Cultura

Perseverance ci aiuterà a conoscere l’ambiente di Marte (Galileo lo avvistò nel 1609) e quello terrestre

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Napoli, 20 Febbraio – Il rover Perseverance è sul suolo di Marte per aiutarci a conoscere Marte, ma anche l’ambiente della terra come ribadisce l’astronomo italiano L. Palmisano. Nella serata del 18 c. m. il rover della Nasa ha toccato il suolo del pianeta Marte. La sonda ha iniziato a inviare le prime spettacolari immagini.  I controllori del volo  “hanno confermato che il rover Perseverance della Nasa, con l’elicottero Ingenuity Mars attaccato alla pancia, è atterrato in sicurezza su Marte” e gli ingegneri hanno iniziato ad analizzare i dati. Esistono i marziani? Ricordo che nei primi anni Sessanta del secolo scorso, leggevo sulla Domenica del Corriere di possibili marziani. Allora come ora penso che se i marziani non vengono dai terrestri siamo noi ad andare nel loro ambiente. In effetti per i grandi problemi ambientali naturali come il riscaldamento climatico studiare cosa è avvenuto su Marte può aiutarci a capire meglio. Il nuovo Governo italiano presieduto da M. Draghi ha messo nel programma di presentazione alle Camere il problema ecologico-ambientale globale da risanare, citando anche le preoccupazioni dello Stato del Vaticano.

Studiare l’Ambiente significa percepire e comprendere non solo la natura, ma anche la cultura, che oggi naviga in digitale con la quarta rivoluzione industriale. Ambiente dunque come insieme di Natura e Cultura dove la seconda regola e plasma la prima e non più viceversa. Il primo a farci conoscere Marte, fuori dalla magica mitologia, che ci vedeva spesso semidivini, fu Galileo Galilei da Padova, dove insegnò dal 1592 al 1610. Egli  fu il primo studioso dell’ambiente di Marte con la cultura innovativa che professava ed applicava puntando il telescopio nel 1609 verso il pianeta rosso, che dista 225 milioni di km dall’ambiente della Terra. Dopo Galileo bisogna attendere circa 3 secoli per risentire parlare dell’ambiente di Marte con i “Canali di Schiapparelli”. Tali canali furono le osservazioni al telescopio di Marte effettuate dall’Ing. piemontese Schiaparelli che le illustrò anche in tre pubblicazioni: “Il pianeta Marte” 1983, “La vita sul pianeta Marte” 1895 e “Il pianeta Marte” del 1909. Nel 1877 Giovanni Schiaparelli osservò sulla superficie del pianeta Marte una fitta rete di strutture lineari che chiamò “canali“. I Canali di Marte o di Schiaparelli divennero famosi, dando origine a non poche ipotesi, polemiche, speculazioni e folklore sulle possibilità che Marte potesse ospitare forme di vita senzienti. Direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera G. Schiaparelli dal 1862 al 1900, si mostrò cauto nell’esprimersi riguardo all’ipotesi di una civiltà intelligente su Marte. Nonostante ciò, anche lui si lasciò contagiare almeno una volta dalla “febbre marziana“: in un articolo scritto nel 1895 per la rivista divulgativa Natura e Arte, Schiaparelli lascia che la sua fantasia sia sedotta da ipotesi sulla struttura sociale e politica di una civiltà marziana tecnologicamente avanzata. Quei suoi canali saranno convalidati in qualche modo da Perseverance?

