Napoli, 8 Dicembre – Alle nottate insonni sono, oramai, più che abituato, sebbene il mio effettivo desiderio sia quello di recuperare le energie per affrontare la giornata successiva; però, tenendo fede ad una consolidata massima proverbiale “la notte porta consiglio”, pertanto mi sforzo di vedere il lato positivo di questo inconveniente: in altre parole, approfitto per riflettere in merito a determinate cose. 
Ieri, sette dicembre, a Milano, si è festeggiato il Santo patrono, il Vescovo Ambrogio, che aiutò molte persone deboli a conoscere Gesù (tra essi anche Agostino, poi anch’egli Vescovo e Santo): in tale data si tiene, altresì, lo spettacolo di debutto della stagione operistica del Teatro alla Scala, edificato nel 1778 su progetto di Giuseppe Piermarini e tuttora fucina di talenti nel campo della classica e della lirica. 
L’opera scelta per la “prima” dal Direttore Musicale, Riccardo Chailly (giunto alla sua ultima stagione sul podio dell’orchestra Meneghina), è stata “Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk“, melodramma in quattro atti composto da Dmitrij Šostakovič (suo anche il libretto, realizzato a quattro mani con Aleksandar Germanovič Prejs): la vicenda si svolge nella Russia zarista del diciannovesimo secolo, e narra di una tresca amorosa messa in atto da Katerina, moglie di un mercante, ed il maggiordomo (nonché operaio) di famiglia, Sergej, per porre fine alle umiliazioni cui Boris e Zinovij, rispettivamente suocero e consorte della donna, sottoponevano quest’ultima. 
In poche parole, costei decide di disfarsi dei testé citati  uomini per unirsi totalmente a Sergej: coglie, dunque, l’occasione per ucciderli entrambi (prima Boris, con funghi commisti a veleno per topi, poi Zinovij, soffocandolo). 
Una volta occultato in cantina il cadavere del coniuge (ufficialmente deceduto in modo naturale), si procede con gli imenei: Katerina organizza un sontuoso banchetto con tutti gli abitanti della città, ma un servitore, seppur in preda all’ebbrezza, nutre il sospetto che in cantina vi sia una presenza insolita, quindi vi si reca e scopre che ivi giace, da giorni, il corpo di Zinovij, esanime.
Con la complicità dell’intera servitù, il valletto ubriaco si rivolge al sergente di polizia per riferire la macabra scoperta e denunziare i due novelli sposi, che, una volta esperito il vano tentativo di fuggire con gli averi di Boris e Zinovij, vengono tratti in arresto e deportati in Siberia, condannati ai lavori forzati: uomini e donne vengono divisi, ma Katerina, con l’intento di riabbracciare Sergej, consegna venti copechi (valuta avente corso legale nell’Impero Russo) alla guardia, che la fa passare; tuttavia, l’uomo la respinge, attribuendole la colpa di quanto toccato loro in sorte (lei se n’era servita per uccidere il marito), e si unisce ad un’altra forzata, di nome Sonetka. Intanto, Katerina medita di vendicarsi e, una volta ripreso il cammino in catene, nota la presenza di un fiume: giunto l’istante propizio, vi spinge con veemenza la rivale, ma…alla fine vi cade anche lei, morendo insieme alla suddetta.
Il breve riassunto contiene il succo dell’odierna riflessione, che desidero incentrare sul difficilissimo rapporto tra i sentimenti sinceri e l’egoismo, il quale ultimo tende a farla sovente da padrone nelle relazioni interpersonali che intercorrono in epoca attuale. L’esempio più lampante di quanto testé affermato è da individuarsi proprio nel comportamento dei più durante il periodo natalizio: il pensiero di molti è, infatti, orientato perlopiù ai beni materiali, come doni, vettovaglie, addobbi, vacanze…e tutta roba che, onestamente, niente ha a che vedere con il Festeggiato, ossia Gesù Cristo.
Esemplificando, c’è chi parla di Natale – magari con allusioni a Gesù Bambino -, ma senza comprendere che, prima d’ognuna delle cose che ho annoverato sopra, c’è l’armonia, il calore familiare, l’affetto di un amico/un’amica: diventiamo più buoni solo all’apparenza, perché siamo abbagliati da tantissime luci false che ci precludono di lasciarci illuminare da Quella Vera, dal Principe della Pace.
Sì…la pace: in questo mondo s’impugnano le armi per qualche ettaro di terra in più, ovvero per possedere giacimenti di petrolio, o – peggio – per sottomettere un popolo libero e sovrano e farlo sentire “fratello”; ma anche in seno alle famiglie si è capaci di agitar le acque per un appartamento, una somma di danaro o qualche oncia d’oro in più. Insomma, tutte cose futili che, grazie all’intelletto (dono del Signore), ben potrebbero passare in secondo piano rispetto ad un sorriso, un abbraccio, una chiacchierata, un brindisi comune per condividere un lieto evento, manifestazioni di concordia che, a parer mio, rendono senz’altro più felici (sempreché, beninteso, vi sia collaborazione reciproca).
Diversamente da Katerina, non dobbiamo lasciarci tentare dal Maligno (che c’insidia di continuo): lei è, infatti, caduta in preda alla lussuria – frutto dell’egoismo in lei già da tempo albergante -, cercando conforto nei piaceri della carne. Il rapporto fra lei e Zinovij era da tempo assai morboso, ma questo non giustifica affatto l’atroce condotta della donna, la quale ha distrutto tanto l’equilibrio di una famiglia quanto l’esistenza di due esseri umani. E tutto questo…anche per il vile denaro (o, più propriamente, per il patrimonio maritale), che lei aveva intenzione di spartirsi con Sergej. 
Anche quest’ultimo è un personaggio negativo, dacché, oltre a non sapersi assumere le proprie responsabilità, si dimostra pure ingrato: Katerina aveva, invero, favorito – seppur con azioni criminose – la sua rapida scalata sociale, ma egli, una volta inflittagli la condanna, preferisce svignarsela con un’altra, arrivando finanche a derubare la sua ex-amata (le sottrae le calze con uno stratagemma per farne dono a Sonetka).
Siamo tutti bravi a formulare auguri, spedire messaggini, far recapitare fiori ed allestire un presepio; ma è innegabile che il senso del Natale è ancora ignoto a tanti, che non mettono a frutto gli insegnamenti di Cristo, né tantomeno son capaci di riscoprire una molteplicità di valori sprofondati, ahi noi, nell’oblio (la cui esistenza è posta in risalto da Šostakovič). Apriamo, dunque, la porta del nostro cuore: alla fine dei nostri giorni, l’unica cosa che conterà è aver amato, non quanti doni abbiamo elargito! 
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