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Covid, il passaggio di colore per 5 Regioni. Coldiretti: “Riaperti 72mila bar e ristoranti in zone gialle”

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Roma, 6 Dicembre – Non solo shopping, con il ritorno di cinque nuove regioni tra le zone gialle hanno riaperto oltre 72mila tra bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi costretti per settimane alla chiusura o  alla sola attività di asporto o consegna a domicilio. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sugli effetti dell’entrata in vigore della nuova ordinanza del Ministro della Salute,  Roberto Speranza che prevede il passaggio del Regioni Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Puglia e Umbria da area arancione ad area gialla dove già si  trovavano Sicilia, Liguria, Lazio, Molise, Sardegna, Veneto e Provincia di Trento.

“Nonostante i cambi di colore, in Italia – sottolinea la Coldiretti – restano chiusi quasi la metà (47%) dei bar, ristoranti, delle pizzerie e agriturismi per un totale di quasi 170mila locali  situati nelle regioni rosse e arancioni dove è proibita qualsiasi attività al tavolo, con un drammatico impatto su economia ed occupazione.  Le ultime riaperture per  la ristorazione – precisa la Coldiretti – riguardano strutture presenti in Emilia Romagna (quasi 27mila), Friuli Venezia Giulia (quasi 8mila), Marche (quasi 10mila), Umbria (oltre  6mila) e Puglia (oltre 21mila) dove peraltro è in corso una vivace discussione. Nelle zone gialle comunque, le attività di ristorazione sono consentite solo dalle ore 5,00 alle 18,00  con la possibilità sempre della consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 della ristorazione con asporto. Nelle zone critiche (arancioni e rosse) – ricorda la Coldiretti – è invece consentita la sola consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle vicinanze dei locali”.

“Nonostante la prospettiva di un passaggio a breve in giallo di tutte le regioni italiane, la situazione è drammatica – sottolinea la Coldiretti – anche per il permanere dei limiti anche  nei giorni più caldi delle feste di fine anno come Natale, Santo Stefano e Capodanno con l’obbligo di chiusura alle 18 per tutte le attività di ristorazione, anche nelle regioni più  sicure. Ma a pesare è anche la decisione di blindare gli italiani in questi giorni nel proprio comune che mette ko soprattutto le oltre 24mila strutture agrituristiche nazionali che sono  principalmente situate in piccoli centri rurali con una clientela proveniente dalle grandi città e dai paesi limitrofi. Un vero paradosso – sostiene la Coldiretti – se si considera che gli agriturismi spesso situati in zone isolate in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e  con ampi spazi  all’aperto, che sono secondo www.campagnamica.it i luoghi più sicuri perché è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal  contagio fuori dalle mura  domestiche”.

Il taglio delle spese di fine anno a tavola rischia di dare il colpo di grazia ai consumi alimentari degli italiani fuori casa che nel 2020 scendono al minimo da almeno un decennio  con un crack senza precedenti per la ristorazione che dimezza il fatturato (-48%) per una perdita complessiva di quasi 41 miliardi di euro, secondo le stime Coldiretti su dati Ismea. “Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione – continua la Coldiretti – si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti  prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un  importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – precisa la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di  commercializzazione per fatturato. Le limitazioni alle attività di impresa – conclude la Coldiretti – devono dunque prevedere un adeguato e immediato sostegno economico lungo  tutta la filiera per salvare l’economia e l’occupazione con un piano strategico nazionale per salvare le imprese e garantire la sovranità alimentare del paese”. 

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