Ricordando mio padre Tullio Spagnuolo Vigorita (3 maggio 1941 – 11 settembre 2012) nel XIV anniversario della sua dipartita
Napoli, 12 Settembre – La pioggia torrenziale abbattutasi violentemente su Roma durante la giornata di avantieri ha leggermente sconvolto i miei piani: era pressoché impossibile camminar per strada, finanche nel brevissimo tragitto che separa la stazione Tiburtina dal luogo in cui dimorò da ormai due anni.
Ho deciso, pertanto, di fare uno spuntino prima del tempo, approfittando di questo fuori programma per chiudere occhi e bocca e ragionare accuratamente: le persone, in particolar modo i turisti, esprimevano il proprio disappunto per le condizioni meteorologiche, dimenticando che l’acqua è fonte di vita per ogni creatura (e San Francesco d’Assisi soleva rammentarlo), mentre io, terminata la mia cena veloce (nonché anticipata) ho voluto trascorrere del tempo ad ammirare il “torrente” che, complice la scarsa cura nella manutenzione delle strade Romane, faceva il suo corso tra Largo Mazzoni e l’ingresso dello scalo ferroviario.
Di colpo, mi son balzati in mente i racconti che mi faceva mio Padre, aventi ad oggetto l’infanzia da lui vissuta: non è stata stricto sensu infelice, ma è innegabile che lo abbia reso, per così dire, grande prima del tempo, considerato che, a causa dell’infuriare del secondo conflitto mondiale, ha dovuto lasciar Napoli (Città da lui tanto amata, il cui evidente degrado degli ultimi anni lo sdegnava parecchio, ed aveva ragione da vendere!) per rifugiarsi in un piccolo paesino del Sannio, che i non Campani, probabilmente, mai hanno sentito nominare, ma di cui egli serbava un ottimo ricordo e, soprattutto, parlava senza mai celare sorriso e commozione.
Mi riferisco a San Lorenzello, località di appena duemila abitanti non lontana da Cerreto Sannita, situata in una valle che prende il nome dal torrente che la bagna, il Titerno: ebbene, proprio in riva a quest’ultimo mio padre, insieme con i suoi fratelli e cugini – dei quali era più piccino – era dedito ad attività ludiche di varia natura, che mi descriveva con il suo indefettibile sorriso (nonostante si trovasse lì per sfuggire agli indiscriminati bombardamenti che colpivano il Capoluogo Campano).
L’immagine del torrente, cari Lettori, simboleggia la vita terrena, la quale ha un’origine, un corso ed un termine: esattamente quel che sosteneva il filosofo presocratico Eraclito, secondo cui nulla resta immobile, e ogni cosa è destinata a subire un graduale processo di trasformazione.
Riallacciandosi al pensiero dei filosofi dell’Umanesimo, c’è da osservare, a tal riguardo, che l’artefice del proprio avvenire è l’uomo (il faber fortunae suae), anche se, da credente, sono dell’opinione che tutti i talenti che abbiamo siano un dono dell’Altissimo, e noi siamo chiamati ad utilizzarli soprattutto per fornire un valido aiuto al Prossimo.
Ebbene, il pensiero di Papà rappresenta la perfetta commistione delle teorie poc’anzi descritte – ancorché in maniera sommaria -, considerato che egli, nella sua veste di docente universitario amante della propria materia (la storia del diritto romano, per chi non lo sapesse), rifletteva accuratamente ogniqualvolta doveva comporre una monografia: la sua missione era quella di rendere comprensibili i suoi testi alla platea studentesca – composta da coloro che, un domani, avrebbero indossato la toga o sarebbero entrati nei ruoli dell’Amministrazione -, non certo quella di tramutarsi in best-seller o in un professore da TV. Grazie, Papà, per aver trasmesso – a noi figli, come ai nipoti ed agli allievi – un esempio di umiltà che, tanto nel mondo accademico quanto al di fuori degli Atenei, è roba sempre più desueta.
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