A tre anni dall’attacco di Hamas, il presidente della Repubblica condanna terrorismo, antisemitismo e odio religioso. Ma il suo messaggio guarda anche alla devastazione della Striscia e rilancia la prospettiva dei due Stati.
Napoli, 7 Ottobre – Tre anni dopo, il 7 ottobre resta una ferita aperta. E Sergio Mattarella sceglie di ricordarlo con parole che non lasciano spazio ad ambiguità: il terrorismo non può essere giustificato, relativizzato o consegnato all’oblio.
Nel messaggio diffuso in occasione dell’anniversario dell’attacco di Hamas contro Israele, il presidente della Repubblica torna su quella giornata definendola una «tragica ricorrenza» e ricorda i civili uccisi, i giovani colpiti mentre partecipavano a una festa, gli ostaggi trascinati via con la forza, le famiglie assalite nelle proprie case.
Il passaggio più netto arriva subito dopo: «Gli atti di terrorismo non potranno mai essere giustificati né archiviati». Per Mattarella, il 7 ottobre deve restare un monito permanente contro «le piaghe barbare e incivili del terrorismo, dell’antisemitismo e di ogni forma di odio su base etnica e religiosa».
Parole che fissano un principio prima ancora che una posizione politica: nessuna causa può legittimare l’uccisione deliberata di civili. Nessuna rivendicazione nazionale, ideologica o religiosa può cancellare la responsabilità di chi trasforma persone inermi in bersagli.
Ma il messaggio del capo dello Stato non si ferma alla condanna di Hamas. Mattarella allarga lo sguardo a ciò che il Medio Oriente ha vissuto nei tre anni successivi. E nel farlo richiama apertamente la tragedia della popolazione palestinese, parlando della devastazione umana e materiale provocata nella Striscia di Gaza e della necessità di fermare una spirale di violenza che continua ad alimentare nuove sofferenze.
È questo il punto politicamente più rilevante del suo intervento. Il Quirinale tiene insieme due piani che nel dibattito pubblico vengono spesso contrapposti: la memoria dell’attacco del 7 ottobre e la denuncia delle conseguenze della guerra a Gaza.
Non c’è equivalenza tra eventi e responsabilità diverse. Ma non c’è neppure, nelle parole di Mattarella, una gerarchia nel valore delle vite civili. La condanna del terrorismo resta assoluta. Allo stesso tempo, il rispetto del diritto internazionale e la protezione delle popolazioni coinvolte nei conflitti rimangono principi che valgono sempre, anche quando a invocarli è uno Stato colpito da un attacco terroristico.
È una linea che il presidente della Repubblica ha già seguito in altri interventi sul conflitto israelo-palestinese: sicurezza per Israele, tutela dei civili palestinesi, liberazione degli ostaggi e ritorno a una soluzione politica.
Il punto d’arrivo resta quello dei due Stati. Mattarella richiama infatti la necessità di ricostruire le condizioni perché israeliani e palestinesi possano vivere fianco a fianco, in pace e sicurezza. Una prospettiva che appare oggi ancora più difficile rispetto a tre anni fa, ma che per il capo dello Stato resta l’unica capace di spezzare realmente il ciclo della violenza.
Ricordare il 7 ottobre non significa soltanto commemorare le vittime di Hamas. Significa impedire che il terrorismo venga normalizzato. Ma significa anche interrogarsi su ciò che è accaduto dopo, sulle migliaia di vittime civili, sulla distruzione di Gaza e sul progressivo allontanamento di una soluzione politica.
Mattarella consegna così alla ricorrenza un significato che va oltre la memoria. Il 7 ottobre diventa un confine morale: da una parte la condanna senza attenuanti del terrorismo e dell’antisemitismo; dall’altra il rifiuto dell’idea che la sicurezza possa essere costruita attraverso una guerra senza prospettiva.
Tre anni dopo, il messaggio del presidente è quindi rivolto tanto al passato quanto al futuro. Ricordare le vittime, condannare l’odio e impedire che una tragedia diventi il presupposto della successiva.
Perché il rischio più grande, suggeriscono le parole di Mattarella, è che il Medio Oriente finisca per abituarsi all’eccezione permanente della violenza. E che il 7 ottobre, invece di restare il monito che dovrebbe essere, diventi soltanto uno dei tanti capitoli di un conflitto senza fine.
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