Napoli, 2 Maggio – Torino è solo l’ultimo palcoscenico, in ordine di tempo, di un copione ormai tristemente noto che sta trasformando le nostre città in teatri di guerriglia urbana e degrado. Quello a cui stiamo assistendo in queste settimane non ha nulla a che vedere con il sacrosanto diritto di dissenso o con le grandi battaglie civili del passato. La situazione è semplicemente fuori controllo. Le piazze, un tempo cuore pulsante del dibattito democratico, sono state prese in ostaggio da frange estremiste e bande di giovanissimi che utilizzano il pretesto politico per instaurare vere e proprie zone franche.
La cronaca delle continue manifestazioni della sinistra radicale e dei collettivi ci restituisce un’immagine desolante: cortei che degenerano sistematicamente in scontri con le forze dell’ordine, vetrine infrante, monumenti imbrattati. Ma c’è un aspetto, forse ancora più allarmante del vandalismo, che emerge osservando queste piazze: l’alienazione di intere schiere di ragazzi. Tra i fumi dell’ennesimo spinello consumato alla luce del sole e l’uso ormai sdoganato e regolare di sostanze stupefacenti, si aggirano giovani che sembrano aver perso qualsiasi contatto con la realtà e con il senso civico. Lo “sballo” è diventato il vero collante sociale di queste adunate, trasformando la protesta in uno sfogatoio nichilista. Tuttavia, il vero, tragico paradosso di queste piazze si consuma sul piano ideologico e culturale, a partire da un’appropriazione indebita che sfiora il ridicolo: l’uso sistematico e distorto di “Bella Ciao”.
Cantata a squarciagola nei cortei antagonisti come se fosse l’inno fondativo del comunismo e della sinistra radicale, questa canzone rappresenta storicamente l’esatto opposto di ciò per cui viene oggi strumentalizzata. I dati storiografici (confermati da storici della Resistenza come Cesare Bermani o Stefano Pivato) sono inequivocabili e smontano questo falso storico: “Non era il canto dei comunisti”. Durante la Seconda Guerra Mondiale, “Bella Ciao” era un canto minoritario, intonato quasi esclusivamente dai combattenti della Brigata Maiella in Abruzzo (che non era comunista) e in alcune circoscritte zone dell’Emilia.
L’inno comunista era un altro: le Brigate Garibaldi, di estrazione comunista, cantavano orgogliosamente “Fischia il vento”, un brano con testo esplicitamente ideologico cantato sulla melodia popolare sovietica “Katyusha”. Bella Ciao divenne l’inno ufficiale della Resistenza solo a guerra finita, consacrata definitivamente nei primi anni ’60 (in particolare al Festival di Spoleto del 1964). E la ragione della sua adozione istituzionale è cruciale: fu scelta proprio perché priva di qualsiasi riferimento al comunismo o alla lotta di classe. Il testo parla unicamente di un “invasore” e di libertà. Era, ed è, un canto patriottico pensato per unire tutte le anime del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): cattolici, liberali, monarchici, azionisti, socialisti e, ovviamente, comunisti. Trasformare oggi “Bella Ciao” nel “jingle” dei centri sociali, usandola per accompagnare bandiere rosse o per contestare le istituzioni democratiche in un delirio anti-sistema, è un insulto alla storia. Significa declassare un canto unitario di liberazione nazionale a mero slogan di una fazione politica. E la fazione in questione è quella che sventola con orgoglio falce e martello.
Una deriva che testimonia il fallimento colossale del nostro sistema educativo. Mentre rifiutano le regole basilari della convivenza civile, questi giovani inneggiano al comunismo ignorando – o peggio, giustificando – la scia di sangue che ha lasciato dietro di sé. I fatti storici e i numeri non sono opinioni. Il comunismo, nelle sue applicazioni pratiche durante il XX secolo, detiene il macabro primato di essere stato il sistema politico che ha causato il maggior numero di morti nella storia dell’umanità. I dati sistematizzati da decenni di ricerca storiografica (culminati in opere come “Il libro nero del comunismo”) parlano di una stima agghiacciante: circa 100 milioni di vittime globali. L’Unione Sovietica, culla dell’ideologia, ha registrato circa 20 milioni di morti, tra le purghe staliniane, le deportazioni nei Gulag siberiani e l’Holodomor, la carestia artificiale che nei primi anni ’30 sterminò milioni di contadini ucraini per piegarne la resistenza. La Cina maoista ha un bilancio se possibile ancora più devastante, stimato intorno ai 65 milioni di vittime, spazzate via dalle folli riforme economiche del “Grande balzo in avanti” (che generò la più grave carestia della storia umana) e dalla sanguinaria repressione della “Rivoluzione Culturale”.
Il record in proporzione alla popolazione spetta però alla Cambogia dei Khmer Rossi: tra il 1975 e il 1979, il regime comunista di Pol Pot sterminò circa due milioni di persone, ovvero un quarto degli abitanti del Paese, giustiziando chiunque fosse ritenuto un “nemico del popolo”, spesso anche solo per il fatto di indossare gli occhiali (considerato simbolo di intellettualismo borghese). Inneggiare a questa ideologia oggi, intonando per giunta una canzone che nacque proprio per superare le divisioni ideologiche e abbattere gli oppressori, non è un atto di “ribellione”. È crassa ignoranza mescolata a un preoccupante analfabetismo morale. Tollerare che le nostre città vengano prese in ostaggio da gruppi che mescolano delinquenza, tossicodipendenza e apologia di regimi totalitari è un lusso che una democrazia occidentale non può permettersi. È tempo che le istituzioni garantiscano l’ordine pubblico senza timori reverenziali, e che il mondo della cultura smetta di coccolare queste derive. La libertà di manifestare è un pilastro repubblicano; il teppismo e l’elogio delle dittature no. E “Bella Ciao”, per fortuna, non appartiene a chi sfascia le vetrine.
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