Marte è il IV pianeta in ordine di distanza dal Sole e somiglia per alcuni aspetti ambientali naturali alla Terra: solido, durata del giorno, inclinazione dell’asse, ecc. Marte è stato appellato come pianeta rosso per l’ossidazione del ferro presente in superficie. Nel 2013 un gruppo di scienziati guidati dal professore di Oxford Bernard Wood hanno dichiarato che, 4 miliardi di anni fa, Marte era provvisto di un’atmosfera ricca d’ossigeno. Il gruppo, dopo aver messo a confronto meteoriti provenienti da marte e rocce esaminate dai rover, hanno rilevato evidenti segni di ossigenazione, tuttavia non è certo se sia frutto di un processo biologico o di una reazione chimica. Bisogna considerare anche che la vicinanza tra la Terra e Marte potrebbe aver contribuito a diffondere la vita da un pianeta all’altro. Infatti molte creature terrestri (batteri ed organismi unicellulari come alcun spore di invertebrati, tardigradi (classificati dall’emiliano Spallanzani di cui ho ammirato il museo zoologico a Reggio Emilia qualche pochi anni fa)  potrebbero sopravvivere nello spazio per lunghi periodi di tempo e raggiungere, spinti dal vento solare, Marte. Tutto sommato sono molti gli organismi che vivono una parte del loro ciclo vitale negli strati alti dell’atmosfera: si tratta per lo più di organismi unicellulari, spore di muschi, funghi e licheni, alcuni ragni microscopici ed altri organismi nani, la maggior parte dei quali è adatta ad ambienti estremi solo per una, più o meno breve, fase del ciclo vitale e deve poi ritornare negli strati bassi dell’atmosfera per riprodursi o crescere; ve ne sono comunque alcuni in grado di vivere la loro intera esistenza negli strati alti dell’atmosfera. La maggior parte dei tardigradi morirebbe “rapidamente” (le spore resistono per poco più di un decennio) in mancanza di acqua liquida, oppure non potrebbero risvegliarsi dal torpore e sopravvivere con il livello di radiazioni marziane. In milioni e milioni di anni una colonizzazione sarebbe però possibile; una volta sopravvissuti, gli organismi potrebbero rapidamente adattarsi alle condizioni del pianeta e sfruttare gli habitat disponibili (per esempio quelli sotterranei: nessun microbo terrestre potrebbe vivere in superficie su Marte, ma basta un millimetro di terreno sabbioso per proteggerli dalle radiazioni). D’altro canto anche qualche chilometro sotto la superficie della Terra è stata di recente scoperta una ricca biosfera di microrganismi capace di adattarsi a condizioni estreme che potrebbero trovare un analogo sotto la superficie di Marte. La tecnologia, ultimamente digitale anche, ha permesso molto per scoprire l’ambiente di Marte come le due calotte polari con il loro periodico avanzamento e ritiro ha fatto sorgere l’ipotesi, oggi confermata, che Marte fosse soggetto ai cicli stagionali. Altri aspetti di somiglianza al pianeta Terra, come la lunghezza del giorno la quasi simile inclinazione dell’asse di rotazione, la durata dell’anno siderale (pressappoco doppia rispetto a quella terrestre) hanno alimentato speranza umana dell’esistenza di forme viventi addirittura di marziani sul pianeta rosso. “La vita nell’Universo” è un articolo che scrissi per la Rivista “Vox carti” o Voce dei libri, della Biblioteca regionale di Deva/Hunedoara “Ovid Densusianu”. Nella Storia naturale e sociale della specie Homo sapiens si registra, mediante i reperti fossili e documentali, che vi è stata una lenta e difficile conquista di un nuovo modo di pensare innovativo. Per millenni è stata dominante il modo conservativo di pensare come il principio dogmatico della fissità della specie biologica, della creazione antropocentrica e del geocentrismo conseguente, che Copernico, Galileo e Darwin, tra gli altri minori, rivoluzionarono. Solo nel 1800 hanno potuto fare capolino le teorie evoluzionistiche e solo nel 1969 abbiamo, con l’astronave Apollo 11, messo il piede sulla Luna che dista solo circa 1 secondo luce dalla Terra, mentre il Sole 8 minuti e la stella più vicina 4,2 anni luce, “Alfa del Centauro”. Per poter comprendere pienamente la natura dell’evoluzione, è necessario prima considerare la materia che è alla base della vita. I sistemi viventi sono organizzazioni enormemente complesse di materia non vivente, che ubbidiscono agli stessi principi fisico-chimici validi per il mondo inorganico. La vita sul pianeta Terra è presente da almeno 3,6 miliardi di anni, su Marte non è stata ancora trovata, nonostante speranze e delusioni. Altrove nell’Universo è probabile che la vita esista, ma è difficile contattarla per le enormi distanze che la nostra lentissima tecnologia dei trasporti ci impedisce di coprire in breve tempo. Non è irrilevante  comunque la probabilità di esistenza di pianeti simili alla Terra. Noi siamo nati oppure ci siamo adattati al pianeta del sistema planetario solare, terzo dopo Mercurio e Venere seguito da Marte (tutti e 4 solidi o terrestri), Giove, Saturno e Urano e Nettuno (tutti e 4 gassosi). Plutone è stato declassato dal ruolo di pianeta da poco tempo. La vita non è solo sulla Terra poichè è alta la probabilità che possa esistere anche intorno ad altre stelle planetarie. Dobbiamo solo cercare tra i pianeti dove le condizioni ambientali siano simili alle nostre terrestri. Condizioni che permettano la vita simile alla terrestre da oltre 3,6 miliardi di anni. Ma la storia, da noi inventata di Marte, ha permesso addirittura ad alcuni scienziati spaziali di parlare del ‘demone marziano’, una forza immaginaria che sabota i veicoli spaziali in rotta per il Pianeta Rosso!

