare quello di un venticinquenne belga, siamo all’inizio della storia. Dries Mertens era arrivato a vestire la maglia biancorossa l’anno precedente (luglio 2011) stagione nella quale era riuscito ad alzare al cielo la Coppa Olandese. Era molto apprezzato ad Eindhoven ed al termine del biennio trascorso lì arrivò a totalizzare 45 reti e 43 assist, oltre ad arricchire ulteriormente il suo palmarès con una Supercoppa Olandese. Nell’estate del 2013, poi, ci fu la chiamata di De Laurentiis.

Al Napoli serviva un rincalzo che concedesse ad Insigne qualche occasione per rifiatare, il patròn azzurro si ricordò di quella triste notte olandese e di quanto fosse rimasto impressionato dalla prova di quel folletto che mise a ferro e fuoco la fascia sinistra del Philips Stadium. Circa dieci milioni di euro dovette sborsare per portarlo a disposizione della squadra di Rafa Benitez. Al primo anno si guadagnò la fama dello spaccapartite, perché la sua incredibile esplosività legata alla rapidità nelle giocate oltre che alla spiccata qualità tecnica lo rendevano un fattore capace di impattare in maniera decisiva sullo sviluppo delle gare, ma la sua incostanza limitava ciò solo alle specifiche situazioni nelle quali subentrava dalla panchina. Per questo motivo, i primi tre anni, che portarono gli azzurri alla conquista di una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana, li trascorse come l’ombra di Lorenzo Insigne, innescando discussioni, nelle frequenti occasioni in cui il pubblico si scagliava contro il napoletano, mai arrivato ad essere apprezzato a pieno da quelle parti, su chi si meritasse effettivamente di scendere in campo nelle vesti di titolare. Gli allenatori hanno sempre preferito l’attuale capitano, situazione spesso anche molto sofferta dal belga, incendiato dentro dal fuoco della competizione, infatti il suo motore propulsivo ed il motivo che lo rende così tanto amato dal pubblico napoletano e apprezzato in generale da quello italiano, è la sua insaziabile fame di gloria che lo porta a sobbarcarsi costantemente responsabilità all’apparenza esorbitanti ma che dimostra di saper sostenere e sopportare.

Lo stesso motivo per cui la sua mutazione da bagatellare esterno d’attacco a determinante e micidiale punta centrale è stato un processo naturalissimo. Gonzalo Higuain aveva scelto la strada dei trofei andando a firmare con la Juventus e consumando il famoso “tradimento”. Al Napoli, nonostante l’acquisto del buon Milik, mancava una presenza forte lì davanti, qualcuno capace di infiammare la piazza, un capopopolo con quelle specifiche caratteristiche. Dunque, dopo l’infortunio del polacco, Maurizio Sarri, che le aveva già da tempo individuate in Mertens, decise di giocarsi questa scommessa, già convinto in partenza di avere ragione. Salvo le prime partite di assortimento, le prestazioni di “Ciro” sono state un compendio di spietato cinismo e guizzi di puro ingegno e genialità. Ciro appunto, perché, come dichiarato dallo scrittore partenopeo Maurizio De Giovanni, il belga è la dimostrazione pratica che essere napoletani non riguarda il luogo di nascita: egli, esattamente come Maradona, ha trovato fatalmente Napoli sul suo cammino, senza sapere di appartenervi da sempre. Ecco perché la chiamata dell’Inter non è stata sufficientemente persuasiva per lui: la sua figura, la sua personalità è perfettamente complementare con l’ambiente azzurro, l’unico in grado di acuire e soddisfare la sua fame di gloria, di cui prima, in andamento ciclico.

 Ironia della sorte, il centoventiduesimo gol, che lo ha consegnato al gotha del club partenopeo e quello decisivo per la qualificazione alla finale di Coppa Italia, altra ghiotta occasione per consegnarsi alla leggenda in quel di Napoli, lo ha messo a segno proprio ai nerazzurri, quasi come a respingere le lusinghiere offerte, quasi come un giuramento d’amore eterno.

 

Matteo Ariola

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