Dal 24 al 27 settembre la prova generale nel Golfo, poi nel 2027 la sfida per il trofeo. Ken Read, alla guida di American Racing Challenger Team USA, guarda oltre la competizione: «Alla fine saranno l’Italia e Napoli a vincere». Ma la vera partita sarà capire quale eredità resterà alla città.
Napoli, 13 Settembre – La prima grande regata dell’America’s Cup a Napoli si correrà in mare, ma una parte decisiva della sfida è già cominciata a terra. Tra i cantieri di Bagnoli, le basi provvisorie di Nisida e una città che si prepara a mostrarsi al mondo, la Coppa più antica dello sport internazionale assume un significato che va ben oltre la classifica finale.
Dal 24 al 27 settembre 2026 il Golfo di Napoli ospiterà la seconda regata preliminare della Louis Vuitton 38ª America’s Cup, una prova generale in vista dell’appuntamento del 2027. Per consentire il completamento degli interventi nell’area di Bagnoli, in questa fase i team saranno ospitati negli spazi del Comando logistico della Marina Militare a Nisida, prima del successivo trasferimento nell’area destinata a diventare il cuore operativo della competizione.
È proprio guardando a Bagnoli che Ken Read sposta l’attenzione dalle barche alla città. «Quando guardi l’area di Bagnoli e vedi tutti i lavori che si stanno facendo, ti rendi conto che alla fine saranno l’Italia e Napoli a vincere». Read non è soltanto uno degli uomini di vela più conosciuti della scena internazionale. Due volte Rolex Yachtsman of the Year, oggi è il CEO di American Racing Challenger Team USA, il nuovo sfidante statunitense che rappresenta Sail Newport e che nell’aprile 2026 ha riportato ufficialmente gli Stati Uniti nella corsa all’America’s Cup.
Le sue parole indicano il tema destinato ad accompagnare Napoli fino al 2027: la legacy, l’eredità dell’evento. Nella storia recente della Coppa, grandi manifestazioni sportive e trasformazioni urbane hanno spesso camminato insieme. È anche la scommessa napoletana: utilizzare un evento internazionale come acceleratore di processi che dovranno però dimostrare di avere una vita molto più lunga della competizione.
«Ci sono state diverse America’s Cup utilizzate per rivitalizzare le comunità, per cambiarle in meglio», osserva Read. «Quello che sta accadendo qui contribuirà a rigenerare profondamente tutta l’area». È una prospettiva ambiziosa. E proprio per questo il successo non potrà essere misurato soltanto dal numero di spettatori sul lungomare, dalle immagini del Vesuvio trasmesse nel mondo o dall’impatto turistico dei giorni di gara. La domanda decisiva arriverà dopo: cosa resterà a Bagnoli quando il villaggio della Coppa sarà smontato e l’ultimo AC75 avrà lasciato il Golfo?
È qui che l’America’s Cup può trasformarsi da grande evento a occasione strutturale. Oppure rischiare di restare soltanto una magnifica parentesi. La sfida riguarda gli spazi urbani, ma anche il rapporto di Napoli con il mare. Un rapporto quasi paradossale per una città che vive affacciata sull’acqua ma nella quale, per molti ragazzi, la vela continua a essere percepita come uno sport distante.
Read insiste proprio su questo punto. «Una parte fondamentale della nostra legacy è portare la vela a un pubblico più ampio e soprattutto ai giovani. Per noi non è semplicemente importante, è fondamentale». È la filosofia che American Racing Challenger porta avanti negli Stati Uniti attraverso Sail Newport e US Sailing, con programmi dedicati allo sviluppo dei giovani e all’ampliamento dell’accesso alla vela. L’obiettivo dichiarato dal team americano è costruire un progetto che sopravviva alla singola campagna agonistica.
A Napoli il tema assume un significato ancora più ampio. Fare della Coppa uno strumento capace di avvicinare nuovi ragazzi alla cultura del mare significherebbe lasciare qualcosa che nessuna fotografia della regata potrebbe raccontare: competenze, occasioni, scuole, percorsi sportivi e forse anche nuove professioni.