Le sonde o veicoli spaziali che invece ce l’hanno fatta, come Perseverance, hanno scoperto un mondo di meraviglie con intriganti similitudini ed esotiche differenze rispetto al nostro. La prima missione su Marte riuscita, Mariner 4, venne lanciata dalla NASA il 28 novembre 1964. Passò a 9844 km da Marte, scattando, come programmato, 22 immagini. Il primo veicolo spaziale a orbitare intorno a Marte fu la sonda russa Mars 2 nel 1971. La sonda sorella, Mars 3, riuscì anch’essa nell’impresa e lasciò cadere con successo un lander sulla superficie. Fu operativo per soli 20 secondi: gli esperti sospettano che a distruggerlo sia stata una tempesta di polvere marziana. Nello stesso anno anche il primo orbiter della NASA raggiunse l’orbita di Marte. Le missioni spaziali che tuttavia fecero dell’esplorazione di Marte un obiettivo fondamentale furono indubbiamente quelle delle sonde gemelle Viking a metà degli anni ’70. Entrambe erano composte da un orbiter e da un lander e scattarono le prime foto dettagliate della superficie marziana. Mostrarono un paesaggio desertico che, per la temperatura, era effettivamente più simile alla tundra terrestre. Gli orbiter riuscirono a mappare il 97% del pianeta. L’ulteriore esplorazione di Marte conobbe poi una pausa di oltre vent’anni, interrotta solamente da alcuni tentativi falliti o parzialmente riusciti (orbiter/lander sovietico Phobos 1, perso sulla rotta verso Marte nel 1989, Phobos 2, perso anch’esso vicino a Phobos, una luna di Marte e la sonda statunitense Mars Observer, persa prima dell’arrivo su Marte nel 1993). Mars Global Surveyor è stata la prima missione su Marte ad avere successo in un arco di 20 anni. Lanciata nel 1996, raggiunse l’orbita nel 1997. Nello stesso anno, la politica del ‘faster, cheaper, better’, ovvero più in fretta, a minor prezzo e meglio, portò il Mars Pathfinder sulla superficie del Pianeta Rosso. Sojourner, il piccolo rover, è proceduto lentamente sulla superficie per molte settimane, analizzando rocce e catturando l’immaginazione del pubblico. Sfortunatamente quella missione non si è dimostrata essere l’inizio di un glorioso rinascimento: il ‘demone marziano’ ha colpito ancora, rendendo le quattro missioni successive inutili o danneggiandole gravemente. L’orbiter e i lander russi Mars ’96, che trasportavano diversi esperimenti europei, sono andati persi nell’incidente di lancio del veicolo nel 1996. Il Mars Climate Orbiter statunitense si è perso all’arrivo su Marte nel 1999. Altrettanto è accaduto alle sonde statunitensi Mars Polar Lander/Deep Space 2 nel 1999. Tuttavia, nel 2001, la sonda statunitense Mars Odyssey è riuscita a raggiungere l’orbita con a bordo esperimenti scientifici per condurre osservazioni globali di Marte. Questo veicolo spaziale sarà inoltre operativo come ripetitore per le comunicazioni per il veicolo spaziale statunitense ed europeo che arriverà su Marte nel 2003 e nel 2004. L’anno 2003, comunque, ha conosciuto un rinnovato interesse per Marte, con un crescendo di missioni verso il Pianeta Rosso, il lancio da parte dell’Agenzia Spaziale Europea di Mars Express insieme a Beagle, il suo modulo lander, e i due rover della NASA, Spirit e Opportunity. La vita sul pianeta Terra è presente da almeno 3,6 miliardi di anni. Su Marte non è stata ancora trovata nonostante speranze e delusioni. Altrove nell’Universo è probabile che la vita esista, ma è difficile contattarla per le enormi distanze per la nostra lentissima tecnologia dei trasporti.  Anni fa gli astrofisici ci informavano che circa 5% (i più pessimisti) e 15% (i più ottimisti) le stelle dell’universo sono planetarie. Ciò significa che non è irrilevante la probabilità di esistenza di pianeti simili alla Terra che è un pianeta del sistema planetario solare, terzo dopo Mercurio e Venere seguito da Marte (tutti e 4 solidi o terrestri), Giove, Saturno e Urano e Nettuno (tutti  e 4 gassosi). Plutone è stato declassato dal ruolo di pianeta da poco tempo. Se si considera la percentuale suddetta più bassa si calcola che solo nella Via Lattea vi sono circa 10 miliardi di stelle planetarie. Dunque la vita non è solo sulla Terra, ma è alta la probabilità che possa esistere anche intorno ad altre stelle planetarie dove le condizioni ambientali di qualche pianeta siano quelle che permettono la vita terrestre da oltre 3,6 miliardi di anni con il genere Homo da 2-3 milioni di anni e la specie Homo sapiens da solo mezzo milione di anni circa. La serie televisiva di fantascienza con l’astronave Anterprais di Star Drek non è solo fantasia pura, ma basata su dati anche scientifici ed è considerata una buona modalità divulgativa scientifica. J. Monod, biochimico francese, nel suo saggio, best seller, “Il caso e la necessità” non credeva nella vita extraterrestre e consigliava di concentrare le risorse economiche non per la esplorazione spaziale, ma per risolvere problemi  sociali insoluti. Altri, invece, sono di parere diverso e più ottimista sulla vita extraterrestre non da ufo (oggetti non identificati), ma da ricerca aperta verso le possibilità di trovare vita altrove sia negli altri corpi celesti del sistema solare che fuori di esso. Marte più degli altri pianeti planetari nostrani ci ha fatto e ci fa ancora sperare di ospitare vita o reperti vitali, nonostante il suolo desertificato, gelido e con turbini di sabbia. Il 25 c.m. è utile ricordare la data di funzionamento su Marte di piccoli robot (rover)come Curiosity, che è giunto nella”terra promessa” alle pendici del Monte Sharp di 4.500 metri di quota. Là, Curiosity dovra scavarci delle “carote” di 10 cm di profondità per farci rilevare possibili forme di vita o almeno se vi sono tracce di acqua nelle rocce fino a 2000 metri di quota. Il pianeta Marte è il quarto in ordine di distanza dal Sole e l’ultimo dei pianeti di tipo terrestre o solido dopo Mercurio, Venere e la Terra. Viene appellato il Pianeta rosso a causa del suo colore caratteristico dovuto alle grandi quantità di ossido di ferro che lo ricoprono. Attorno a Marte orbitano due satelliti naturali, Fobos e Deimos, di piccole dimensioni e dalla forma irregolare, probabilmente due asteroidi catturati dal suo campo gravitazionale. Marte prende il nome dall’omonima divinità della mitologia romana; il simbolo astronomico del pianeta è la rappresentazione stilizzata dello scudo e della lancia del dio.  Di Marte si segnalano il Monte Olimpo, il vulcano più grande del sistema solare (alto 27 km), e la Valles Marineris, un lungo canyon più esteso di quelli terrestri. Nel 2008 la rivista Nature ha esposto le prove di un enorme cratere sull’emisfero boreale circa 4 volte più grande del cratere chiamato il Bacino Polo Sud-Aitken. La superficie del pianeta appare fortemente caratterizzata a causa della quasi totale assenza di agenti erosivi (soprattutto attività geologica, atmosferica e idrosferica) in grado di modellare le strutture tettoniche. Infine la bassissima densità dell’atmosfera non è in grado di consumare buona parte delle meteoriti che quindi raggiungono il suolo con maggior frequenza che non sulla Terra. Pur presentando un’atmosfera molto rarefatta e temperature medie superficiali molto basse (tra −140 °C e 20 °C) il pianeta è il più simile alla Terra tra quelli del sistema solare:  con rivoluzione pari a circa 2 anni terrestri, giorno quasi uguale, diametro di circa la metà, massa poco più di un decimo, gravità pari circa un terzo di quella terrestre e presenta inclinazione dell’asse di rotazione simile a quello terrestre. La missione Mariner 4 nel 1965 mostrò un pianeta desertico e arido caratterizzato da periodiche ma particolarmente violente tempeste di sabbia. La superficie marziana presenta formazioni vulcaniche, valli, calotte polari e deserti sabbiosi, oltre a formazioni geologiche che suggeriscono la presenza, in un lontano passato, di un’idrosfera. Il Mars Global Surveyor tuttavia ha anche fotografato alcune centinaia di esempi simili a canali di trasudamento presso crateri e canyon. Questi burroni sono maggiormente presenti su altipiani dell’emisfero australe e tutti hanno un orientamento di 30º rispetto al polo meridionale. Non sono state riscontrate erosioni o crateri lasciando supporre una loro formazione piuttosto recente. Un esempio lampante di questo fenomeno di trasudazione di acqua dal sottosuolo che è possibile individuare in certi burroni è visibile nell’immagine qui riportata. Essa mostra un punto di una faglia con quello che appare come un nuovo deposito di sedimenti. Michael Meyer, il responsabile del Programma di Esplorazione Marziana della NASA, asserisce che solo un flusso di materiali con un elevato contenuto di acqua allo stato liquido può produrre un sedimento di tale forma e colore. Tuttavia non è ancora possibile escludere che l’acqua possa provenire da precipitazioni o da altre fonti che non siano sotterranee. Ulteriori scenari sono stati considerati, compresa la possibilità che i depositi siano stati causati da ghiaccio di anidride carbonica o dal movimento di polveri sulla superficie marziani. Altre prove dell’esistenza passata di acqua allo stato liquido su Marte proviene dalla scoperta di specifici minerali come ematite e goethite che in certi casi si formano in presenza di acqua. Altre prove dell’esistenza passata di acqua allo stato liquido su Marte proviene dalla scoperta di specifici minerali come ematite e goethite che in certi casi si formano in presenza di acqua. A ogni modo contemporaneamente alla scoperta di nuove prove dell’esistenza di acqua, vengono confutate precedenti ipotesi errate grazie a nuovi studi e nuove immagini. Foto di notevole interesse scientifico sono state inviate sulla terra da Opportunity e Utility. Quest’ultimo continua ad essere una fonte preziosa per sperare di trovare reperti vitali marziani. La storia naturale della Terra è stata divisa in 5-6 ere geologiche che sono: Archeozoica o dei Procarioti come i batteri (da 4,6 a 06 miliardi di anni), Paleozoica o dei Pesci (da 0,6 a 0,22 miliardi di anni), Mesozoica o dei Rettili come il Tirannosauri il più famoso tra i Dinosauri di Jurassic Park del regista Spielberg (da 0,022 a 0,0065 a miliardi di anni), Cenozoica o dei Mammiferi (da 0,0065 a 0,0003 miliardi di anni), Neozoica o Antropozoica(0,0003 al 1969 d.C. con il primo allunaggio dell’Homo sapiens) ed era Psicozoica o della Consapevolezza(dal 1969 ai giorni nostri e degli altri). La storia naturale di Marte appare più povera, invece, perchè comprende 3 sole ere o meglio epoche, in base alla densità dei crateri d’impatto presenti sulla superficie e allo studio delle meteoriti marziane rinvenute sul pianeta Terra nonché i flussi lavici superficiali di Marte. Le 3 ere o epoche sono: Noachiana (da 3,8 a 3,5 miliardi di anni fa, con numerose cicatrici lasciate dai crateri come nella regione di Tharsis,dove forse vi sono state anche grandi fiumi d’acqua liquida), Hesperiana (da 3,5 a 1,8 miliardi di anni fa,  con ampie pianure laviche) e Amazzonia (da 1,8 ad oggi con orogenesi di Monte Olimpo e dal 31 luglio 1988 il modulo Phoenix Mars Lander ha scoperto acqua ghiacciata marziana. Attualmente sono tre i satelliti artificiali funzionanti che orbitano attorno a Marte: il Mars Odyssey, il Mars Express e il Mars Reconnaissance Orbiter. Il modulo Phoenix ha recentemente concluso la sua missione di studio della geologia marziana e ha fornito le prove dell’esistenza di acqua allo stato liquido in passato su ampie zone della superficie. Inoltre ha suggerito che sulla superficie possano essersi verificati nell’ultimo decennio dei flussi d’acqua simili a geyser. Osservazioni da parte del Mars Global Surveyor manifestano una contrazione della calotta di ghiaccio al polo sud. Il robot straordinario Curiosity è telecomandati e da anni continua ad inviarci dati e scoperte insolite, che testimonierebbero l’esistenza di vita del passato. Sulla Terra sappiamo che la vita esiste da “3,6 miliardi di anni fa e si formò in bracci marini caldi e ricchi di argilla. Là,  si ipotizza che si abbozzavano i primi “brodi caldi”, che precedettero il formarsi delle prime cellule procariote (cioè senza distinzione di citoplasma dal carioplasma o nucleoplasma, come nei batteri e alghe azzurre). Nella cultura umana, dopo la pubblicazione dell’Origine della specie di C. Darwin nel 1859, il dibattito sui creazionisti ed evoluzionisti è sempre vivo anche se con toni più sereni e meno polemici e passionali dell’inizio e di metà 1800. La storia della scienza è costellata di opposizioni feroci a molte scoperte e nuove ipotesi. Alla fine del 1700 il Naturalista C. Linneo scrisse che l’uomo appartiene alla specie Homo sapiens sia pure all’apice di una ipotetica scala di animali. Linneo era un Creazionista, mentre poco dopo giunsero nella cultura umana J. B. Lamarck e C. Darwin che diedero inizio all’ipotesi evoluzionista. Oggi si parla di neodarwinismo alla luce delle scoperte sui geni e sulle repentine variazioni genetiche che sono le mutazioni. Sull’Origine dell’Uomo Darwuin scrisse un libro nel 1871, 150esimo anniversario ricordato in area anglofana con il Drwin Day, ma anche molti dei nostri proff. universitari lo hanno voluto ricordare negli atenei, dove sono titolari di cattedre naturalistiche. Per quanto attiene la ricerca spaziale si parla già di inviare nel 2020 una nuova sonda sul pianeta dei ”marziani” come pubblicava “La Domenica del Corriere” circa 50 anni fa. Basterebbero pochi gradi di variazione repentina della temperatura terrestre che anche da noi la vita potrebbe estinguersi come forse è avvenuto su Marte. Sappiamo che 65 milioni di anni fa il meteorite che piombò sul Golfo del Messico, penisola attuale dello Jucatan, causò un cataclisma planetario terrestre e forse la morte dei dinosauri. Su Marte forse tale evento si è verificato all’inizio della formazione della vita biologica e questa si è poi estinta nella fase evolutiva di Monere (batteri ed alghe unicellulari). Nella Galassia o “Via Lattea” ci sono molti pianeti delle dimensioni della Terra. L’American Astronomical Society ne stima addirittura più di una decina di miliardi con due gruppi indipendenti di scienziati statunitensi, dopo una nuova analisi dei dati raccolti dalla Missione Kepler della Nasa, lanciata nel 2009 per cercare pianeti simili alla Terra. La nuova stima non indica quanti pianeti siano potenzialmente abitabili, tuttavia, questo numero assoluto è una buona base di partenza per la ricerca di mondi simili al nostro. Gli scienziati devono ancora trovare un gemello (come l’inospitale e calda Venere ”senza veli” fotografata) della Terra, un pianeta che non abbia solo le stesse dimensioni, ma che sia anche collocato in una zona non troppo calda né troppo fredda, dove l’acqua possa esistere in forma liquida (come il pianeta Marte, ma ancora di più i satelliti di Giove “Europa” e “Io” e di Saturno come “Titano”). Uno dei due gruppi che ha analizzato i dati, guidato da François Fressin del Centro per l’astrofisica Harvard-Smithsonian, ha stimato che almeno una stella su sei ha un pianeta di dimensioni della Terra che le ruota attorno. Ciò significa che su 200 miliardi di stelle della Galassia, detta impropriamente nostra, almeno alcuni miliardi hanno una quasi Terra. Usando un metodo differente, i ricercatori dell’Università di California, Berkeley, e dell’Università delle Hawaii hanno determinato che il 17% delle stelle hanno attorno a sé pianeti con un diametro simile o doppio rispetto al nostro. Il Sole è una stella nana e gialla con un’età di circa 5 miliardi di anni, metà della sua vita fisica. La Terra, invece, ha rocce antiche fino a 4,6 miliardi di anni. Pensare che le condizioni per la formazione della vita si siano verificate solo sulla terra è poco probabile. Sappiamo che ci sono miliardi di pianeti: dal 1995 a oggi se ne sono scoperti più di 300, si sa anche che quasi tutte le stelle (come il Sole) hanno dei sistemi planetari quindi è ipotizzabile che ci siano miliardi di Terre solo nella Galassia denominata Via Lattea dalla mitologia greca. La extragalassia più vicina alla Galassia si chiama Andromeda come la nota trasmissione di fantascienza di qualche anno fa. Ma potrebbero esistere forme di vita intelligenti? E’ abbastanza probabile, comunque perchè escluderla se non vi sono prove provate.

