Dal giorno dell’esonero all’annuncio che gli cambiò la vita: così il commissario tecnico basco ha costruito, nell’ombra, la generazione capace di riportare la Spagna sul tetto del mondo.
Napoli, 21 Luglio – Ci sono allenatori che arrivano sul tetto del mondo seguendo una strada già tracciata. Luis de la Fuente, invece, ha dovuto costruirsela centimetro dopo centimetro, quando nessuno sembrava più credere in lui.
Nell’ottobre del 2011 il calcio gli voltò le spalle. L’avventura sulla panchina dell’Alavés si concluse dopo appena nove giornate di Segunda División B. Un esonero come tanti, almeno in apparenza. In realtà fu molto di più: il telefono smise di squillare, le offerte sparirono e la carriera di quel tecnico basco sembrò essersi fermata nel momento peggiore.
Per settimane non arrivò nessuna chiamata. Poi accadde qualcosa che nessuno avrebbe mai immaginato. Sfogliando un giornale, De la Fuente trovò un piccolo annuncio della Federazione calcistica spagnola. Cercavano allenatori per le nazionali giovanili. Non era il sogno di chi immagina grandi stadi e riflettori, ma rappresentava un’opportunità. Lui si presentò al colloquio senza pretese, con la sola convinzione di poter ancora insegnare calcio. Fu assunto.
Quella che sembrava una soluzione temporanea diventò la svolta della sua vita. Mentre il grande calcio continuava a ignorarlo, Luis de la Fuente iniziò a costruire, nel silenzio, il futuro della Spagna. Giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, crebbe una generazione di talenti destinata a dominare il calcio europeo e mondiale. Pedri, Gavi, Nico Williams, Lamine Yamal, Pau Cubarsí e tanti altri passarono dalle sue mani prima di conquistare il grande palcoscenico. Li vide adolescenti, ne accompagnò la crescita, ne plasmò il carattere e trasmise loro un’identità calcistica destinata a diventare il marchio della nuova Roja.
Per anni lavorò lontano dai riflettori. Mentre altri collezionavano contratti prestigiosi e copertine, lui costruiva il futuro.
Quando nel 2022 Luis Enrique lasciò la guida della nazionale maggiore dopo il Mondiale in Qatar, la Federazione spagnola si trovò davanti a un bivio. Poteva affidarsi a un nome di richiamo oppure premiare chi, nell’ombra, aveva formato l’intera ossatura della nuova generazione.
Scelse Luis de la Fuente. Molti accolsero quella decisione con scetticismo. Per il grande pubblico era quasi uno sconosciuto. Per chi lavorava quotidianamente nel calcio spagnolo, invece, rappresentava l’uomo che conosceva quei giocatori meglio di chiunque altro.
Il tempo ha dato ragione alla Federazione. Nel giro di quattro anni la Spagna ha costruito uno dei cicli più straordinari della sua storia. Prima la UEFA Nations League. Poi il Campionato Europeo. Infine il trionfo che consacra ogni generazione: la Coppa del Mondo.
La finale del Mondiale 2026 contro l’Argentina resterà negli archivi non solo per il gol di Ferran Torres, arrivato nel secondo tempo supplementare, ma per la dimostrazione di superiorità offerta dalla Roja. Nei novanta minuti regolamentari la nazionale campione del mondo uscente non è riuscita nemmeno una volta a inquadrare lo specchio della porta. Mai, nella storia delle finali mondiali, era accaduto qualcosa di simile. Fu la sintesi perfetta del calcio di De la Fuente: organizzazione, controllo, equilibrio e una squadra capace di togliere ossigeno anche agli avversari più forti.
Ma è osservando il percorso complessivo che si comprende la grandezza dell’impresa. La Spagna ha chiuso il Mondiale subendo un solo gol in tutto il torneo, un primato mai raggiunto da una nazionale campione del mondo. Ha allungato a trentotto la serie di partite ufficiali senza sconfitte, superando il record stabilito dall’Italia di Roberto Mancini. Numeri che raccontano una squadra quasi perfetta, costruita senza clamore ma con un’identità tecnica e mentale ormai inconfondibile.
E forse non poteva esserci epilogo migliore. Perché questa non è soltanto la storia di un commissario tecnico che ha vinto tutto. È la storia di un uomo che non ha mai smesso di credere nel proprio lavoro quando il calcio sembrava averlo dimenticato.
Mentre altri cercavano il successo immediato, lui insegnava calcio ai ragazzi. Mentre il suo nome scompariva dalle cronache, continuava a formare la generazione che, un giorno, lo avrebbe portato sul tetto del mondo.
A 64 anni Luis de la Fuente è diventato il commissario tecnico più anziano a vincere una Coppa del Mondo. Un record che ha un sapore particolare, perché racconta quanto il tempo possa essere un alleato di chi non smette mai di costruire.
Quindici anni prima era un allenatore disoccupato che leggeva gli annunci di lavoro sul giornale. Oggi è l’uomo che ha riportato la Spagna sul trono del calcio mondiale. È la dimostrazione più autentica che il destino, a volte, non premia chi arriva per primo, ma chi continua a camminare anche quando la strada sembra finita.
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