Boss in carcere dirigeva estorsioni e pestaggi: 21 indagati nel Casertano

Caserta, 11 Febbraio – Il rito della “pungitura”, con il sangue fatto uscire da un dito come segno di affiliazione, e persino l’esplosione di colpi d’arma da fuoco contro una caserma dei carabinieri per dimostrare fedeltà e coraggio. Sarebbero questi alcuni dei passaggi obbligati per entrare nel clan Gagliardi, organizzazione ritenuta erede del clan La Torre di Mondragone.

Sono 21 le persone destinatarie di misure eseguite dai carabinieri del comando provinciale di Caserta, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea guidata dal procuratore Nicola Gratteri e dall’aggiunto Michele Del Prete. A vario titolo, gli indagati sono accusati di associazione per delinquere di tipo mafioso, con l’aggravante della finalità di spaccio di droga, oltre che di estorsione, minacce e violenze ai danni di commercianti e imprenditori che si sarebbero rifiutati di pagare il pizzo.

Nel corso della conferenza stampa, alla presenza del comandante provinciale dei carabinieri Manuel Scarso, il procuratore Gratteri ha descritto il gruppo come «una struttura che ricorda molto la ’ndrangheta per il rito tipicamente mafioso della pungitura. Una struttura chiusa e pericolosa, collegata dall’esterno al carcere con il capo, Angelo Gagliardi, ex affiliato al clan La Torre».

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il presunto vertice dell’organizzazione, detenuto, avrebbe continuato a impartire ordini dal carcere. Attraverso videochiamate avrebbe assistito alle intimidazioni e alle aggressioni contro le vittime delle estorsioni che non volevano piegarsi alle richieste del clan, intervenendo poi per fermare i suoi uomini.

Le indagini, avviate nel settembre 2023, hanno documentato un sistema strutturato di spaccio di sostanze stupefacenti e di imposizione del pizzo sul territorio. Tra gli episodi contestati anche il tentativo, rivelatosi vano, di utilizzare una donna, presentata come presunta amante di un carabiniere, per proteggere un carico di droga poi sequestrato.

Emerso inoltre il caso di uno spacciatore che avrebbe tentato di sottrarre droga all’organizzazione. A fermarlo sarebbe stato il padre, ex collaboratore di giustizia, che una volta appreso chi guidava il gruppo avrebbe imposto al figlio di restituire quanto sottratto.

L’inchiesta restituisce l’immagine di un’organizzazione radicata e strutturata, capace di mantenere il controllo del territorio e di rafforzare il vincolo associativo attraverso rituali di affiliazione e azioni dimostrative, anche contro obiettivi istituzionali. Le posizioni degli indagati saranno ora vagliate dall’autorità giudiziaria nelle successive fasi del procedimento.

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