Ci sono stelle molto più vecchie del Sole quindi è facile che le civiltà extraterrestri siano molto più evolute della nostra, che però ha 7 miliardi di individui tutti diversi e non pochissimi che vivono alla stregua degli altri Mammiferi placentati ed antropomorfi. La distanza tra le stelle e dunque tra i pianeti simili alla vitale Terra è enorme come i mezzi di locomozione attuali. Il pianeta scoperto più simile alla Terra dista da noi 20 anni luce. Per raggiungerlo e verificare servirebbe un’astronave capace di viaggiare almeno a un centesimo della velocità della luce e ci vorrebbero comunque 2000 anni. L’alternativa reale è il progetto Seti: dal 1964 dei telescopi sono puntati su pianeti simili alla Terra e aspettano dei possibili segnali intelligenti. Ma la probabilità di captarli è bassa poiché per comunicare serve che il livello di sviluppo delle civiltà sia circa lo stesso e la nostra è troppo giovane. In Romania, dove ho insegnato 5 anni, notavo che molte colleghe Ingegneri leggevano o ascoltavano l’oroscopo, mentre da noi in Europa occidentale ciò non sembra sussistere più. Eppure in Romania, in biblioteca, vi era un libro del periodo di N. Ceausescu dal titolo”Stintia prietena mea”(scienza amica mia). Oggi, da noi, conosciamo forse bene certi particolari delle costellazioni, che vengono a cadere completamente i presupposti dell’Astrologia che dà importanza agli oroscopi. Ricordo che in ambiente culturale romeno i colleghi ingegneri erano interessati a leggere e ad ascoltare l’oroscopo, ma già i giovani studenti erano meno interessati.

