La notte di Neres, il riscatto del Napoli: Supercoppa azzurra a Riad
Napoli, 23 Dicembre – Undici anni dopo, la Supercoppa Italia torna a parlare napoletano. Cambia lo scenario, da Doha a Riad, cambia il formato, da due a quattro squadre, ma non cambia la sostanza: quando il Napoli alza un trofeo lo fa sempre attraversando il tempo, legando passato, presente e futuro in un unico racconto. Era il 22 dicembre 2014 con Higuaín, lo era stato nel 1990 con Maradona. È di nuovo il 22 dicembre, e questa volta il volto della vittoria è quello sorridente e feroce di David Neres.
La doppietta del brasiliano stende il Bologna e consegna agli azzurri la terza Supercoppa della loro storia. Due gol diversi e complementari, come due istantanee della serata: il primo è un colpo da artista, una traiettoria a giro che manda in frantumi pressing e costruzione dal basso di Vincenzo Italiano; il secondo nasce dal caos, da un errore avversario trasformato in poesia con un tocco sotto che vale il 2-0 e chiude i conti. Poteva essere tris, se solo il traversone di Hojlund avesse trovato un piede più educato. Ma non serviva infierire: il messaggio era già chiarissimo.
Questa Supercoppa non è soltanto un trofeo. È la cartina di tornasole di un Napoli che ha saputo soffrire, attendere, riorganizzarsi. La squadra di Antonio Conte non si fa ingabbiare, non perde lucidità, ragiona. Si prende il campo centimetro dopo centimetro e colpisce nel momento giusto. Così facendo annichilisce il Bologna e spazza via anche i fantasmi recenti: la pesante sconfitta in campionato al Dall’Ara, le voci, i dubbi, persino quel venticello surreale che immaginava un futuro incrocio tra Italiano e la panchina azzurra. Ipotesi cancellate con la forza dei fatti. E con un trofeo in mano.
Perché questa coppa nasce nella tempesta. Dopo Bologna il Napoli aveva vacillato, scosso nelle fondamenta. Gli infortuni avevano tolto di mezzo mezza ossatura — Anguissa, Lukaku, De Bruyne, Gilmour — costringendo Conte a reinventare la squadra. È stato lì che gli azzurri si sono ritrovati, indossando una nuova veste tattica e, soprattutto, una nuova pelle mentale. La vittoria in Arabia Saudita chiude idealmente quel cerchio e restituisce energia, fiducia, prospettiva. Gennaio sarà ancora un mese di resistenza, ma affrontarlo con il sapore del successo è come bere qualcosa che attenua la fatica e rianima lo spirito.
Aurelio De Laurentiis esulta, ma avverte. Ricorda che Conte è un maestro che non ha bisogno di tempo per vincere, invita i tifosi a sognare, ma predica attenzione: la Cremonese è già dietro l’angolo. Il presidente celebra un dato simbolico — due trofei nello stesso anno, evento che a Napoli mancava dai tempi di Maradona — e allo stesso tempo ribadisce la sua fiducia nelle scelte fatte, sul campo e fuori.
Conte, dal canto suo, tiene la barra dritta. Elogia i giocatori, sottolinea la qualità del lavoro svolto, rivendica la crescita tattica e mentale della squadra. Ricorda che nel calcio conta solo vincere, perché nessuno si ricorda dei secondi. Ma frena facili entusiasmi sul campionato: il Napoli non comanda, non è pronto, la corsa alle prime quattro resta dura e piena di ostacoli.
Ed è forse qui la chiave più autentica di questa Supercoppa. Non un punto di arrivo, ma una ripartenza. Un trofeo che non promette trionfi automatici, ma certifica una cosa fondamentale: il Napoli è vivo, ha reagito, sa colpire quando conta. E mentre la coppa brilla sotto il cielo di Riad, a Napoli torna qualcosa di ancora più prezioso: la sensazione di avere di nuovo una squadra capace di guardare avanti senza paura.
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