Napoli, 11 Settembre – Venticinque anni dopo, l’11 settembre ha ormai due età. Per chi lo vide accadere è ancora presente: ricorda una stanza, un televisore acceso, una telefonata, l’incredulità davanti alla prima torre e la certezza terribile davanti alla seconda. Per chi è nato dopo, invece, è già storia. Fotografie nei libri, filmati d’archivio, due grattacieli che esistono soltanto nelle immagini di una New York scomparsa. È forse questo il passaggio più delicato del venticinquesimo anniversario: il giorno che tutti ricordavano sta diventando un giorno che bisognerà spiegare.
La cronologia, ormai, conosciamo quasi a memoria. Alle 8.46 dell’11 settembre 2001 il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Alle 9.03 United Airlines 175 entrò nella Torre Sud. Fu quello, probabilmente, il minuto esatto in cui il mondo capì: non un incidente, non una tragedia dell’aviazione, ma un attacco.
Alle 9.37 un terzo aereo, American Airlines 77, si schiantò contro il Pentagono. Alle 10.03 United Airlines 93 precipitò in Pennsylvania dopo che passeggeri ed equipaggio avevano tentato di ribellarsi ai dirottatori. Diciannove terroristi di al-Qaeda, quattro aerei di linea trasformati in missili, 2.977 persone uccise.
Ma ridurre l’11 settembre a questa sequenza di orari sarebbe come descrivere un terremoto elencando soltanto le scosse. L’obiettivo di al-Qaeda non era semplicemente uccidere. Era costringere il mondo a guardare. Colpire le Torri Gemelle significava colpire il potere economico americano; il Pentagono, quello militare; Washington, verso cui era diretto con ogni probabilità il quarto aereo, quello politico. Era terrorismo progettato per l’epoca della televisione globale: un delitto e, insieme, la sua rappresentazione.
La seconda torre venne colpita davanti alle telecamere. Milioni di persone videro l’attacco mentre accadeva. Prima ancora dei social network, prima dello smartphone, il terrorismo aveva già compreso una delle leggi fondamentali del XXI secolo: un’immagine può raggiungere più persone di un esercito.
Quella mattina finì qualcosa. Finì soprattutto l’illusione americana di essere geograficamente al riparo dalla storia. Gli Stati Uniti avevano attraversato gli anni Novanta da unica superpotenza rimasta in piedi dopo la Guerra fredda. Si parlava perfino di “fine della storia”. La storia, l’11 settembre, rientrò dalla finestra. E lo fece con una violenza che nessuna teoria aveva previsto.
Da allora il nostro vocabolario cambiò. “Guerra al terrore”. “Homeland Security”. “Patriot Act”. “Guantánamo”. “Talebani”. “Al-Qaeda”. Termini che nel giro di pochi mesi entrarono nelle conversazioni quotidiane insieme a metal detector, controlli aeroportuali, telecamere, liste di passeggeri, scarpe tolte ai varchi di sicurezza. Ogni controllo in aeroporto è, in fondo, un piccolo monumento involontario all’11 settembre. Ma a venticinque anni di distanza possiamo permetterci una considerazione che nel dolore dei primi giorni era quasi impossibile: l’11 settembre cambiò il mondo, ma anche la risposta all’11 settembre lo cambiò.
L’America invase l’Afghanistan per distruggere al-Qaeda e rovesciare il regime talebano che l’aveva ospitata. Due anni dopo arrivò l’Iraq, che non aveva avuto responsabilità operativa negli attentati ma la cui invasione fu resa politicamente possibile anche dal clima di paura e mobilitazione seguito all’11 settembre. Cominciarono guerre lunghissime. Nacquero apparati di sicurezza giganteschi. Si ampliarono i poteri di sorveglianza dello Stato. E nella lotta contro chi aveva disprezzato le regole delle democrazie occidentali, le stesse democrazie finirono talvolta per discutere quanto di quelle regole fossero disposte a sacrificare.
