Pompei, 16 Aprile Si accendono, uno dopo l’altro, come stelle su uno sfondo di lava e silenzio. Oltre 600 nomi di donne tornano alla luce a Pompei, sulla soglia della Palestra Grande, dove la nuova mostra “Essere Donna nell’Antica Pompei” prende vita. È una porta sul passato che si apre, svelando voci dimenticate, gesti quotidiani cristallizzati per sempre il giorno in cui il Vesuvio si risvegliò, nel 79 d.C.

Tra utensili da cucina, monili, oggetti da toeletta e persino uno speculum ginecologico, la mostra – visitabile fino al 31 dicembre 2026 – racconta storie di donne comuni e straordinarie, imprenditrici e schiave, madri, amanti, artigiane, bambine mai cresciute. Il percorso è guidato da otto volti femminili realmente vissuti, che sembrano ancora abitare le strade pietrose della città: Flavia Agatea, Eumachia, Mamia, Nevoleia Tyche, Asellina, Giulia Felice, Eutychis, Amaryllis.

Sono loro a restituire umanità a quei vicoli, a quei luoghi che parlano di vita e di morte. Al Termopolio di Asellina si sente ancora l’eco dei clienti; nella Casa di Giulia Felice, l’eleganza di una donna indipendente. E nella Casa dei Vetti, Eutychis racconta il suo mestiere più antico, vissuto però con una dignità che sfida i secoli.

La mostra nasce come naturale seguito de “L’Altra Pompei”, dedicata agli invisibili del passato. Ora, però, l’invisibile prende un volto femminile. «Le donne romane avevano voce, ma flebile. Noi abbiamo voluto farla risuonare», dice Daniela Mapelli, rettrice dell’Università di Padova. E quella voce parla anche delle bambine che non potevano vivere se non erano primogenite, di una società che le rifiutava alla nascita, eppure le vedeva crescere come studiose, guaritrici, sacerdotesse.

Il Parco Archeologico di Pompei ha voluto offrire non solo uno sguardo nuovo, ma anche una fruizione consapevole. Con un tetto massimo di 20mila ingressi al giorno, il direttore Gabriel Zuchtriegel ha potenziato i percorsi verso i siti minori e promuove un turismo che non divora, ma ascolta. In fondo, è proprio questo l’invito della mostra: fermarsi, guardare, ascoltare. Perché la storia, a volte, parla con voce di donna.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.