Cultura

Earth Day 2021, cenni di cultura ambientale per la 51a Giornata Mondiale della Terra

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Napoli, 22 Aprile – Poiché ho girato mezzo mondo anche per ragioni di servizio come docente, mi è quasi d’obbligo scrivere qualcosa sulla Giornata Mondiale della Terra che si rinnova ogni anno tra pochi giorni. A New York nel 2005 fui invitato ad un cenacolo su M. Enminesco dal colto prof. e ministro di culto ortodosso Damian Theodor, che mi fece intervistare da radio internazionale romena della mia esperienza d’insegnamento in Transilvania. Allora già parlavo un po’ il romeno e rilasciai l’intervista nella lingua di Mihai Eminesco. In Argentina, invece, nel 2000, visitai non poco dell’ambiente di Buenos Aires e della Pampa fino alla città balneare di Mar del Plata. La “Sociedad Cientifica Argentina” mi volle onorare con l’iscrizione a socio corrispondente nazionale dall’Italia, mi inviò la nomina (non richiesta durante la mia visita nello loro storica sede a Buenos Aires) l’anno successivo a casa. A New York come a Buenos Aires il Maeci (Ministero Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) mi aveva nominato commissario esterno, di Scienze Naturali, agli esami di stato conclusivi del liceo italiano G. Marconi e C. Colombo. Fui nominato analogamente pure ai licei italiani di Colonia in Germania, Istanbul, Cairo. Scrivo ciò non per vana gloria ma per dire al lettore che di ambienti vari e diversi nella mia vita ne ho conosciuti e ciò mi autorizzerebbe anche a scrivere annotazioni ambientali globali e non solo del mio paese, che pure detiene il 70% del patrimonio artistico-culturale globale. Anche la Romania ha un ambiente ricco perché ereditò quello dell’amministrazione di Roma Caput Mundi, che ha seminato cultura greco-romana in gran parte dell’Europa, Nord-Africa e Medio Oriente, nonché, per le emigrazioni, in America del nord, centro e sud. Nelle ceneri, ancora ardenti- quasi parafrasando Plutarco- di Roma antica nei nostri ambienti odierni si scorgono tracce essenziali d’attualità ambientale. All’Università di Padova si conserva la cattedra lignea di Galileo Galilei, che vi ha insegnato per 2 anni a cavallo tra XVI e XVII sec., e di fronte c’è il monumento al diplomatico C. Cantacuzino, come studente dell’Università di Padova, fondata nel 1222, ben 8 secoli fa l’anno prossimo.

Ecco un tratto delle notevoli relazioni tra studenti e docenti di mezza Europa dei secoli passati a Padova, città colta e cosmopolita per la sua Università L’Ambiente (A) può essere esaminato come un insieme di Natura (N) e Cultura (C), dove la seconda è dominante sulla prima. Ciò è più valido se si possiede l’insieme dei saperi della scienza moderna dell’Ecologia umana, che è multi-inter-transdisciplinare. Con l’ausilio del sapere della Matematica, che da sola usa il linguaggio utile, affermava Galileo Galilei mentre era all’Università di Padova-1592/1610- per carpire meglio gli ancora segreti della natura, possiamo dire che se A=N + C, C=A-N ed anche N=A-C. Dalle equazioni ricaviamo in particolare che esiste la Cultura senza la Natura. Ma allora cadono già degli antichi tabù che siamo anche noi Natura come pensava ancora nel 1500 Leonardo da Vinci” La Natura è Maestra tra i Maestri, e protegge ogni forza nascente come fa la chioccia con i pulcini”. A Confermare l’Ecologia umana o meglio le regole logiche matematiche eccoci il Dr. Louis Montagner, lo scopritore dell’AIDS e del virus HIV, che ci spiega che la cultura specialistica in Medicina non agisce secondo natura. Egli fa un esempio con l’osso femorale rotto che non viene più curato guardando che fanno gli altri mammiferi placentati o magari ponendo due stecche laterali dopo aver ricomposto l’osso. Dunque si agiste con  ritrovati odierni dell’Ortopedia come lamine metalliche compatibili per mantenere bene la struttura ossea in attesa che si risaldi o suturi naturalmente o spontaneamente. Ma allora perché molti, se non tutti mass media continuano a dirci e farci vedere che l’Uomo è Natura? Direi di più: continuano a parlare, scrivere e illustrare che l’Ambiente è solo quello naturale e spesso fanno vedere l’Uomo che lo guasta, lo inquina, lo deturpa.

