Non la solita operazione nostalgia, ma un’analisi a cuore aperto di un patrimonio musicale immenso. Alla 47ª edizione di Città Spettacolo, le voci di Sastri, Gragnaniello e Sarnelli celebrano il primo Premio “Personalità Leggendarie”. Perché Peppino Faiella non ha solo scritto canzoni: ha inventato un suono.

Benevento, 29 Agosto — Ci sono artisti che il tempo lo subiscono, e altri che, quasi per una misteriosa alchimia del talento, finiscono per dettarlo. Peppino di Capri non si è limitato ad attraversare le epoche della canzone italiana: le ha letteralmente arredate. E ha commesso quello che, per un critico musicale, è il più splendido dei “reati”: far credere a tutti che la sua fosse una musica semplice, da night club, mentre in realtà stava compiendo una rivoluzione copernicana. Prima che il cantautorato impegnato si prendesse i salotti, Peppino – all’anagrafe Giuseppe Faiella – ha preso la melodia classica napoletana, le ha tolto il mandolino e le ha iniettato nelle vene il ritmo sincopato del rock and roll americano e l’eleganza del twist. È stato il nostro primo, vero crooner internazionale: un uomo capace di fondere il Golfo di Napoli con le luci di Broadway, poggiando le mani su un pianoforte che non era mai solo accompagnamento, ma motore ritmico e anima del brano.

È con questa consapevolezza che Benevento, nella magnifica cornice di Casa Rummo, ha scelto di fermare gli orologi per una notte. Non per un tributo polveroso, né per il classico rito del “come eravamo”, ma per un’operazione di memoria viva e pulsante. L’occasione è stata la serata “Grazie Peppino”, gemma preziosa della 47ª edizione di Benevento Città Spettacolo, evento che ha tenuto a battesimo la prima edizione del Premio “Personalità Leggendarie”. Un riconoscimento che, se fosse stato assegnato a chiunque altro per l’inaugurazione, sarebbe sembrato prematuro o fuori fuoco. Con Peppino, è sembrato un atto dovuto: la certificazione di un’impronta genetica lasciata nella cultura del Paese. Sotto l’attenta regia di Renato Giordano, la serata ha sfuggito la trappola del panegirico per farsi spartito a più voci. A tenere le fila di questo mosaico emotivo, il garbo istituzionale ma appassionato di Gigi Marzullo, nocchiero di un viaggio che ha portato sul palco generazioni e sensibilità diametralmente opposte, eppure unite dallo stesso pentagramma. Ascoltare il songbook di Peppino di Capri reinterpretato da anime così diverse è stata un’epifania critica. C’era Lina Sastri, che con la sua drammaturgia teatrale ha restituito la carne e il sangue alle parole, dimostrando come le canzoni di Peppino possiedano uno spessore testuale troppo spesso offuscato dalla levità delle melodie.

C’era Enzo Gragnaniello, lo sciamano dei Quartieri Spagnoli, che ha graffiato quelle stesse note portandole in una dimensione ancestrale, viscerale, ricordandoci che il blues e la canzone napoletana, in fondo, sono cugini di primo grado. E poi Monica Sarnelli, che con la sua vocalità pop-soul ha evidenziato quanto quel repertorio sia ancora oggi modernissimo, duttile, capace di flettersi senza mai spezzarsi. Ma la chiave di volta, il ponte tra l’icona pubblica e l’uomo privato, è stata la presenza di Edo Faiella. Il figlio dell’artista non ha portato in dote solo l’emozione del sangue, ma un solido talento da musicista, prendendo in mano il coordinamento musicale dell’evento. Tramite i suoi arrangiamenti e i suoi ricordi, il pubblico ha potuto sbirciare dietro il sipario del mito, scoprendo la fatica della ricerca armonica e la dedizione assoluta al mestiere che si celano dietro l’apparente savoir-faire di chi canta “Champagne” sorridendo. L’eco di questo patrimonio è talmente vasta da aver ormai tracimato dalla musica per farsi cinema, come ha testimoniato la presenza sul palco di Francesco Del Gaudio, l’attore che ha prestato volto e gesti a Peppino nel film biografico a lui dedicato.

Un tassello in più che dimostra come l’estetica “caprese” e l’etica del lavoro di Faiella siano ormai materia da racconto epico, tradotta in linguaggi sempre nuovi. Benevento ha sussurrato, e poi gridato, il suo “Grazie Peppino”. Ma il senso più profondo della serata non stava nei discorsi di rito. Stava nell’aria. Stava nel rendersi conto che, da decenni, questo signore dietro gli occhiali scuri ci insegna che l’eleganza non urla mai, e che una canzone, se scritta con l’anima e cesellata con la tecnica, può tranquillamente ignorare l’orologio della storia. La vera grandezza non è fare una hit per un’estate, ma scrivere la colonna sonora della vita di tre generazioni, lasciando intatta l’illusione che quella musica, in fondo, sia stata scritta apposta per ciascuno di noi.

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PH: Dante Di Stadio
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Giovanni Pio Battaglino
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