Napoli, 1 Ottobre – Il 30 novembre potrebbe segnare una svolta nella gestione degli autovelox in Italia. Entro quella data, infatti, i Comuni saranno obbligati a comunicare al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) tutti i dati relativi ai dispositivi di rilevamento della velocità: marca, modello, matricola, ubicazione e specifiche tecniche. In assenza di tale comunicazione, gli apparecchi dovranno essere disattivati, rendendo nulle le sanzioni comminate.
Il decreto ministeriale che introduce il censimento nazionale degli autovelox è stato presentato come una svolta in termini di trasparenza e tutela degli automobilisti. Per il Sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante, si tratta di “un’operazione attesa da tempo, che garantirà una mappatura completa dei dispositivi e la libera consultazione dei dati da parte dei cittadini”.
Dietro il provvedimento non c’è solo l’esigenza di catalogare i dispositivi, ma anche di sanare una situazione diventata esplosiva sul piano legale. Dal 2024, infatti, la Cassazione ha stabilito la nullità delle multe elevate da apparecchi approvati ma non omologati. La pronuncia ha aperto un fronte di ricorsi di massa: secondo il Codacons, quasi il 60% degli autovelox fissi e oltre il 67% di quelli mobili non sarebbe conforme. Una quota altissima, che mina la credibilità del sistema e mette a rischio milioni di verbali.
La nuova piattaforma del Mit, dunque, rappresenta un tentativo di riportare ordine, imponendo ai Comuni di dichiarare in maniera trasparente quali strumenti vengono utilizzati e con quali caratteristiche tecniche.
Il peso economico e politico degli autovelox – Il tema non riguarda soltanto la sicurezza stradale, ma anche le finanze locali. Nel 2023, secondo Assoutenti, le multe da autovelox hanno generato oltre 7 milioni di euro di incassi per i Comuni, spesso accusati di utilizzare i dispositivi più come strumenti di cassa che di prevenzione.
In aree particolarmente controverse, come la statale Telesina o le arterie del Salento, i cittadini hanno denunciato un utilizzo distorto degli apparecchi, percepiti più come trappole che come deterrenti. Da qui la crescente pressione delle associazioni dei consumatori, che chiedono regole certe e un uso proporzionato degli strumenti di controllo.
La scadenza del 30 novembre si configura quindi come un test politico e amministrativo. Da un lato, il Mit cerca di imporre un principio di legalità e trasparenza, dall’altro i Comuni dovranno bilanciare la perdita di entrate con l’obbligo di adeguarsi a norme più stringenti.
Resta però irrisolta la questione dell’omologazione, che rischia di rendere inefficace il censimento se non accompagnata da un chiarimento normativo definitivo. In assenza di una soluzione strutturale, il 30 novembre rischia di non essere un punto di arrivo, ma solo una tappa intermedia in un contenzioso che oppone automobilisti, amministrazioni locali e governo centrale.
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