Il “Pigmalione” della Scuola Triennale d’Arte Teatrale: teatro, formazione e coscienza civile
Napoli, 27 Maggio – C’è un momento, nel percorso di chi studia teatro, in cui il saggio di fine corso smette di essere una semplice restituzione didattica e diventa qualcosa di più: una dichiarazione di identità, un passaggio simbolico, il punto esatto in cui la formazione incontra la responsabilità culturale. È lì che il teatro smette di essere esercizio e diventa linguaggio. Ed è proprio in questo spazio di senso che si inserisce il saggio di fine corso della Scuola Triennale d’Arte Teatrale della Casa d’Arte, Cultura e Pedagogia Teatrale e La Carrozza d’Oro, in programma domenica 31 maggio alle 18.30 all’Auditorium “Mariarosaria Guastaferro” di Mariglianella.
L’appuntamento, curato dai direttori artistici Luana Martucci, direttrice artistica della scuola, e Pasquale Napolitano, regista e pedagogista teatrale, porterà in scena Pigmalione di George Bernard Shaw, testo cardine della drammaturgia moderna, opera che attraversa temi ancora oggi brucianti: il riscatto sociale, la dignità del lavoro, la costruzione dell’identità femminile e il rapporto tra cultura e potere.
«Quest’anno le nostre ragazze e i nostri ragazzi – dichiarano Luana Martucci e Pasquale Napolitano – hanno lavorato sul Pigmalione di George Bernard Shaw. È un lavoro che parla di riscatto sociale, di dignità del lavoro, di donne. O meglio, di riscatto femminile. Ogni anno ci sforziamo di conciliare tecnica, tradizione drammaturgica e necessità politica, politica nel suo senso più alto, quello della Polis, del bene della società. I teatri chiudono o, peggio ancora, non riaprono. Ma il teatro, inteso come attività fatta da donne e uomini e non da pietra e cemento, non chiude mai».
Ed è probabilmente proprio quest’ultima riflessione a racchiudere il senso più autentico del lavoro costruito negli anni da Martucci e Napolitano. Proprio quando il sistema culturale attraversa fragilità strutturali, dove troppo spesso la formazione artistica rischia di ridursi a intrattenimento o esercizio di superficie, la loro esperienza educativa sembra seguire una traiettoria diversa: quella della profondità.
Scegliere Pigmalione oggi non è un’operazione nostalgica né un omaggio rituale alla grande tradizione teatrale. È una scelta politica nel significato più alto evocato dagli stessi direttori artistici: il teatro come spazio civile. Shaw, con la storia di Eliza Doolittle e del suo percorso di emancipazione, continua a interrogare il presente. Chi può accedere al sapere? Quanto il linguaggio determina il nostro posto nel mondo? Quanto una donna deve ancora lottare per sottrarsi agli stereotipi sociali?
Domande che attraversano il Novecento e arrivano dritte al presente.
Ma c’è anche un altro elemento che merita attenzione: il metodo. Una scuola teatrale triennale non costruisce semplicemente attori. Costruisce strumenti umani, capacità di ascolto, disciplina, relazione, pensiero critico. Il teatro pedagogico autentico non forma soltanto interpreti: forma cittadini.
Ed è qui che emerge la cifra professionale di Luana Martucci e Pasquale Napolitano. Da una parte la direzione artistica come visione culturale; dall’altra il lavoro registico e pedagogico come costruzione quotidiana di un percorso. Due competenze differenti che si incontrano in una progettualità riconoscibile, capace di tenere insieme rigore tecnico, qualità drammaturgica e attenzione ai temi sociali.
Non è un equilibrio semplice. Molte realtà formative scelgono la strada della sola tecnica; altre quella della sola narrazione valoriale. Più raro è trovare percorsi che riescano a far convivere entrambe le dimensioni senza sacrificare né la qualità artistica né il contenuto.
Sul palco saliranno gli allievi della Scuola Triennale d’Arte Teatrale: Giada Francesca Avagnale, Gioele Braca, Mariachiara Covone, Sara Di Finizio, Ugo Esposito, Luciano Foglia, Michele Giusto e Antonio Mautone. Per loro sarà certamente una prova scenica, ma soprattutto il punto di arrivo – e insieme di partenza – di un percorso costruito nel tempo. Perché il teatro, quando è fatto con rigore, studio e visione pedagogica, lascia sempre qualcosa oltre il sipario.
E forse il significato più profondo di questo saggio è proprio qui: ricordare che il teatro non sopravvive nei cartelloni o nelle strutture, ma nella comunità che riesce a creare. Nelle mani di chi insegna. Nel coraggio di chi impara. Nella scelta, sempre più controcorrente, di credere che la cultura non sia un lusso accessorio, ma una necessità collettiva. Domenica sera, a Mariglianella, andrà in scena Pigmalione. Ma, in fondo, salirà sul palco anche un’altra storia: quella di una scuola che continua a credere che l’arte possa ancora educare, trasformare e restituire senso al presente.
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