“Ogni contesto sociale produce modelli di appartenenza, sistemi di valori, forme di riconoscimento e criteri attraverso i quali i più giovani imparano a interpretare il mondo e a costruire la propria identità. Quando tali funzioni vengono progressivamente indebolite dalla povertà educativa, dalla marginalità economica, dalla rarefazione delle relazioni significative e dalla perdita di fiducia nelle istituzioni, altri soggetti occupano quello spazio simbolico. La criminalità organizzata è tra questi. Essa non offre soltanto denaro o protezione: propone una grammatica dell’esistenza, una narrazione del potere, una promessa di visibilità e appartenenza capace di sedurre soprattutto chi sperimenta quotidianamente il senso dell’invisibilità sociale. La mafia comprende perfettamente ciò che ogni autentico processo educativo conosce da sempre: nessun giovane cresce esclusivamente attraverso norme e divieti. Cresce, piuttosto, dentro relazioni che attribuiscono significato alla propria presenza nel mondo. Quando la comunità smette di essere luogo di riconoscimento reciproco, la violenza diventa una forma distorta di linguaggio, il dominio assume il volto del prestigio e la forza sostituisce il consenso come criterio di autorevolezza. Le immagini di adolescenti coinvolti in una sparatoria non raccontano soltanto un fallimento individuale. Esse testimoniano la progressiva erosione di quei contesti nei quali si apprende il valore della cooperazione, della reciprocità e del limite. La crescita personale non è mai un fatto esclusivamente privato: essa dipende dalla qualità dell’ambiente relazionale, dalla presenza di adulti credibili, dalla possibilità di sperimentare fiducia, partecipazione e responsabilità. Quando tali esperienze vengono meno, il rischio è che prevalgano modelli identitari fondati sulla competizione distruttiva, sulla logica del nemico e sulla spettacolarizzazione della forza. La violenza mafiosa, prima ancora di colpire i corpi, modifica le coscienze.
Ridefinisce ciò che appare normale, altera la percezione della giustizia, abitua all’idea che il potere coincida con la capacità di intimidire. È questa la sua più insidiosa vittoria: non l’evento criminale in sé, ma la lenta trasformazione culturale che rende accettabile ciò che dovrebbe apparire intollerabile. Ogni sparatoria, ogni intimidazione, ogni atto di sopraffazione contribuisce a costruire un ambiente educativo nel quale la paura sostituisce la fiducia e il silenzio prende il posto della partecipazione. Per questa ragione la risposta dello Stato non può limitarsi, pur nella sua imprescindibile necessità, all’azione repressiva. La sicurezza autentica nasce dalla capacità delle istituzioni di costruire legami sociali, generare fiducia pubblica e restituire ai giovani il diritto di immaginare un futuro diverso. Una società che investe esclusivamente nel controllo, trascurando l’educazione, interviene sugli effetti senza modificare le condizioni che li generano. La scuola occupa, in questo scenario, una posizione strategica. Non perché possa risolvere da sola problemi strutturali così complessi, ma perché rappresenta uno dei pochi luoghi nei quali è ancora possibile sperimentare quotidianamente la democrazia come esperienza vissuta. L’educazione ai diritti umani non consiste nella trasmissione di principi astratti, bensì nella costruzione di ambienti in cui ogni studente possa esercitare il dialogo, il pensiero critico, il rispetto della pluralità e la responsabilità verso il bene comune. La legalità non si insegna come un insieme di prescrizioni: si apprende attraverso relazioni che rendono visibile la giustizia.
Colpisce profondamente che tutto ciò sia accaduto in una piazza dedicata a Beppe Montana, servitore dello Stato assassinato dalla mafia. Quel luogo custodisce una memoria che rischia di essere svuotata se non continua a produrre educazione civile. La memoria, infatti, non è un archivio del passato, ma una pratica quotidiana di costruzione del presente. Essa vive soltanto quando diventa responsabilità condivisa, capacità di orientare le scelte collettive e impegno a impedire che la violenza diventi destino. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rinnova pertanto l’appello affinché le politiche educative siano riconosciute come parte integrante delle politiche di contrasto alle mafie.
Ogni investimento nella scuola, nella cultura, nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza, nella partecipazione giovanile, nei presìdi sociali e nelle reti territoriali rappresenta una concreta azione di prevenzione democratica. Le organizzazioni criminali prosperano dove si indeboliscono i legami di fiducia; la democrazia, invece, cresce quando ogni giovane percepisce di essere riconosciuto, ascoltato e corresponsabile del destino della propria comunità. L’emergenza mafiosa è, prima ancora che una questione di ordine pubblico, una sfida educativa. È nello spazio della formazione delle coscienze che si decide se le nuove generazioni erediteranno la cultura della sopraffazione o quella della dignità umana. La tutela dei diritti fondamentali non inizia nelle aule dei tribunali, ma nei luoghi in cui ogni giorno si impara a riconoscere nell’altro non un avversario da dominare, bensì una persona con la quale costruire il bene comune”.
Anita Capasso
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