Ddl sulla violenza sessuale, la maggioranza blocca la legge sul consenso: cosa è successo e cosa succede ora
Roma, 26 Novembre – Nel giorno in cui il Senato avrebbe dovuto avviare la discussione sulla riforma del reato di violenza sessuale, la maggioranza ha deciso di fermare tutto. Il disegno di legge, che introduce nel codice penale il concetto di “consenso libero e attuale”, era stato approvato all’unanimità alla Camera e presentato come un raro accordo bipartisan, frutto dell’intesa tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein.
Ma in commissione Giustizia, guidata dalla leghista Giulia Bongiorno, la coalizione di governo ha chiesto un rinvio per “ulteriori approfondimenti”, congelando un testo che sembrava avviato verso un’approvazione rapida. La richiesta di rinvio è partita dalla Lega, seguita da Fratelli d’Italia e Forza Italia. Al centro delle contestazioni c’è il comma sulla “minore gravità”, che prevede una possibile riduzione della pena fino a due terzi. Una previsione già presente nel codice penale, da sempre considerata ambigua, secondo Bongiorno, che chiede “definizioni più chiare”. La presidente della commissione smorza le polemiche: “C’era un accordo tra Schlein e Meloni, ma non nel dettaglio del singolo comma. Escludo categoricamente di parlare di ritardi e rinvii”.
Il leader della Lega Matteo Salvini, forte dei risultati nelle recenti regionali, ha colto l’occasione per marcare il peso del suo partito nella coalizione. A suo giudizio la norma sul consenso “lascia spazio a interpretazioni arbitrarie e rischia di intasare i tribunali”. Dietro lo stop, dunque, non solo questioni tecniche ma anche un evidente segnale politico.
Durissima la reazione dell’opposizione. Elly Schlein chiama direttamente Giorgia Meloni: “Le ho chiesto di far rispettare gli accordi. Sarebbe grave se, sulla pelle delle donne, si consumassero rese dei conti post-elettorali dentro la maggioranza”.
Il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, chiede “chiarezza”, sottolineando che l’intesa prevedeva l’approvazione del testo così com’era stato votato alla Camera. Da Italia Viva, la capogruppo Maria Elena Boschi parla senza giri di parole: “È un voltafaccia della maggioranza, non ci fidiamo più”. Più prudente ma non meno significativa la posizione della ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella, che riconosce la necessità di “qualche correzione”, pur ribadendo che “la legge si farà”.
La commissione Giustizia organizzerà ora un breve ciclo di audizioni con esperti indicati dai gruppi parlamentari. Il voto viene quindi rinviato di almeno alcune settimane. L’opposizione, in segno di protesta, ha lasciato l’aula dopo l’annuncio del rinvio.
Il governo assicura che l’impianto generale resterà invariato, ma è ormai probabile che il testo subisca modifiche. E lo stop riapre i rapporti di forza dentro la maggioranza, mettendo in discussione quell’accordo politico che aveva permesso un passaggio lampo alla Camera.
La riforma interviene sull’articolo 609-bis del codice penale, superando l’attuale modello basato su costrizione, minaccia o abuso di autorità. Con il nuovo impianto, la violenza sessuale si configurerebbe quando un atto sessuale è compiuto “senza il consenso libero e attuale” della persona coinvolta.
Il testo approvato alla Camera fissa pene da 6 a 12 anni e introduce un cambiamento significativo: comportamenti non violenti né minacciosi ma privi di consenso, oggi esclusi dall’ambito penale, verrebbero invece considerati reato. Con l’ok definitivo, l’Italia si allineerebbe ai 21 Paesi europei che già adottano il principio “solo sì significa sì”.
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