Napoli, 15 Gennaio – Napoli si è svegliata con l’amaro in bocca, immersa in un misto di nostalgia e delusione. Il video virale che ritrae Khvicha Kvaratskhelia in visita notturna al murales di Diego Armando Maradona nei Quartieri Spagnoli ha scatenato un turbine di emozioni. L’esterno georgiano, immortalato con le braccia aperte in un gesto che sembra voler abbracciare il mito del calcio argentino, è già stato letto come un simbolico addio alla città che lo ha accolto come un figlio.
Non è chiaro quando sia stato girato il video – forse nel fine settimana, lo stesso in cui i tifosi partenopei hanno appreso la notizia della sua imminente partenza verso il Paris Saint-Germain. A Parigi, intanto, i social ribollono di entusiasmo per “Kvaradona,” il soprannome che ha consacrato Kvaratskhelia nell’Olimpo del calcio, almeno agli occhi dei suoi estimatori.
Ma a Napoli, la narrazione è ben diversa. Il rapporto idilliaco tra il calciatore e i tifosi sembra essersi incrinato irreparabilmente, tanto che un cartonato a grandezza naturale di Kvaratskhelia è stato gettato in un cassonetto di piazza Cavour, quasi a simboleggiare un sentimento di tradimento.
Tra le tante voci, quella dello scrittore Maurizio De Giovanni si distingue per lucidità e amarezza. Con una metafora incisiva, De Giovanni paragona il georgiano a un abile falegname che realizza un mobile perfetto, ma poi se ne va, lasciando dietro di sé il ricordo del suo lavoro, ma non della sua persona. “Non è tuo figlio, non è tuo fratello. È un professionista che viene pagato per il lavoro che ha fatto. Non verseremo lacrime. […] Tu sei solo uno che ha fatto un bel cassettone.”
Parole che racchiudono il senso di una città che, sebbene abituata a vivere di passioni viscerali, sa anche quando è il momento di andare avanti. Perché a Napoli, il calcio è poesia, è appartenenza, è identità. Eppure, come ricorda lo scrittore, la storia d’amore con i veri eroi – quelli che non hanno vinto nulla, ma hanno lasciato tutto sul campo – è di un’altra pasta.
Kvaratskhelia si prepara a indossare la maglia del PSG, portando con sé il talento che ha incantato il San Paolo e il peso di un legame spezzato troppo presto. Napoli, dal canto suo, si tiene stretta i suoi ricordi, consapevole che nel calcio, come nella vita, si può amare intensamente e dimenticare velocemente.
In fondo, Maradona resta lì, immobile e eterno, a osservare. Perché a Napoli si può perdonare quasi tutto, tranne dimenticare chi ha davvero lottato per la maglia azzurra. E forse è proprio per questo che l’abbraccio di Kvaratskhelia a quel murales sa tanto di saluto, ma poco di riconciliazione.
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