Napoli e provincia, oltre la retorica del degrado
Napoli, 20 Gennaio – La storia della preside di Caivano, raccontata in prima serata su Rai 1, è potente. Intensa. Necessaria. È il ritratto di una scuola che resiste, di una donna che non arretra davanti al degrado, di un’istituzione che prova a essere argine dove lo Stato spesso arriva tardi. Ed è giusto che venga raccontata.
Ma è proprio da qui che nasce la domanda scomoda: fino a quando la provincia di Napoli, e più in generale il Sud, continueranno a esistere nel racconto pubblico solo attraverso l’emergenza, il dolore, l’inferno?
A porla, con parole nette, è Josi Della Ragione, sindaco di Bacoli, in un post affidato ai social ma dal chiaro valore politico e culturale. Un intervento che va oltre il singolo caso di Caivano e chiama in causa il modo in cui il Mezzogiorno viene sistematicamente rappresentato nei media nazionali.
Secondo il primo cittadino, lo schema è ormai consolidato: quartieri degradati, famiglie spezzate, madri sottomesse, padri assenti o in carcere, figli destinati alla criminalità. Un popolo descritto come incapace di parola, ridotto a urla e gesti, immerso in città “brutte, sporche, spente”. Una narrazione che colpisce, fa audience, ma che finisce per appiattire una realtà complessa in una caricatura permanente.
Il problema, sottolinea Della Ragione, non è raccontare il disagio. Il problema è raccontare solo quello, trasformando territori interi in metafore dell’inferno e i loro abitanti in comparse di un copione già scritto. Un racconto che chiede continuamente riscatto, redenzione, salvezza dall’alto, come se qui non esistessero competenze, energie, buone pratiche, amministrazioni virtuose.
Eppure Bacoli – come molte altre realtà campane – dimostra che un altro Sud esiste: un Sud che non chiede elemosina, ma investimenti; non compassione, ma rispetto; non paternalismo, ma fiducia. Un Sud che può essere risorsa, motore, laboratorio di sviluppo sostenibile e innovazione sociale.
La riflessione finale è forse la più pungente: quando smetteremo di ringraziare con il capo chino per ogni palestra inaugurata, per ogni piscina aperta, per ogni attenzione concessa? Quando il racconto nazionale riuscirà a liberarci dal ruolo di eterni “salvati”, riconoscendoci finalmente come protagonisti?
La storia della preside di Caivano resta bella e giusta. Ma il rischio è che, ancora una volta, venga usata per confermare uno stereotipo invece di scardinarlo. E forse il vero coraggio, oggi, non è solo resistere nell’emergenza. È pretendere di non essere più raccontati solo attraverso di essa.
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