È una delle lezioni più scomode di quel giorno: la paura non finisce quando scompare il pericolo. Può diventare una politica. Lo si vide anche dentro la società americana. Per milioni di musulmani statunitensi l’11 settembre ebbe una doppia tragedia: il dolore per l’attacco al proprio Paese e il sospetto che cadde su un’intera comunità per i crimini commessi da diciannove uomini. Il terrorismo voleva dividere il mondo in blocchi inconciliabili. Ogni volta che l’Occidente ha accettato quella divisione, gli ha concesso una piccola vittoria postuma.
Ed è significativo che oggi, a Ground Zero, tra le autorità ci sia anche Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York. Non è necessario trasformarne la presenza in un simbolo perfetto — la storia diffida dei simboli troppo perfetti — per coglierne almeno il paradosso. La città colpita dal terrorismo jihadista venticinque anni fa è oggi guidata democraticamente da un musulmano americano. Anche questo racconta qualcosa dell’America: le sue contraddizioni, certo, ma anche la sua capacità di non coincidere per sempre con le proprie paure.
Oggi, nel luogo dove sorgevano le Torri, i familiari torneranno a leggere i nomi. È il rito più semplice e forse più intelligente che si potesse inventare. Perché il terrorismo trasforma le persone in numeri; leggere i nomi compie l’operazione opposta. Uno dopo l’altro. 2.977 volte.
E quest’anno ci sarà anche un momento di silenzio per quanti sono morti negli anni successivi a causa delle malattie e delle conseguenze dell’esposizione alle sostanze tossiche di Ground Zero. È un’aggiunta importante perché corregge persino la nostra idea del tempo. L’11 settembre non terminò quando, alle 10.28, crollò la Torre Nord. Per migliaia di soccorritori, lavoratori, residenti e familiari, quel giorno è continuato per anni.
Ed è qui che il venticinquesimo anniversario smette di appartenere soltanto alla memoria e diventa una domanda rivolta al presente. Che cosa significa davvero “non dimenticare”? Non può significare semplicemente continuare a trasmettere le stesse immagini. Non può voler dire congelare il mondo nell’11 settembre 2001. E non può nemmeno significare santificare tutte le decisioni prese dopo, come se criticare una guerra, un abuso o un errore fosse un’offesa ai morti.
La memoria adulta è più esigente della commemorazione. Ricordare l’11 settembre significa tenere insieme cose che la retorica preferirebbe separare: l’innocenza delle vittime e gli errori dei governi; il coraggio straordinario dei vigili del fuoco e la paura che attraversò una nazione; la necessità di difendersi dal terrorismo e quella di non diventare, per difendersi, ciò che il terrorismo vorrebbe farci diventare.
Oggi c’è poi un’altra ragione per raccontarlo bene. Circa cento milioni di americani sono nati dopo gli attentati o erano troppo piccoli per ricordarli. Per una parte crescente della popolazione, dunque, l’11 settembre non è più memoria personale: è storia ricevuta da altri.
E quando la memoria diventa storia comincia il lavoro più difficile. Bisogna sottrarla sia alla nostalgia sia alla propaganda. Venticinque anni dopo, forse il significato più profondo dell’11 settembre è proprio questo: ricordarci quanto velocemente possa cambiare ciò che consideriamo stabile. Una mattina limpida, quattro voli di linea, diciannove uomini. Bastarono meno di due ore per dividere un’epoca in un prima e un dopo.
Ma dire che “l’11 settembre cambiò il mondo” è soltanto metà della verità. L’altra metà è che il mondo cambiò per ciò che decise di fare dopo l’11 settembre. Ed è questa la lezione che vale ancora oggi. Non scegliamo sempre gli eventi che irrompono nella storia. Possiamo però scegliere che cosa diventare dopo. È lì, molto più che nei due fasci di luce che ogni anno tornano a salire nel cielo di Manhattan, che comincia davvero il dovere della memoria.
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