Anni fa sulla rivista patavina “Galileo” degli Ingegneri, scrissi un articolo ”Alla ricerca di un denominatore comune di ambiente, territorio e paesaggio”, per riaffermare l’utilità di conoscere bene i loro significati diversi ed utilizzare il linguaggio pertinente. Il territorio è sempre caratterizzato da un Ente di cui fa parte e che lo governi: territorio comunale, provinciale, regionale statale, consortile, sovranazionale e globale. Il globo poi si deve chiamare terracqueo perché è costituito in superficie più da acqua che da terra. Il paesaggio, invece, rappresenta le fattezze sensibili di una parte del territorio o dell’ambiente e si aggettiva sempre in bello, magnifico, struggente, brutto, infernale, culturale, artistico, architettonico, ecc.. In un’epoca di moda ecologia diffusa e di visione eco catastrofica è facile udire, vedere e leggere che l’uomo sta inquinando la natura e se stesso con la necessità di spendere molti soldi per riparare i danni e subito. Anche in campo globale si parla di surriscaldamento globale. Ma sarà sempre vero? Non credo perché le glaciazione e i periodi interglaciali con miniere connesse intermedie spesso, ci sono sempre state da quando si è formata l’Atmosfera terrestre con i moti convettivi dovuti alle temperature diverse da luogo a luogo ed i venti conseguenti sempre da alta verso bassa pressione. El Nigno poi è un vento che sempre ha causato alluvioni o siccità in aree molto vaste del globo terracqueo, per correlazioni, a partire dalle coste oceaniche dell’oceano Pacifico del Cile fino all’Australia ed Europa mediterranea.

Sull’inquinamento dell’Aria non tutto gli stati presenti all’Onu, 193, firmarono l’accordo di ridurre drasticamente l’emissione del biossido di carbonio. Cina, India, Brasile, ecc. dissentirono. Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani celebra la Giornata Mondiale della Terra del 22 aprile 2021. Istituita come giornata internazionale delle Nazioni Unite con la risoluzione A/RES/63/278 del 2009, ha origine da una protesta del 22 aprile 1970. In quella occasione 20 milioni di cittadini americani si mobilitarono per una manifestazione a difesa della Terra organizzata a seguito dello sversamento di petrolio greggio da una piattaforma al largo di Santa Barbara verificatosi nel gennaio del 1969. Le ragioni della protesta riguardavano il degrado ambientale dovuto all’inquinamento, alla desertificazione e all’estinzione della fauna selvatica. Protestare per disinquinare e prevenire altri inquinamenti è un diritto del cittadino moderno perché non sempre chi amministra la res publica è responsabile ed attento su tale problema, non secondario ambientale. Ciò premesso leggiamo cosa dice, scusandosi un noto ambientalista che avrebbe abbracciato la visione ecocatastrifica ed allarmistica climatica tanto in voga sui media. In Romania insegnavo a giovani transilvani anche l’Ambiente e gli prospettavo l’Ecologia del fare, non del criticare solo, ne l’ecotastrofismo di moda, che, a volte, appare gravida di giustizialismo verso l’Uomo come analogamente faceva la Governance episcopale a Roma nel 1600 quando bruciarono vivo un colto cittadino di Nola che si chiamava Giordano Bruno. Anche in Romania Galileo e Giordano Bruno, furono resi noti come esempi di cittadini che subiscono l’ingiustizia della governance del loro tempo, ma oggi, dopo 4 secoli, è cambiato molto in meglio? Sicuramente ci sono meno analfabeti, tranne i molti di ritorno.

