Napoli, 11 Settembre — Meloni vuole archiviare il Rosatellum e puntare sullo Stabilicum. Ma il confronto sulle preferenze ha esposto le fragilità del centrodestra e riacceso lo scontro con l’opposizione. La riforma elettorale che dovrebbe mettere al riparo l’Italia dal rischio di un Parlamento senza vincitori rischia di trasformarsi, prima ancora di arrivare al traguardo, in un test sulla tenuta della maggioranza. Giorgia Meloni considera lo Stabilicum una riforma decisiva per il futuro del sistema politico. Non soltanto uno strumento per superare il Rosatellum, ma la risposta a un problema che la premier ritiene non più rinviabile: evitare che dalle urne emerga un equilibrio incapace di produrre un governo stabile.

Il ragionamento di Meloni è netto: chi vince deve poter governare, chi perde deve andare all’opposizione. «Non esiste il pareggio», è la sintesi della sua posizione. Una convinzione che spiega la determinazione con cui Palazzo Chigi guarda alla nuova legge, ma anche la cautela con cui la presidente del Consiglio affronta ogni passaggio parlamentare. Perché il vero timore, dentro Fratelli d’Italia, non riguarda soltanto il risultato elettorale. Se il partito dovesse risultare ancora una volta quello di maggioranza relativa, senza però disporre di numeri sufficienti per governare, la premier si troverebbe esposta alle pressioni degli alleati e alle trattative per formare un esecutivo. Uno scenario che Meloni vuole evitare, anche per non rivivere le tensioni già sperimentate durante il governo Draghi. «Ci punto», avrebbe detto parlando dello Stabilicum. Ma il percorso parlamentare ha già mostrato quanto sia difficile tenere insieme la strategia di partito e la responsabilità di governo. Il caso delle preferenze Il passaggio più delicato si è consumato al Senato, attorno a un subemendamento presentato dal Partito democratico per introdurre le preferenze libere. Una proposta che ha costretto il centrodestra a misurarsi con una questione che, almeno nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto essere già regolata dall’intesa raggiunta alla Camera: preferenze sì, ma con il capolista bloccato.

La premier non ha nascosto la propria irritazione. «Le preferenze non le vogliono. Piuttosto si farebbero mozzare una mano», avrebbe commentato riferendosi al centrosinistra. Una battuta che riassume la diffidenza di Meloni verso un’opposizione accusata di difendere, nei fatti, il sistema delle liste bloccate. Il Pd, però, ha scelto di giocare la propria partita proprio su quel terreno. Dopo aver evitato alla Camera di presentare emendamenti sulle preferenze, e dopo il ritiro di una proposta analoga da parte del Movimento 5 Stelle, i dem hanno chiesto il voto sul proprio testo al Senato. Una mossa che ha riaperto una questione considerata chiusa e ha messo alla prova gli equilibri della maggioranza. La decisione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, di ammettere la votazione ha provocato un’immediata reazione nel centrodestra. In Fratelli d’Italia qualcuno ha interpretato quel passaggio come un rischio politico evitabile. La Russa, invece, avrebbe rivendicato la correttezza della scelta, richiamando un precedente del 2015, quando durante l’esame dell’Italicum era stato consentito al centrodestra di votare in Aula un subemendamento analogo. La telefonata con Meloni, raccontano fonti parlamentari, sarebbe servita proprio a chiarire le ragioni di quella decisione. Il problema, tuttavia, non era soltanto procedurale. Era politico. La maggioranza a un passo dal cortocircuito Il tentativo di Fratelli d’Italia di smascherare quella che considerava una provocazione dell’opposizione ha rischiato di produrre l’effetto contrario.

L’ipotesi di votare a favore della modifica, per dimostrare che il Pd non avrebbe poi sostenuto coerentemente il principio delle preferenze, ha allarmato gli alleati. Forza Italia e Lega hanno reagito con fermezza. L’accordo raggiunto alla Camera non poteva essere rimesso in discussione, era il ragionamento. Una rottura sul meccanismo elettorale avrebbe potuto aprire una crepa difficile da ricomporre, proprio mentre il governo cerca di presentare la riforma come un progetto condiviso dall’intero centrodestra. Per qualche ora la maggioranza è sembrata muoversi senza una direzione unitaria. Il governo, sulla votazione, ha scelto di rimettersi all’Aula, spiegando di non voler dare l’impressione di essere contrario al principio delle preferenze. Una posizione formalmente prudente, ma politicamente rischiosa: su una riforma di sistema, il voto disgiunto degli alleati avrebbe rappresentato un segnale di debolezza difficile da nascondere. Alla fine il centrodestra ha votato compatto contro il subemendamento. Lo scontro è rientrato, ma non senza conseguenze. L’opposizione ha ottenuto ciò che cercava: l’occasione per mettere in evidenza le difficoltà della maggioranza e accusare Meloni di incoerenza. La premier tra partito e governo La reazione di Meloni va letta anche alla luce di un problema più ampio. La presidente del Consiglio sa che la riforma elettorale è una battaglia identitaria per Fratelli d’Italia, ma sa altrettanto bene che governare significa trovare un punto di equilibrio con gli alleati. È grazie a FdI, ha ricordato, se dopo decenni tornano le preferenze. Un modo per rivendicare la coerenza del partito e, allo stesso tempo, spiegare perché il risultato finale non possa coincidere interamente con la posizione originaria dei singoli gruppi parlamentari. Il tema, però, rischia di diventare un boomerang.

Meloni non vuole che una delle sue battaglie politiche venga lasciata nelle mani di chi, a suo giudizio, punta soltanto a mantenere le liste bloccate. Ma non vuole nemmeno che la riforma elettorale finisca per oscurare le altre priorità dell’esecutivo. «Si parla di legge elettorale quando la gente vuol sentire parlare d’altro», è il timore espresso dalla premier. Una preoccupazione che va oltre la comunicazione politica: l’immagine di un governo concentrato sulle regole del potere, anziché sui problemi quotidiani, potrebbe offrire all’opposizione un argomento efficace. La partita si sposta alla Camera Il voto al Senato ha chiuso soltanto una fase del confronto. La partita decisiva si giocherà ora alla Camera, dove il centrosinistra tenterà di rallentare o modificare il percorso dello Stabilicum. Matteo Renzi, intanto, ha scelto di rivolgersi direttamente ai deputati di Forza Italia, con un messaggio destinato a far discutere: approvare la legge potrebbe ridurre le possibilità di rielezione; bocciarla, al contrario, potrebbe aumentare le chance di tornare in Parlamento. È la logica del franco tiratore, che torna a incombere su una riforma già segnata dalle tensioni. Il rischio per la maggioranza non è soltanto che l’opposizione riesca a cambiare il testo.

È che il dibattito sulla legge elettorale diventi il luogo in cui emergono ambizioni individuali, calcoli di partito e dissensi destinati a pesare anche su altri provvedimenti. Meloni punta a chiudere il cerchio sul Rosatellum e a consegnare al Paese una legge capace di garantire un vincitore. Ma prima di arrivare al voto finale dovrà dimostrare che il centrodestra è in grado di sostenere quella scelta senza trasformarla in una prova di forza interna. La riforma, insomma, non è più soltanto una questione di legge elettorale. È diventata una verifica sulla capacità della maggioranza di restare unita quando la posta in gioco riguarda direttamente il futuro del governo.

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Giovanni Pio Battaglino
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