Ancora in epoca Romana molti credevano che i pianeti fossero Dei, ma siamo nell’ambito del mito greco-romano. Il decennio di informazioni ravvicinate di Marte ci permette di essere più ottimisti nell’esplorazione spaziale extraterrestre. Né ci spaventa troppo la paura degli asteroidi che possano piombarci addosso sulla Terra. L’asteroide “Apophis” ll 9 gennaio alle 12:43, ore italiane, ha raggiunto la distanza minima di 15 milioni di chilometri dalla Terra, ma senza alcun rischio di collisione, commenta l’astrofisico Gianluca Masi, curatore scientifico del Planetario di Roma e responsabile del Virtual Telescope. ”Va notato però – agggiunge – che prima del 2029, anno del passaggio record, Apophis non arriverà più così vicino a noi”. Questa enorme roccia vagante, larga circa 300 metri, venne scoperta il 19 giugno del 2004 dal Kitt Peak National Observatory dell’Arizona e già all’epoca venne stimato che si sarebbero successivamente verificati altri tre incontri ravvicinati. Oltre al passaggio di questi giorni, Apophis tornerà a visitare la Terra nel 2029, quando passerà alla distanza di a circa 35 mila chilometri, e poi nel 2036. Sulla base dei dati scientifici che verranno raccolti nell’imminente avvicinamento dell’asteroide, sarà possibile calcolare con più precisione sia la traiettoria del 2029 che le probabilità d’impatto con la Terra nell’avvicinamento del 2036, oggi considerate molto basse. Attualmente la presenza di acqua allo stato liquido è impossibile su Marte a causa della sua pressione atmosferica eccessivamente bassa (salvo in zone di elevata depressione e per brevi periodi di tempo). Il ghiaccio d’acqua però è abbondante: i poli marziani infatti ne sono ricoperti e lo strato di permafrost si estende fino a latitudini di circa 60º.  La NASA nel marzo del 2007 annunciò che se si ipotizzasse lo scioglimento totale delle calotte polari, l’intero pianeta verrebbe sommerso da uno strato d’acqua profondo 11 metri. Si ritiene che grandi quantità di acqua siano intrappolate sotto la spessa criosfera marziana. La formazione della Valles Marineris e dei suoi canali di fuoriuscita dimostrano infatti che durante le fasi iniziali della storia di Marte fosse presente una grande quantità di acqua allo stato liquido. Una testimonianza più recente la si può ritrovare nella Cerberus Fossae, una frattura della crostra risalente a 5 milioni di anni fa, dalla quale proviene il mare ghiacciato attualmente visibile sulla Elysium Planitia con al centro la Cerberus Palus. Tuttavia è ragionevole ritenere che la morfologia di questi territori possa essere dovuta alla stagnazione di correnti laviche anziché all’acqua. L’ammartaggio della sonda Perseverance sul suolo del Pianeta rosso. Un’emozione enorme e qualche lacrima per gli scienziati della Nasa ricevere, a sette minuti dall’atterraggio, da Marte il segnale che era andato tutto liscio. Ora la sonda e il mini elicottero Ingenuity potranno cominciare la loro missione: andare a cercare la vita in uno dei luoghi più suggestivi del pianeta, il cratere Jazero, il bacino di un antichissimo lago che potrebbe conservare tracce di vita passata. Dal Pianeta rosso sono già arrivate le prime. Anche la terza e ultima delle navicelle spaziali automatiche terrestri partite nel 2020 ha raggiunto Marte. La sonda della Nasa Mars 2020 con a bordo il rover Perseverance, è scesa nell’area del cratere Jezero alle 21.55, con ricezione del segnale attorno alle 22.07. Si apre una nuova pagina dell’esplorazione spaziale. Anche ieri sera al centro spaziale Jpl di Pasadena si sono vissuti momenti di ansia. Anzi, quelli che gli ingegneri e scienziati del centro spaziale californiano hanno battezzato “Sette minuti di terrore”: gli interminabili istanti dell’attraversamento atmosferico di un veicolo spaziale che non è pilotato dall’uomo, ma è automatico e deve auto-gestirsi, poiché tra Terra e Marte i segnali radio impiegano un tempo non inferiore a 12 minuti. E poi, l’ardita manovra finale, che esattamente come accadde nell’agosto del 2012 con lo sbarco di Curiosity prevedeva il metodo “Sky Crane” (“la gru in cielo”): una volta giunta a pochi metri dal suolo la sonda ha staccato autonomamente i cordoni che tengono legato il rover, mentre allo stesso istante i propulsori della sonda di discesa si sono accesi per portare in quota e a distanza di sicurezza il modulo di discesa.  La missione Mars 2020 della Nasa è questa. Quella di Perseverance è un’impresa più importante di quanto si pensi. Appena il 40% dei veicoli che finora hanno tentato di posarsi sul suolo marziano ha infatti raggiunto l’obiettivo. Il cratere che la sonda dovrà esplorare si è formato miliardi di anni fa, forse in conseguenza dell’impatto di un asteroide, poi riempito d’acqua ed è diventato un lago profondo circa 500 metri, per poi diventare arido quando il clima su Marte è cambiato. Mars Rover 2020, un razzo Atlas V lo lanciò da Cape Canaveral lo scorso 30 luglio, ha quindi completato il suo tragitto complessivo Terra-Marte di 471 milioni di chilometri e ora inizia la vera e propria missione scientifica avente come priorità la ricerca di vita biologica. Il cratere Jezero è ritenuto il luogo ideale per questa ricerca e per il prelievo di campioni rocciosi e regolite. Infatti secondo gli astronomi, miliardi di anni fa questo bacino ampio 45 chilometri era pieno d’acqua. Inoltre, Perseverance porta con sé il primo drone-elicottero che sorvolerà il cielo di Marte. Battezzato Ingenuity, pesa quasi 2 chilogrammi e una volta atterrato con il rover, compirà nell’arco di 30 giorni alcuni test di volo della durata di 2 minuti. Il piccolo elicottero è dotato di due telecamere ad alta risoluzione per la navigazione. Due future missioni, attualmente in fase di pianificazione, vedranno la collaborazione tra la Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per riportare sulla Terra i campioni raccolti dal rover. La prima, missione del 2026 infatti, andrà a recuperare i campioni che Perseverance avrà selezionato e analizzato. Lo farà anche grazie al contributo dell’industria italiana, con una serie di apparati tecnologici, compresi due bracci meccanici, ora in fase di progettazione da parte degli ingegneri di Leonardo. In seguito, una terza sonda, che sarà lanciata nel 2028, invierà nell’orbita marziana il modulo che dovrà recuperare i campioni, una volta che la sezione di risalita della missione 2026 avrà lasciato il suolo del pianeta. E anche questa sonda verrà realizzata con il contributo tecnologico dell’Italia. Il recupero dei campioni sulla Terra è previsto per il 2031. Negli USA toccai con mano la maggiore diffusione della cultura scientifica anche in cittadine di provincia. Chissà se su Marte sarà possibile scoprire fossili di organismi viventi di centinaia di milioni di anni fa come quellu da me rinvenuti in Transilvania nella valle del fiume Nandru.