Intanto, però, c’è una gara da affrontare. Per American Racing Challenger Team USA quella di Napoli avrà un valore particolare. «Siamo qui per imparare. È quasi assurdo dirlo ad alta voce, ma questa è la nostra prima regata», ammette Read.
Dietro l’apparente prudenza, l’obiettivo è chiarissimo: «Ci piace vincere? Certo. Non saremmo qui se non volessimo vincere». Il team americano arriva infatti alla Coppa con una storia recente, ma con radici pesantissime. Gli Stati Uniti vinsero il trofeo originario nel 1851 e lo conservarono per 132 anni consecutivi. Il nuovo American Racing Challenger ha acquisito da American Magic l’AC75 Patriot e due AC40 e ha affidato la direzione del programma proprio a Read, affiancato dal due volte campione olimpico Giles Scott come Sailing Director.
La regata napoletana sarà quindi molto più di un test cronometrico. Servirà a verificare uomini, procedure, comunicazioni e capacità di lavorare sotto pressione. «Questa regata non riguarda solo la vela», spiega Read. «Serve a imparare come deve funzionare ogni giorno l’intero team».
Ed è forse questa la metafora più efficace anche per Napoli. Settembre non sarà ancora l’America’s Cup. Sarà una prova generale. Un’occasione per verificare non soltanto il campo di regata ma trasporti, accoglienza, organizzazione, rapporto con il pubblico e capacità della città di assorbire un evento internazionale senza limitarsi a subirlo.
Nel 2027 la posta in gioco salirà ulteriormente. Per la prima volta la Louis Vuitton Cup e l’America’s Cup Match saranno disputate in Italia. La competizione si svilupperà tra primavera ed estate e il Match per il trofeo è previsto a partire dal 10 luglio nelle acque di Napoli. Per Read, inoltre, l’Italia non è soltanto la sede della prossima grande sfida. È un luogo legato alla sua storia personale. «Amo l’Italia. Ho navigato con diversi programmi italiani nel corso degli anni», racconta. Poi sintetizza il rapporto con il Paese con semplicità: le persone, il cibo, il clima e una cultura capace di rendere ogni esperienza diversa.
Napoli compare nei suoi ricordi già nel 1984, quando arrivò in città diretto a Capri. Del primo incontro conserva soprattutto la memoria di una corsa in taxi: «Non sono mai stato così spaventato in vita mia durante una corsa attraverso Napoli». Poi la battuta: «Sono felice di dire che non è cambiato nulla». Dietro l’ironia c’è però un rapporto che oggi assume un significato diverso. Quarant’anni dopo, Read torna in una Napoli che non è più soltanto una tappa sulla strada per Capri, ma il centro della sua nuova avventura sportiva.
Ed è proprio questa sovrapposizione di storie a rendere l’America’s Cup napoletana qualcosa di più di una regata. C’è il ritorno degli Stati Uniti. C’è il sogno italiano di conquistare finalmente il trofeo. C’è un Golfo che diventerà per settimane uno dei luoghi più osservati della vela mondiale. Ma soprattutto c’è Bagnoli, chiamata a dimostrare che un grande evento può accelerare una trasformazione senza esaurirsi con essa.
Read guarda già oltre settembre. «Spero che i momenti migliori della mia carriera debbano ancora arrivare. Voglio provare a vincere l’America’s Cup, ma il nostro è un progetto a lungo termine. E questo è solo l’inizio».
Vale per il team americano. Ma, in un certo senso, potrebbe valere anche per Napoli. Perché nel 2027 ci sarà un vincitore dell’America’s Cup. Il nome sarà scritto sull’albo d’oro. Per sapere invece se avrà vinto anche Napoli bisognerà aspettare qualche anno in più e tornare a guardare Bagnoli quando le vele non saranno più all’orizzonte.
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