Napoli, 14 Dicembre – È senz’altro una tristezza indescrivibile apprendere che parecchi giovani, desiderosi d’intraprendere la strada dell’avvocatura, siano caduti in preda ad un preoccupante sconforto, la cui causa principale va individuata nella condotta sempre più dispotica di chi, pur potendosi fregiare, secondo la legislazione vigente, del titolo di dominus, finisce per elevarsi, senza esservi legittimato, a padrone assoluto della loro esistenza.
Volendo esemplificare, praticanti e giovani avvocati (non necessariamente pivelli) non ricevono più quell’attenzione e quell’incoraggiamento che i domini d’allora riservavano ai propri allievi, considerandoli non sciacquini, bensì esponenti di un Foro che, traendo spunto dagli insegnamenti dei veterani (i cosiddetti “Prìncipi”), si muove in un’ottica di graduale miglioramento.
Uno scenario del genere non sarebbe (anzi, non è) di certo gradito a Cosimo Cascione, studioso di gran calibro che, nel corso della sua breve esistenza (e della brillantissima carriera che ad essa ha fatto da contrappeso), si è sempre preoccupato di garantire ai giovani una preparazione adeguata al contesto in cui, un domani, si sarebbero poi trovati ad operare.
Molte persone lo ricordano come autorevolissimo giusromanista, considerati gli studi – senz’altro magistrali – da lui condotti sulle tematiche più rilevanti dell’esperienza giuridica d’Antica Roma; in pochi, tuttavia, sono a conoscenza che egli era un giurista senz’altro poliedrico, dal momento che ha fornito preziosissimi contributi anche alla formazione degli operatori del diritto: non vanno, invero, trascurati i suoi preziosissimi contributi presenti in varie edizioni dei Codici elaborati da Maurizio Santise per gli aspiranti magistrati – ai quali ultimi è altresì destinato il manuale breve di diritto romano, edito dalla Giuffrè – e l’organizzazione, in quel di Napoli (insieme con Carla Masi, attuale Direttrice della Schola Juris Federiciana, oltreché mia illustris magistra), della Moot Court Competition, esperienza, quest’ultima, orientata al perfezionamento, in capo agli allievi, di quelle capacità retoriche tanto care al pioniere dell’avvocatura occidentale, Marco Tullio Cicerone.
Oramai, la professione forense sta attraversando un periodo di crisi; com’è noto, malgrado l’introduzione delle attività formative obbligatorie per i praticanti, questi ultimi si sentono sempre più disorientati, complici la tendenza a trasmettere loro conoscenze basate sulla mera teoria e la condotta sempre più indifferente di parecchi domini, i quali ultimi, adducendo a pretesto l’aver fatto, illo tempore, una travagliata gavetta, li considerano alla stregua di giannizzeri, di servitori che, per non vedersi buttar fuori dallo studio di punto in bianco, sono prontissimi a comportarsi…da marionette, talvolta dimenticando l’ampia sfilza di tutele che l’ordinamento contempla in situazioni così spiacevoli.
Il mio auspicio più vivo è quello di un tempestivo ritorno ad una formazione costruttiva, fondata non unicamente su scartoffie, modelli e roba varia, bensì sull’amore per la ricerca giuridica e, ovviamente, sulle esperienze pratiche: la missione del giurista è quella di plasmare validi ermeneuti ed oratori, costituenti l’esatto opposto dell’Azzeccagarbugli descrittoci dal Manzoni.
Esorto, quindi, tutti gli appartenenti al mondo forense a curare con maggior dovizia l’iter dei loro discepoli verso la conquista della toga, evitando di far tramontare loro tutte quelle grandi speranze (di dickensiana memoria) nutrite all’inizio del corso di laurea. Ringrazio vivamente Cosimo per tutti gli insegnamenti che ci ha impartito, promettendogli solennemente di trasmetterli ai posteri.
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