La presidente del Consiglio difende la tenuta dell’esecutivo, respinge le accuse sulla politica estera e rilancia sulla giustizia. Dalle opposizioni attacchi su precarietà, Costituzione e prospettive della legislatura.
Roma, 9 Aprile – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha utilizzato l’informativa sull’azione di governo, prima alla Camera e poi al Senato, per ribadire la linea della continuità dell’esecutivo e respingere le pressioni politiche seguite alla bocciatura referendaria sulla riforma della giustizia. Il messaggio principale è stato netto: nessuna ipotesi di dimissioni o rimpasto e orizzonte pieno di legislatura. «Governeremo per cinque anni», ha affermato, rivendicando il mandato ricevuto dagli elettori e tentando di ricompattare la maggioranza attorno a un obiettivo di stabilità.
Nel passaggio dedicato alla collocazione internazionale, Meloni ha respinto le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti e, in particolare, verso Donald Trump. La premier ha sottolineato la continuità della posizione italiana, sostenendo che l’orientamento atlantico del Paese non rappresenta una novità ma una costante degli ultimi decenni. Il riferimento mira a depotenziare la critica delle opposizioni, trasformandola in una contestazione non all’attuale governo ma all’intero assetto di politica estera italiana.
La bocciatura della riforma della giustizia non ha modificato la linea dell’esecutivo. Meloni ha insistito sulla necessità di non abbandonare il “cantiere” della riforma, invocando un clima di collaborazione per individuare soluzioni condivise. Nel suo intervento al Senato ha inoltre sottolineato come, anche tra i sostenitori del “no”, emerga la consapevolezza di problemi strutturali, tra cui la deriva correntizia e il rischio di uno squilibrio nei rapporti tra magistratura e politica. Il messaggio politico è duplice: riconoscere l’esito referendario ma al tempo stesso rivendicare la legittimità di proseguire il percorso riformatore.
Uno dei momenti più duri dell’informativa è stato lo scambio polemico con la segretaria del principale partito di opposizione, Elly Schlein. Meloni ha respinto le accuse sull’aumento della precarietà, definendole «una menzogna» e contestando l’uso politico dei dati sul lavoro. Il confronto segnala un irrigidimento del clima parlamentare, con la maggioranza che punta a difendere i risultati economici e l’opposizione che insiste sulle criticità sociali.
Schlein, dal canto suo, ha attaccato il governo sul piano istituzionale, sostenendo che la maggioranza avrebbe “sfidato la Costituzione” e che il voto referendario rappresenta una sconfitta politica per l’esecutivo. La contrapposizione riflette due letture opposte del referendum: per il governo un episodio che non intacca la legittimità dell’azione riformatrice, per le opposizioni un segnale di indebolimento politico.
Nel dibattito al Senato sono emerse posizioni articolate. Matteo Renzi ha interpretato il “no” referendario come un elemento destinato a pesare nei prossimi mesi, sostenendo che l’unità delle opposizioni potrebbe mettere in difficoltà la maggioranza fino al 2027. Il leader di Italia Viva ha inoltre ironizzato sullo slogan «Il sì conferma, il no riaccende», trasformandolo in una lettura più politica: il “no” non riaccende, ma “rimbomba” e rischia di condizionare l’azione del governo.
Carlo Calenda ha adottato un tono più dialogante ma critico, definendo la fase internazionale «l’ora più buia» e chiedendo un cambio di marcia su politica industriale e dossier economici, da Stellantis a Industria 4.0. Il leader di Azione ha ribadito la disponibilità a sostenere singoli provvedimenti condivisi, invitando tuttavia a ridurre lo scontro politico.
L’informativa di Meloni si inserisce in una fase in cui la maggioranza punta a consolidare la propria tenuta dopo la battuta d’arresto referendaria. La scelta di escludere rimpasti e di rilanciare le riforme segnala una strategia difensiva ma anche offensiva: trasformare la sconfitta in un nuovo terreno di iniziativa politica.
Dall’altra parte, le opposizioni cercano di capitalizzare il risultato del referendum per mettere in discussione la solidità dell’esecutivo e per costruire convergenze parlamentari. Il confronto resta quindi aperto su tre piani principali: la riforma della giustizia, l’andamento economico-sociale e la capacità del governo di mantenere coesa la maggioranza nel medio periodo.
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