La moda ecologica dell’ecocatastrofismo, direi, che è soprattutto diretti dai neopopulares: consoli romani come i tribuni della plebe, mentre gli altri consolo, gli optimates o conservatori stanno a guardare e se ne lavano le mani. Il problema dei problemi è il lavarsene le mani o l’indifferenza verso la res publica, di cui il nostrano Mezzogiorno del mondo ed italiano è afflitto. In tali ambienti cresce la malavita, il maleaffare, la corruzione, l’omertà, ecc.. Ecco perché nel mio saggio Canale di Pace, delineo l’evoluzione del cittadino dal precedente suddito, ma anche dei nostri giorni. Ritorniamo al mondo per dire che i manifestanti protestarono contro la decisione del presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, a Chicago, Illinois, il 2 giugno 2017. (Scott Olson / Getty Images) . Il rinomato autore, ambientalista e attivista climatico Michael Shellenberger ha chiesto formalmente scusa per l’allarme climatico che lui e i suoi colleghi hanno generato, ora a suo dire ingiustamente, negli ultimi 30 anni. Da 30 anni sostenitore dell’ambiente, e da 20 anni attivista climatico, Shellenberger è stato in passato invitato al Congresso sul clima negli Usa per fornire una sua testimonianza, e ha riferito di avervi partecipato come esperto revisore di un resoconto di valutazione dell’International Panel on Climate Change (Ipcc). Tuttavia, ora afferma di sentirsi in dovere di scusarsi «per quanto noi ambientalisti abbiamo ingannato il pubblico». Shellenberger ha presentato le sue scuse su Forbes il 28 giugno, ma l’articolo ora non è più disponibile. In una dichiarazione inviata tramite email a The Epoch Times, l’azienda scrive che «Forbes richiede ai suoi collaboratori di attenersi a rigorose linee guida editoriali. Questa storia non seguiva tali linee guida, ed è stata rimossa». Tuttavia, il 30 giugno le scuse di Shellenberger sono state pubblicate dalla rivista online Quillette, che afferma di voler fornire una piattaforma per «il libero scambio di idee». «Sono colpevole di aver generato allarmismi come ogni altro ambientalista – scrive Shellenberger nel suo articolo – Per anni ho considerato il cambiamento climatico come una minaccia “esistenziale” per la civiltà umana, e l’ho definito una “sfida”». Tuttavia, Shellenberger adesso sostiene che il cambiamento climatico non sia «neanche il nostro più grave problema ambientale». Qua è il problema dei problemi derivante dalla superata visione ecologica dell’antropocentismo giudaico-cattolico alla visione del biocentrismo anglosassone soprattutto: l’uomo inquinatore e non l’uomo capace di disinquinare anche e di ravvedersi, più tipica di una visione ecocentrica come quella di chi sta scrivendo. Per la biodiversità sul nostrano pianeta Terra bisogna precisare che dalla scissione dell’unico continente del passato (oltre 200 milioni di anni fa), il Pangea, abbiamo avuto più continenti e mari (prima c’era un unico oceano il Panthalassa) che, di conseguenza, ha accresciuto il patrimonio della biodiversità animale e vegetale. Dunque oggi abbiamo condizioni ottimali sulla Terra e dovremmo gioirne anche noi animali della specie Homo sapiens, ma non possiamo perché i politici che governano la res publica non sono sempre responsabili e sottostimano l’inquinamento diffuso, ma non apocalittico. Secondo Shellenberger, «il cambiamento climatico sta avvenendo. Semplicemente, non è la fine del mondo». Del resto, continua l’ambientalista, l’attività umana non sta causando l’estinzione di massa, e il cambiamento climatico non sta neanche aggravando i disastri naturali. Il nostrano pianeta Terra è minacciato dal consumismo non regolato bene dai responsabili o dalle Governance della res publica dei Paesi ad economia attardata, ma anche avanzata. Dopo più di mezzo secolo la situazione non è migliorata. Nei paesi ad economia un po’ ancora diversa da quelli dell’Europa occidentale, come ad esempio la Romania, l’Ambiente naturale è ancora largamente diffuso con poco inquinamento anche per la bassa densità degli abitanti lontano dalle poche grandi città, dove,invece, l’inquinamento è più presente. In Romania esistono ancora le centrali a carbone come a Deva-Mintia in Judet Hunedoara. Le case di classe A con pannelli fotovoltaici, solari e pompe di calore con caldaie a condensazione, ecc. sono ancora quasi inesistenti. E’ bene iniziare anche là senza abbandonare le centrali di carbone ma solo migliorarle ed abbattere lo zolfo in esso presente per ridurre il biossido di zolfo che causa la formazione di acidi dello zolfo che sono basilari per l’inquinamento delle piogge acide delle molte foreste della meravigliosa ed ospitale Transilvania. Dal castello del XIII sec. di Deva, media città della Transilvania occidentale, ammiravo spesso la media valle del fiume Mures, che ora la sta ammirando un mio ex collega romeno che conosce bene la lingua di Dante Alighieri e la insegnava nel comune liceo tecnologico”Transilvania” di Deva nel 2005/06.

