Un’indagine scientifica con muschi bioindicatori denuncia livelli allarmanti di elementi tossici, confermando l’urgenza di interventi di bonifica e tutela della salute pubblica.

Napoli, 22 Aprile – Un recente studio pubblicato su Science of the Total Environment ha acceso nuovi riflettori sulla drammatica condizione ambientale della Terra dei Fuochi, in Campania, rivelando livelli preoccupanti di contaminazione da metalli pesanti anche in aree finora considerate esenti da inquinamento.

Utilizzando il muschio Scorpiurium circinatum come bioindicatore, i ricercatori dell’Università di Napoli Federico II e della Sbarro Health Research Organization (SHRO) della Temple University di Philadelphia hanno rilevato alte concentrazioni di arsenico, mercurio, piombo e altri elementi tossici sia in un’area industriale sia in una zona rurale della regione. I risultati supportano la recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha condannato l’Italia per la cattiva gestione dell’area, definendo il rischio per la popolazione “imminente”.

La ricerca ha impiegato le cosiddette “moss bags” – sacchetti contenenti muschio in grado di assorbire inquinanti atmosferici – esposti in sei punti di due zone campione: il bosco della Reggia di Carditello, area verde scarsamente antropizzata, e una zona industriale nel comune di Giugliano in Campania, tristemente nota per lo smaltimento illecito di rifiuti. Come controllo, è stato scelto il Monte Faito, area montana priva di fonti inquinanti.

Dopo esposizioni di 21, 42 e 63 giorni, le analisi hanno rilevato concentrazioni significative di contaminanti nei muschi di Carditello e Giugliano. Già dopo tre settimane, l’arsenico ha raggiunto i 2,2 mg/kg, il rame 17 mg/kg e il mercurio 0,06 mg/kg – livelli sufficienti a innescare stress ossidativo, attivazione delle difese antiossidanti e danni cellulari nei tessuti vegetali.

Un dato allarmante è che l’entità della contaminazione e dei danni biologici è risultata simile in entrambe le aree monitorate, evidenziando come gli inquinanti non rimangano circoscritti alle discariche illegali, ma si diffondano nell’ambiente circostante. “Non c’è alcun luogo preservato e sicuro per l’ambiente e la salute umana nell’area colpita”, ha dichiarato la dottoressa Adriana Basile, coautrice e corresponding author dello studio.

A ribadire la portata della scoperta è intervenuta anche la dottoressa Iris Maria Forte, già coinvolta in precedenti ricerche sulla Terra dei Fuochi: “Questo studio fornisce una conferma sulla gravità dell’inquinamento e la necessità di un’azione immediata”.

I risultati, sottolineano i ricercatori, richiamano l’approccio One Health, che considera la salute umana, animale e ambientale come interdipendenti. La capacità del muschio di accumulare veleni e mostrare effetti biologici in poche settimane suggerisce un’esposizione cronica e potenzialmente devastante per i residenti, aprendo scenari inquietanti su un possibile effetto domino attraverso l’intero ecosistema.

Gli autori concludono con un appello urgente a misure di risanamento ambientale e sanitarie: “I danni osservati nel muschio riflettono il potenziale rischio per la popolazione locale, esposta quotidianamente ai fumi tossici. È una questione sociale e sanitaria di dimensioni enormi”.

Lo studio condotto tra Carditello e Giugliano conferma ciò che attivisti e comunità locali denunciano da anni: la contaminazione nella Terra dei Fuochi non conosce confini visibili, né risparmia aree apparentemente intatte. La scienza dimostra ora, con dati concreti e biologicamente verificabili, che anche l’aria respirata nelle zone rurali è intrisa delle tossine che avvelenano i territori più colpiti.

Oltre a documentare una realtà ambientale compromessa, i risultati aprono interrogativi fondamentali su salute pubblica, responsabilità istituzionali e giustizia ambientale. In un contesto dove perfino il silenzio del bosco cela veleni invisibili, l’unica risposta possibile sembra essere un’azione urgente, coordinata e strutturale. Perché in Campania – come ammonisce la scienza – non esiste più un “luogo sicuro” finché non si interviene davvero.

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Raffaele Ariola
“Giornalista pubblicista con una grande passione per lo sport, in particolare per il calcio, da sempre definito lo sport più bello del mondo. Scelgo, ogni volta che scrivo, di essere al servizio della notizia e del lettore, raccontando i fatti con chiarezza ed essenzialità. Credo fermamente che l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”.