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Illustrazione dei motivi che mi han spinto a votare “sì”

 

 

Napoli, 21 Settembre – Come scientemente affermato da Francesco Paolo Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale, oltreché rinomato studioso di diritto romano, “dietro e dentro ogni costituzione c’è sempre, e più di ogni altra cosa, la storia e la cultura di un popolo“.

Tale frase m’induce, ictu oculi, a ragionare approfonditamente sul contesto politico e sociale in cui attualmente viviamo: non occorre aver conseguito una laurea per comprendere che, in seno ad ambedue i rami del Parlamento, nonostante l’evidente bisogno di cooperazione per via di quanto già noto, regna un caos che non conosce termini di paragone.

Non so quale sia la posizione dell’esimio professore riguardo alla riforma quest’oggi approvata, ma, prendendo spunto dalle sue parole di verità, è maturata in me la ferma convinzione che, oramai, l’autentica rappresentatività di un consesso legislativo non è affatto funzionale al numero di chi lo compone. Nelle righe successive mi propongo di motivare, seppur sommariamente, la mia decisione di votare “sì”.

A molti autorevoli costituzionalisti – che, animati dalla volontà di “difendere” il prestigio della Carta Fondamentale, sarebbero pronti finanche ad impararla a memoria, montandosi inutilmente la testa per il puro gusto di pubblicar libriccini destinati a soggiornare nelle rivendite – sfugge che la maggior parte delle democrazie mondiali non hanno il medesimo numero di parlamentari occupanti gli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio; al contrario, gli organi legislativi di stati come USA, India, Francia, Spagna e Germania (le cui rispettive superfici sono maggiori rispetto a quella dello Stivale) son composti da meno persone. Eppure, contrariamente alle chiose di qualche falsus defensor Constitutionis, quelle assemblee sono di gran lunga più rappresentative in confronto ai rami della nostra.

È dunque altamente condivisibile la tesi prospettata da Roberto D’Alimonte, ordinario di sistema politico Italiano presso la LUISS di Roma, secondo cui “non esiste un rapporto deterministico tra numero di rappresentanti e tasso di democraticità di un sistema politico“.

Quel che rileva, invece, è la funzionalità delle Camere, la quale – come tristemente noto – è andata medio tempore calando: ecco perché, in periodi caratterizzati da evidente durezza (Dickens parlerebbe di “hard times“), urge mettere in atto una riforma tesa – oltreché a tagliare i costi di una politica non efficiente – a snellire un iter legislativo pressoché travagliato e che conduce sovente all’approvazione di provvedimenti dal tenore vago (si badi, non senza qualche vergognosa bagarre durante le sedute!).

Di più!

Il prof. Andrea Morrone, ordinario di diritto costituzionale nell’Ateneo Bolognese – che ancora una volta mi vede concorde con le sue posizioni -, sottolinea che solo la vittoria del “sì” potrebbe spianar la strada alle riforme tanto auspicate dagli Italiani, in particolare quella relativa al superamento del bicameralismo perfetto e quella avente ad oggetto la modifica radicale dei regolamenti parlamentari.

Con il trionfo del “sì”, dunque, potrebbe (anche se non ex automatico) prodursi una metamorfosi in melius del nostro sistema democratico, in piena attuazione del principio sancito dall’art. 1 della Costituzione, anche perché il numero di onorevoli e senatori di cui alla legge di revisione oggetto del quesito (pari a seicento) consentirebbe – almeno in thesi – di votare tanto con la formula proporzionale, quanto con quella maggioritaria.

Di non minore importanza è il discorso inerente all’aspetto politico del percorso che ha portato all’approvazione della riforma di che trattasi: non a torto il professor Valerio Onìda, Presidente emerito della Consulta (il cui ingiustificato ostruzionismo ebbi modo di criticare quattro anni or sono, con riferimento alla riforma c.d. “Renzi-Boschi”), in un’intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica“, ha rimarcato che il provvedimento di revisione è stato approvato dalla quasi totalità delle forze parlamentari, di talché una vittoria del “no” darebbe luogo ad una cristallizzazione alquanto pericolosa, frutto di un conservativismo che poco si confà alle reali esigenze della Cittadinanza.

Un Parlamento “meno numeroso, ma con gli stessi poteri” – cito ancora Onìda – non è affatto meno influente rispetto alla “bolgia” che opera oggigiorno; né tantomeno si verificherebbe una minore rappresentanza di talune Regioni (come la Basilicata) rispetto ad altre: non va affatto dimenticato, cari Lettori, che il Trentino-Alto Adige si compone di due Province Autonome, le quali, essendo disciplinate alla medesima stregua delle Regioni, necessitano di una specifica rappresentanza, tenuto conto ex multis delle differenti realtà territoriali (ad esempio, in Alto Adige la popolazione di madrelingua Tedesca è più densa rispetto a chi parla Italiano).

Io credo, carissimi Lettori, che molti Concittadini – anche quelli tra i più eruditi – si son lasciati considerevolmente influenzare vuoi dalle molteplici “voci di paese” (c’è chi parla di una “riforma populista”, cosa assolutamente non vera), vuoi dalle panzane che girano sui social, vuoi, infine – e questo, francamente, mi manda in bestia -, dagli studi compiuti alla carlona da parte di chi, invece, avrebbe dovuto aggiornarsi con costanza.

Quest’oggi è stato compiuto un palese balzo in avanti, ma ora bisogna guardare al futuro: c’è ancora una miriade di riforme da promuovere, dunque auspico che vengano messe celermente in atto.

Auguri, Italia!

 

Adriano Spagnuolo Vigorita

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