Nell’evoluzione temporale del pensiero scientifico c’è un prima e un dopo Galileo Galilei, che insegnò all’Università di Padova dal 1592 al 1610. Esiste una fisica, un’astronomia, una matematica, un metodo scientifico deduttivo prima di Galileo ed uno induttivo moderno dopo Galileo e Einstein, e direi anche del vivente Federico Faggin, fisico e inventore del microprocessore ed altro negli Usa. Ciò che resta della cattedra di Galilei oggi, all’università di Padova, costituisce una sorta di attrazione turistica della città, con l’ateneo da 8 secoli, e un’icona della scienza. Galilei, Einstein e Faggin sono rappresentanti emblematici della scienza moderna. Su Galilei promossi una giornata di simposio al liceo tecnologico “Transilvania” di Deva/Hd in Romania nel 2006 con larga partecipazione di pubblico anche extrascolastico e con condivisione dell’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest, oggi intitolato a Vito Grasso persona colta che conobbi nel 2004 quando presi servizio in Romania e mi parlò anche dei romeni oltre che di Russia e russi da dove proveniva. Egli ammirava i romanzi  del suo conterraneo Camilleri e li faceva commentare a Bucarest. Dall’Istituto che dirigeva a nella Parigi dei Balcani, il giorno del simposio, mi giunse un telegramma di ringraziamento. I novelli Daci apprezzarono “un italiano illustre nelle scienze e nella tecnica” che gli proposi da italiano del MAE che iniziava una cattedra di scienze naturali, da 10 anni attesa da quell’ambiente della Transilvania occidentale.

