L’ex presidente della Commissione europea a Napoli in occasione della lectio magistralis del Nobel Paul Krugman: «Siamo più divisi che mai». Il richiamo all’asse franco-tedesco e alla necessità di reagire alle pressioni che arrivano da Est e da Ovest.

Napoli, 12 Ottobre – «L’Europa o è unita o non ha futuro, bisogna essere sinceri». Romano Prodi torna a lanciare l’allarme sul destino dell’Unione europea e lo fa da Napoli, intervenendo all’Università degli Studi Federico II in una giornata dedicata alle grandi trasformazioni dell’economia mondiale e alle scelte che attendono il continente.

Parole nette quelle dell’ex presidente del Consiglio e della Commissione europea, che individua nella frammentazione politica uno dei principali fattori di debolezza dell’Unione in una fase segnata dalla competizione tra grandi potenze e da equilibri internazionali sempre più instabili.

«C’è una tale forza di schiacciamento che abbiamo sia da Est che da Ovest – ha affermato Prodi – che o ci mettiamo insieme tutti i Paesi europei o siamo sempre più fuori dal giro». Un giudizio che va oltre le singole emergenze e riguarda la capacità stessa dell’Europa di restare protagonista nello scenario globale.

Al centro della riflessione dell’ex premier torna soprattutto il rapporto tra Francia e Germania, tradizionalmente considerato uno dei motori dell’integrazione comunitaria. «Devo dire, con la massima sincerità, che siamo più divisi che mai – ha osservato – nel senso che Francia e Germania o stanno unite come fratelli, e corrono insieme, oppure l’Europa non va avanti».

Il messaggio è chiaro: nessuno Stato europeo, preso singolarmente, dispone oggi della forza economica e politica necessaria per competere alla pari con le maggiori potenze mondiali. Per Prodi, quindi, l’integrazione non rappresenta soltanto un ideale politico, ma una necessità dettata dai nuovi rapporti di forza internazionali.

L’intervento si inserisce nell’appuntamento organizzato dalla Federico II nell’Aula Magna storica dell’Ateneo, che vede protagonista Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, chiamato a tenere una lectio magistralis sulle trasformazioni dell’economia mondiale e sulle decisioni più urgenti per l’Europa. Al confronto partecipa anche Peter Nijkamp, tra i più noti studiosi internazionali di economia regionale e territoriale, insieme a esponenti del mondo accademico, istituzionale e produttivo. L’iniziativa è promossa dall’Università Federico II e dall’Associazione dei Professori Emeriti Federico II con il contributo del CNR.

L’obiettivo dell’Ateneo è fare dell’incontro non un appuntamento isolato, ma il punto di partenza di un percorso più ampio: nei mesi successivi sono infatti previsti laboratori destinati a trasformare gli spunti emersi dal dibattito in proposte su competitività, sviluppo e territori, coinvolgendo università, istituzioni, imprese e nuove generazioni.

Le dichiarazioni pronunciate a Napoli si inseriscono in una linea che Prodi porta avanti da tempo e che nelle ultime settimane ha assunto toni ancora più preoccupati. Alla fine di settembre, durante una cerimonia al Parlamento europeo dedicata a David Sassoli, l’ex presidente della Commissione aveva definito l’Europa un «faro della democrazia» ma aveva avvertito che le divisioni interne rendono l’Unione vulnerabile, sostenendo anche la necessità di superare il diritto di veto nei processi decisionali europei.

Il nodo, dunque, non è soltanto economico. È politico e strategico. Tra la pressione degli Stati Uniti, la crescita della Cina, il peso della Russia e il moltiplicarsi delle crisi internazionali, secondo Prodi il rischio è che un’Europa incapace di trovare una posizione comune finisca progressivamente ai margini delle decisioni che determinano i nuovi equilibri mondiali.

Da Napoli arriva perciò un appello che suona anche come un avvertimento: l’Unione può ancora esercitare un ruolo autonomo, ma soltanto se riesce a superare interessi nazionali e divisioni interne. E in questo percorso, per Prodi, il rilancio dell’intesa tra Parigi e Berlino resta una condizione decisiva. Senza una maggiore coesione, il pericolo è che l’Europa continui a essere un grande spazio economico, ma con un peso politico sempre più ridotto nel mondo.

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