Cultura

Arthur Schopenhauer, il filosofo pessimista

Napoli, 9 Aprile – Arthur Schopenhauer è uno di quei rari filosofi che ancora oggi godono del favore di un certo pubblico cui non interessa quasi per nulla la filosofia accademica. Il suo nome, associato in generale ad una visione pessimista del mondo e dell’esistenza, evoca anche il pensatore corrosivo che brandisce verità sgradevoli, anche se non originali, e che oggi chiameremmo “politicamente scorrette”.

Più che un filosofo per eruditi della filosofia, professori e accademici universitari, è il pensatore degli artisti e dei musicisti, colui che influenzò molto Wagner, Thomas Mann o Tolstoj, nonchè Nietzsche, un altro dei grandi pensatori che continua a godere del favore di lettori colti non specialisti in filosofia. Da quando i libri più singolari di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione e Parerga e paralipomena, acquistarono fama verso la fine del XIX secolo, la filosofia del grande pessimista contribuì come poche altre ad ampliare l’immaginario intellettuale europeo.

Presentato con assoluta chiarezza e con un buon stile letterario, il suo sistema filosofico occupa un posto specifico nella storia del pensiero occidentale grazie al suo carattere peculiare, debitore della tradizione filosofica precedente ma ad essa fedele solo in parte, e in grado d’imporre una svolta decisiva a partire dalla quale nulla sarà più lo stesso. Sin da Platone, le concezioni filosofiche predominanti in Occidente considerano l’universo dominato da una ragione universale e come un cosmo ordinato.

Schopenhauer scompiglia questa tesi sostenendo che l’irrazionale, l’incosciente, il caos e l’indeterminazione imperano nell’universo, il quale ha ben poco del cosmo ordinato e molto del pandemonio, ossia una totalità la cui essenza sarebbe quella di un essere demoniaco, assurdo e illimitato, egoista, crudele e privo di conoscenza. Schopenhauer sosterrà che la ragione non permea l’universo: regna in ognuno di noi in proporzioni diverse ma non nell’ambito generale dell’esistenza. Esso è solo uno strumento pratico individuale che dobbiamo accudire se vogliamo comprendere il mondo in cui abitiamo.

Prima di Schopenhauer la ragione,  in base all’infinitezza dell’essere e del divenire, sembrava guidare l’universo. Quest’ultimo possedeva persino dei fini che parevano ragionevoli e l’intera vita era soggetta a ragioni. Dopo Schopenhauer e la sua liquidazione della ragione, resta solo l’assurdo: l’esistenza non ha senso. Schopenhauer fu contemporaneo di Hegel, Fichte e Schelling, i paladini dell'”idealismo tedesco”, il movimento filosofico di riferimento in Germania per la maggior parte del XIX secolo, ma rifiutò con decisione qualsiasi associazione del suo pensiero con le idee di questi autori, da cui fece sempre in modo di allontanarsi.

D’altra parte, sebbene avesse debuttato come filosofo nel 1819 – data della pubblicazione della prima edizione de Il mondo come volontà e rappresentazione – in pieno apogeo dell’idealismo, il suo pensiero iniziò ad essere accolto in Germania solo trent’anni più tardi, proprio in seguito al declino del suddetto movimento o, meglio, dell'”hegelismo” in quanto filosofia universitaria per eccellenza nonché teoria quasi “ufficiale” dello Stato prussiano. Questo declino coincise con il fallimento della rivoluzione del 1848 in Germania e in Francia, che provocò un’ondata di delusione negli ambienti progressisti e intellettuali e che propiziò il trionfo del fatalismo e del pessimismo.

L’influenza tardiva della filosofia di Schopenhauer è la ragione per cui nella storia del pensiero il suo nome è associato a quello dei filosofi post-idealisti, critici dell’hegelismo. Lo si accomuna a Kierkegaard e a Nietzsche, che con lui condivisero originalità e indipendenza. Come loro, anch’egli si considera un Einzelganger, un “solitario”, un autore che lungo la strada della filosofia giunge da solo fino a un punto non ancora scovato dai suoi predecessori, a partire dal quale deve tracciare il proprio sentiero per conquistare spazi sicuri nell’esteso e intricato labirinto del pensiero.

La sua filosofia è eclettica: deve molto ai grandi autori dell’antichità classica, dai presocratici e Platone fino a Cicerone, Seneca ed Epitteto, che lesse in lingua originale. E’ debitore anche rispetto ai rappresentanti della filosofia moderna, Descartes e Spinoza, ed è altresì molto influenzato dall’empirismo inglese, dai materialisti e sensualisti francesi e dall’Illuminismo europeo in generale.

A queste influenze se ne devono aggiungere altre fino ad allora sconosciute: il libri vedici e il buddismo. Il misterioso Oupnek’hat o Upanishad, nella traduzione latina di Anquetil Duperron, fu fondamentale per Schopenhauer. I due grossi tomi dell’opera divennero di moda in Europa non appena si diffuse la devozione che il filosofo provava nei loro confronti: “E’ stata la consolazione della mia vita e lo rimarrà fino alla mia morte”, così disse nei Parerga e paralipomena.

Teoria della conoscenza (gnoseologia), metafisica e teoria della natura, estetica, etica, psicologia e, in generale, saggezza della vita del più alto rango, occupano tutte la copiosa opera di Schopenhauer, forse una delle più suggestive della storia del pensiero.

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