Si chiamava Gabriel Nitu Bogdan, e, conosceva meglio di me, l’ambiente romeno e la cultura sedimentatasi in quel vasto territorio un po’ in angolo degli interessi economici e culturali europei, che ho cercato di valorizzare dedicandogli 4 libri e oltre 100 articoli. Oggi il mio ex collega non insegna più, è capitano di polizia ed anche ministro di culto ortodosso con moglie docente al liceo “Decebalo” (antico re dei Daci prima della espansione di Roma con Traiano nel 106 d.C.), che è il più antico liceo di Deva, e la loro figlia adolescente è già poliglotta.  Tra noi resta un’amicizia digitale ancora fertile per scrivere d’ambiente non troppo provinciale, Gabriel scriveva già sui media quando ero là a Deva. Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) il consumo del suolo italiano avanza ad un ritmo di 2mq al secondo. Ciò significa che le aree verdi e quelle destinate all’agricoltura si riducono allo stesso ritmo lasciando spazio alla cementificazione e favorendo disastri idrogeologici a causa della impermeabilizzazione e perdita di ecosistema per animali e piante. Restano altri tipi di costruzioni di case, altri tipi di alimenti da utilizzare, altri modelli di vita da promuovere, ma sempre in modo liberale e non autoritario come la moda dell’ecocatastrofismo vorrebbe, perché è gravida di statalismo impositore, a mio giudizio transdisciplinare da Ecologo Umano e non solo da Naturalista. Shellenberger afferma infatti che, contrariamente a quanto affermato dalla «campagna di disinformazione sul clima», negli ultimi 17 anni gli incendi sono diminuiti in tutto il mondo e che la vera causa degli incendi boschivi in California e in Australia è stata l’accumulo di legna da ardere nelle foreste. Sostiene anche che, proprio come negli Stati Uniti, le emissioni di carbonio stanno diminuendo nella maggior parte delle nazioni ricche, e che Francia, Germania e Regno Unito hanno visto diminuire le loro emissioni a partire dagli anni Settanta. Inoltre, il fattore più critico per la sopravvivenza umana sulla terra, ovvero produrre cibo a sufficienza per nutrire l’umanità mentre la popolazione continua a crescere, diventerà un problema minore con il lento aumento delle temperature. Invece, sostiene l’ambientalista, la più grande minaccia per la grande varietà di specie animali sulla Terra è la perdita di habitat e il problema della caccia. Shellenberger precisa che tali affermazioni si possono trovare nei migliori studi scientifici disponibili, compresi studi approvati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) e dall’Ipcc, tra gli altri. L’autore afferma di essersi sentito obbligato a scrivere un libro su queste cose quando si è accorto che l’allarmismo climatico si era diffuso in maniera incontrollata. E prende come esempio la dichiarazione della democratica Alexandria Ocasio-Cortez: «Il mondo finirà tra 12 anni se non affrontiamo il cambiamento climatico»; e un’altra affermazione del gruppo ambientalista britannico Extinction Rebellion, secondo cui «il cambiamento climatico uccide i bambini». Il libro di Shellenberger, Apocalypse Never: Why Environmental Alarmism Hurts Us All  (Nessuna apocalisse: Perché l’allarmismo ambientale fa male a tutti noi), afferma ad esempio che le fabbriche e i moderni metodi di coltivazione sono fondamentali per il progresso ambientale e umano, e che l’idea di raggiungere il 100 per cento di energia rinnovabile «richiederebbe di estendere il terreno utilizzato per produrre l’energia dallo 0,5 per cento di oggi al 50 per cento». Il libro sostiene anche che il vegetarianismo riduce le emissioni di gas serra di un individuo «di meno del 4 per cento». Come precisavo in precedenza