Al simposio galileano partecipò anche Vlaic Sorin, un mio collega di storia che curava anche le tradizioni dei Daci antichi con sul capo il drago dacico mentre simulava lo scontro con i legionari di Traino del 106 d. C.. Vi era anche un altro collega storico, Gligor Hasa, già in pensione e morto lo scorso anno, che di epica dei Daci aveva scritto vari romanzi ed ammirava George Coșbuc, detto “il poeta contadino” poiché descrisse tranquille scene di vita nella campagna rumena. Al romeno Cosbuc dobbiamo inoltre una traduzione poetica della Commedia dantesca del 1925, mentre tra Eminescu e Dante ho azzardato io da poco un’analogia ambientale e causale sia pure di due geni poetici di circa 5 secoli distanti.Tale analogia è apparsa negli Usa sulla rivista ”International Writers’ Journal” n. 3/2020. Dante Alighieri e Mihai Eminescu scrissero immortali ed universali opere perché furono molto sensibili verso il sociale del loro tempo: XIV e XIX sec. Un altro articolo similare uscirà a breve sulla rivista romena della biblioteca “O. Densusianu” di Deva “Vox Libri”, che mi ha pubblicato già”Vaso della memoria”. Chi apprezzò molto il suddetto simposio e vi partecipò in prima persona, illustrando alcune delle scoperte fisiche di Galileo, fu il collega di Fisica, Vasile Corciu, morto prematuramente da poco tempo. Entusiasti dell’evento culturale inusuale (avevo preso spunto dalla giornata dedicata ad Eminescu) furono i Dirigenti Scolastici (Maria Andrei, Chimica e la sua vice Lavinia Apolzan, Ingegnere) ma anche gli Ing. Laura Mosutiu, Pitar Remus e +Livio Ispas, il bibliotecario e letterato Joan Bodrean e  l’informatico Claudiu Tiberiu Dinis con il suo ex collega, Marcel Negru, autore anche di cortometraggi ad Hunedoara. Attivo fu pure l’incoraggiamento del gentile segretario, Lucian Popescu, che parlava anche in russo ed amava il Giro d’Italia della bicicletta.

