In ricordo di mio padre, Tullio Spagnuolo Vigorita
Napoli, 3 Maggio – La sera, quando m’accompagnava a letto dopo aver accuratamente vigilato su quello che, insieme, solevamo chiamare “rituale delle abluzioni” (ossia, doccia e cura dell’igiene dentale), Papà mi raccontava qualche episodio della sua fanciullezza, non certamente serena al pari della mia: egli vide, sì, la luce nella cosiddetta “Napoli dabbene”, non lontano dalla Riviera di Chiaia, ma nel lontano 1941 imperversava il secondo conflitto mondiale, le cui atrocità non risparmiarono affatto il Capoluogo Campano. Ma…lui, malgrado quanto vissuto, si diceva sempre grato al Buon Gesù per avergli preservato l’esistenza, dunque parlava della sua infanzia con quel sorriso mai scomparso dal suo volto.
Prima di ogni narrazione, mio padre teneva a dare rilievo ad un dettaglio, cioè che il suo primo vagito aveva avuto luogo agli albori di un sabato, precisamente alle cinque del mattino. Era il tre di maggio, ma di certo non poteva dirsi che fosse “primavera”, considerato che i bombardamenti proseguivano furibondi, al pari delle persecuzioni disumane messe in atto nei confronti odiati dal Regime Fascista, in primis ebrei e nemici politici.
Non è, dunque, un caso che questa mattina…io abbia aperto gli occhi proprio alle cinque, per poi riprender sonno circa un’oretta dopo: dimenticare una persona così speciale, virtuosa e, soprattutto, altruista ed intelligente è fuor di dubbio impossibile.
Verso le nove ho riaperto gli occhi, per poi destarmi definitivamente dopo qualche minuto: mi è riaffiorato nella mente il ricordo di quando, insieme con Papà, ascoltavo la trasmissione radiofonica “Ad alta voce“, che consisteva nella lettura, a puntate, di un classico scelto dalla redazione. Mi sono, quindi, collegato a YouTube, ove ho ritrovato ogni singola puntata de “I Tre Moschettieri”, capolavoro di Alexandre Dumas padre letto dall’attore Paolo Bonacelli, ricordando che fu oggetto del nostro ascolto congiunto nel periodo in cui frequentavo il ginnasio.
Un altro filo conduttore che mi legava a mio padre è da individuarsi nella passione per l’apprendimento, sebbene inizialmente non mi garbasse tanto leggere; fu, poi, grazie al suo valido apporto che maturò in me un amore incondizionato non solo per la lettura (e, più tardi, per la scrittura poetica e prosastica), bensì anche per l’analisi storica della realtà attuale: fu, dunque, per questo che decisi di scegliere una strada differente rispetto a quella della direzione d’orchestra (sogno che nutrivo da bambino), intraprendendo, al pari di Papà, il percorso di studi in scienza del diritto.
A tal riguardo, mi preme dare rilievo ad un monito che il mio compianto genitore, luminare del diritto romano e principale promotore della cultura romanistica anche al di fuori dell’Ateneo Federiciano, rivolgeva a chi gli manifestava l’intenzione di studiare diritto: egli, non a torto, riteneva totalmente errata – o, più appropriatamente, riduttiva – l’espressione “studiare legge”, atteso che l’oggetto del corso di studi va identificato non già nel conoscere a menadito le disposizioni vigenti, bensì nell’essere capaci d’interpretarle in base alla fattispecie che di volta in volta va esaminata.
È, invece, corretto dire “io studio giurisprudenza”, considerato che tale termine, derivante dal latino, designa proprio quell’attività che gli esperti in materia (il cui numero, purtroppo, sta gradualmente scemando, in ragione dell’ignoranza messa in luce da tanti operatori del diritto, togati e non) dovrebbero condurre per assicurare l’applicazione effettiva ed uniforme del nostro ordinamento, evitando di mettere nei guai chi si è sempre distinto in onestà e rispetto verso gli altri consociati.
Grazie, Papà, per questi preziosi insegnamenti, dei quali cercherò di far tesoro sino al giorno in cui ci rivedremo Lassù. Oggi ne avresti spente ottantaquattro, ma sono certo che non si sarebbe minimamente notato!
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