l’Ambiente è da esaminare in modo pluri-inter e transdisciplinare con una visione ecocentrica generale che pone al centro l’ambiente stesso che comprende anche l’Uomo, artefice del proprio ambiente. Per Uomo intendo il cittadino e non il suddito moderno, succube della sperficialità dei sistemi informativi, mentre gli scienziati continuano ad abitare nelle Torri d’Avorio, degli Optimates e non dei Populares, venendo sostituiti da imbonitori di ogni risma pilotati da politicanti in carriera per mera spartizione del potere che guida la res publica in ognuno dei 193 stati aderenti all’Onu. Ma cosa ci sarebbe allora dietro le quinte della visione climatica maggioritaria odierna? Per Shellenberger, dietro l’allarmismo climatico c’è un’ideologia che è la versione moderna del malthusianesimo, che prende il nome dall’economista britannico Thomas Malthus del 18esimo secolo. Secondo Shellenberger, Malthus credeva che «c’erano troppi poveri là fuori […] e che la cosa più etica da fare fosse lasciarli morire»; Malthus era veramente favorevole a epidemie e carestie come mezzi per ridurre la popolazione dei poveri bisognosi. Shellenberger dichiara che rimane comunque fiducioso per il futuro: «Le nazioni stanno ritornando apertamente all’interesse personale e si allontanano dal malthusianesimo e dal neoliberalismo. La nostra civiltà ad alta energia è migliore per le persone e la natura rispetto alla civiltà a bassa energia, a cui gli allarmisti del clima ci farebbero tornare, e l’evidenza di questo è schiacciante». Che si abbia timore di un ritorno ai sudditi medievali o servi della gleba oppure ancora prima agli schiavi romani, greci ed egiziani, è da comprendere. Ciò che mi appare eccessivo è la paura verso le capacità culturali dell’Homo sapiens, che non è più analfabeta in gran parte del pianeta. In Europa l’analfabetismo è solo quello di ritorno. In Africa e non poca parte dell’Asia, purtroppo, è ancora non poco l’analfabetismo di base. Bisogna puntare come diceva Nelson Mandela:” “La mia più grande ambizione è che ogni bambino in Africa vada a scuola perché l’istruzione è la porta d’ingresso alla libertà, alla democrazia e allo sviluppo” . Gli fece da apripista il cittadino italiano colto nonchè padre costituzionalista Pietro Calamandrei, che assegnava alla scuola un ruolo essenziale per far crescere il cittadino e liberarlo dalla condizione di suddito. Calamandrei arrivò a dire che in uno Stato che funziona male la scuola, cioè la cultura che trasmette (se e quando è capace di trasmetterla aggiungerei io) potrebbe sostituirsi perfino alla Corte Costituzionale che giudica. Dunque è nella Cultura, non nella Natura che sta la chiave di volta per uno sviluppo sostenibile e responsabile, da ribadire, nella giornata mondiale del pianeta Terra, che non è, in futuro, la nostra unica casa come ecologi di alcuni decenni fa scrivevano con una visione ristretta sulle potenzialità dell’Homo sapiens che è una specie con 8 miliardi di individui, da rendere tutti cittadini e non più sudditi e ingenui consumatori d’informazioni superficiali, approssimative e non sempre altruiste. Nel mio saggio “Canale di Pace”, in c. di s., ho la referenza di un padovano elettivo come me, Michele Russi, che leggendo il saggio ambientale ne ha condiviso meglio la parte che tratta di Transumanza poiché gli ha ricordato la sua Puglia nativa e di prima formazione. Lo riporto nella fotografia che segue e che ci scattarono 5 anni fa  insieme come governance di sport popolare italiano, il calcio.

 

 

 

Giuseppe Pace (già prof. all’estero ed esperto di ambiente come Ecologo Umano internazionale)

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