Galileo Galilei, forse pochi sanno, fu noto al più vasto pubblico per una conferenza che tenne a Pisa, in sostituzione del suo professore, del quale era assistente per i calcoli matematici, che improvvisamente si ammalò. Per trattenere il pubblico in sala parlò del numero di persone che l’Inferno dantesco avrebbe potuto contenere. Fu un trionfo ed un lancio accademico insolito. Successivamente uno studente dei nobili veneziani, Sagredo, fece intercedere dal padre presso il Doge che fece un contratto a Galileo per l’Università di Padova, cosa che fu fatta subito e Galileo frequentò spesso la villa padovana dei Sagredo, dove iniziò a scrivere Dialogo sui massimi sistemi. Dopo dei suoi 18 anni trascorsi a Padova-dove scopri le macchie solare, i monti della Luna, ecc., ebbe un altro contratto più favorevole dal Gran Ducato di Toscana, che però nonostante la scoperta dei pianeti medicei (4 satelliti di Giove) non lo difese come fece sempre, invece, il Doge dall’accusa da parte del papato di eresia per diffondere l’eliocentrismo, il vescovo di Padova tifava per Galileo. Il papa pretese da Galileo la famosa abiura sull’eliocentrismo (si ricorda che il papato ha sempre parteggiato per l’antropocentrismo), che Giordano Bruno non fece e perciò fu bruciato vivo nel 1600 a Campo dei Fiori a Roma. Ma tornando a Galileo che ebbe l’ardire di calcolare gli ospiti dell’Inverno dantesco, nessuno delle Università, di allora come di adesso, aveva mai fatto un tale calcolo, era ed è ancora? fuori dai protocolli che spesso ingabbiano il pensiero scientifico e lo conducono in un vicolo cieco con esborsi notevoli dei contribuenti. A Deva, quel giorno, qualcuno lesse il Time e il New York Time che scriveva che il Papa, Giovanni Paolo II, dopo 3 secoli aveva chiesto scusa a Galileo mentre visitava Padova, anche se l’Università, a maggioranza, respinse l’invito fatto dal Prof. Sabino Acquaviva, di entrare e parlare al senato accademico. Ma la storia della lotta tra tradizione ed innovazione è lunga ed antica, sempre presente nel dibattito delle idee. Ecco perché mi gratifica scrivere su un Quotidiano di vicino Nola (città nativa di Giordano Bruno) che ha per logo: ”Scisciano Notizie. La stampa è l’artiglieria della libertà”. A Padova l’Astronomia ha una scuola ricca di genialità come Giuseppe Colombo che utilizzò la gravita planetaria come sonda per le missioni spaziali. Spesso la scienza è indipendente dai saperi umanistici, la stessa scienza che il Filosofo, Benedetto Croce, voleva servile alla Filosofia e dispensatrice solo di misure tecniche.  Molte volte però la scienza non riesce ad  afferrare la forma reale di ciò che banalmente si presenta alla nostra vista, oppure sibila al nostro udito. La difficoltà nasce dall’immersione totale in una dimensione che può essere abitata ma non osservata dall’esterno. Ecco, il tempo è esattamente un’entità di questo tipo: talmente presente nella nostra vita che non è possibile staccarsene e comprendere pienamente la sua essenza. Una delle riflessione che, a mio avviso, riesce maggiormente a catturare la natura del tempo è quella offerta da Sant’Agostino ne Le Confessioni (398). “Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Il tempo scorre attraverso la nostra esistenza e, specularmente, la nostra vita viene scandita dal tempo, un po’ come le lancette di un orologio. Noi abitiamo il tempo nello stesso modo in cui le lancette abitano l’orologio: manifestazione fenomenica del fluire temporale. Offriamo la nostra fisicità, lasciando che il tempo scandisca il divenire e si nutra di noi. La nozione comune di “tempo” – paradigma della fisica fino all’inizio del XX secolo – si frantuma di fronte al genio di colui che ha segnato il passaggio dalla fisica classica alla fisica moderna: Albert Einstein. Sempre precisavo ai miei studenti parlandogli dell’infinito che esso è finito, ma illimitato e curvilineo come propostoci da A. Einstein. Finito perché è composto di materia, cioè di atomi e unità subatomiche che in parte conosciamo. Illimitato perché non abbiamo le dimensioni reali dell’universo immenso e incommensurabile. Curvilineo perché è stato sperimentato che la luce viaggia in uno spazio curvo nell’universo. Fino al tempo di Einstein si era consolidata l’idea scientifica – aderente al senso comune – che il tempo fosse, al pari dello spazio, un’entità assoluta, indipendente dagli osservatori e percepito sempre nello stesso modo, al di là della loro collocazione spaziale. Ogni evento, dunque, si collocava lungo una linea unidirezionale, in modo da stabilire inequivocabilmente la distinzione fra passato, presente e futuro. Per un malato grave il tempo si misura in modo diverso. Per un reduce di guerra esso si misura in prima e dopo la guerra, che gli eventi traumatici lo ha segnato per tutta la vita. Interessante sottolineare che, se ogni evento scorre attraverso questa triade lineare unidirezionale del fluire temporale, allora solo il presente è reale, perché il passato non esiste più e il futuro non esiste ancora “la distinzione tra passato, presente e futuro sia soltanto un’illusione, anche se ostinata”. La celebre citazione del genio della fisica, con cui si apre Dark (2017), serie tv targata Netflix, mina tuttavia le fondamenta del nostro modo di pensare lo scorrere del tempo. Con la teoria della relatività ristretta, Einstein teorizzò che il tempo non fosse assoluto, ma relativo a due variabili: la velocità e il riferimento spaziale degli osservatori. Per essere ancora più precisi, è la distanza temporale (intervallo) fra due eventi a essere relativa alle variabili appena citate. Questo significa che l’intervallo di tempo che intercorre fra un evento A e un evento B differisce da osservatore a osservatore. Non a caso da Einstein in poi si parlerà di spaziotempo (o cronotopo) per indicare la struttura quadridimensionale dell’universo, dove alle tre dimensioni dello spazio – lunghezza, larghezza e profondità – viene aggiunta la dimensione del tempo. Ogni evento fisico avviene in questo teatro cosmico ed è definito da queste quattro coordinate. Non c’è da preoccuparsi se non si riesce ad afferrare pienamente una simile idea: noi siamo esseri tridimensionali, che pensano tridimensionalmente, appunto. Rispetto alla quadridimensionalità, ci troviamo nella stessa condizione di una formica – un essere bidimensionale proiettato nel nostro campo tridimensionale – nella misura in cui il suo sistema fisico di coordinate è definito unicamente da lunghezza e larghezza. Eppure recentemente la famosa velocità della luce einsteniana è stata superata sperimentalmente. Le particelle hanno coperto i 730 chilometri che separano i laboratori di Ginevra da quelli del Gran Sasso a una velocità più alta di quella della luce. Il muro è stato infranto di appena 60 nanosecondi. Per commemorare la “perseveranza” di tutti gli operatori sanitari del globo, la NASA ha voluto realizzare una piastra in alluminio in memoria della pandemia del Covid-19, che è arrivata sul Pianeta Rosso a bordo di Perseverance. “Volevamo dimostrare il nostro apprezzamento per coloro che hanno messo in pericolo il loro benessere personale per il bene degli altri”, ha dichiarato Matt Wallace, vice responsabile del progetto Perseverance presso JPL. “La nostra speranza è che quando le generazioni future viaggeranno su Marte e si imbatteranno nel nostro vagabondo, verrà loro ricordato che sulla Terra nel 2020 c’erano persone del genere”. La piastra in alluminio misura 8 cm x 13 cm e mostra il bastone di Esculapio, simbolo della medicina, come segno di ringraziamento all’intera categoria. Una pandemia moderna spaventa il globo intero, mentre nel recente passato interessava solo pochi stati e i vaccini erano solo un sogno, che l’uomo ha realizzato con la cultura biologica e medica d’oggi.

 

 

 

 

Giuseppe e Pace (già prof. di scienze naturali in Italia e all’estero)

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