Palma Campania, 19 Novembre – Sabato scorso 9 novembre a Vico di Palma presso il Circolo Tenente Tommaso Carbone, la scrittrice Michela Buonagura ha presentato il libro Conto i passi – Storie di Disamore. La sala, che si presta bene al salotto letterario, era piena di un pubblico attento, interessato per una tematica attuale, la violenza fisica e psicologica contro le donne. E il libro della Buonagura che raccoglie 29 monologhi dalla matrice teatrale, non dà voce solo alle donne violate, ma anche agli uomini maltrattanti, alla violenza assistita e al dolore delle famiglie che vengono coinvolte in tremende vicende.
Ha aperto la serata Adelina Mauro in veste di moderatrice del dialogo con l’autrice. Dopo i saluti di rito, in luogo del presidente del Circolo Michele Graziano, che non ha potuto essere presente per sopraggiunti motivi, ha passato la parola alla dottoressa Elvira Franzese, Presidente del consiglio comunale di Palma Campania, la quale ha sottolineato che l’evento ha importante levatura sociale e più volte è intervenuta nella serata con il suo pensiero facendo riferimento alla famiglia e alla scuola, evidenziando che bisogna educare all’affettività, dare senso ai valori. Un argomento che si è prestato a varie riflessioni.

Adelina Mauro ha poi introdotto Michela Buonagura nel vivo della serata, con un excursus della scrittrice e poetessa mettendo in risalto che è una docente di liceo, in pensione, vincitrice di svariati premi sia per la poesia che per la prosa, tra i tanti il premio Napoli Cultural Classic e il premio Filangieri, il Premio Pulcinella del Concorso Museo di Acerra, Speciale Infanzia dell’Associazione Marel di Roma. Solo per citarne alcuni di una lunga serie. Molto attiva nel diffondere un pensiero critico sulla società contemporanea, in particolar modo si è interessata di emancipazione femminile, di mettere in luce meritevoli volti di donne, studiose, scienziate, letterate, matematiche, di cui oggi si parla, ma che in passato non erano conosciute.
Il libro Conto i passi è stato presentato in numerosi paesi e città dal sud al nord dello Stivale e prossimamente per il 25 novembre giornata dedicata alla violenza sulle donne Buonagura lo presenterà on-line per la scuola di Rovereto, presso la quale si recherà nei mesi a venire.

I monologhi di Conto i passi sono stati spesso chiesti all’autrice da compagnie teatrali che li hanno scoperti in rete e li hanno portati in scena con il consenso dell’autrice, sempre felice di dare un contributo al contrasto della violenza di genere attraverso i suoi scritti. Luigi Romolo Carrino, lo scrittore e amico che ha curato la quarta di copertina, ha conversato con la scrittrice ricordando il percorso significativo di Michela Buonagura costellato da tanti eventi in vari paesi della Campania già prima della pubblicazione della raccolta di monologhi “Il titolo del libro si richiama a una lirica nata dall’emozione suscitata dall’installazione nel 2009 delle scarpe rosse dell’artista messicana Elina Chauvet per denunciare gli abusi sulle donne e il femminicidio. È una lirica che suscita forti emozioni, vorrei che tu la leggessi per noi” ha continuato Carrino.
E l’autrice ha letto i versi con profonda enfasi in vernacolo, la lingua del cuore. Sono stati letti anche diversi monologhi, che hanno suscitato forte commozione nel pubblico in sala. Forbici, Sono un uomo maltrattante, Io sono il figlio di, Il branco. Gli argomenti che sollecita la lettura dei monologhi sono infiniti, perché Michela Buonagura ha affrontato la violenza di genere a 360 gradi.

Carrino ha dialogato con Michela Buonagura sui più disparati, coinvolgendo il pubblico. “Il lettore trova in ogni singolo componimento una poetica ricorrente, in questa scrittura potente quanto disarmante, temi che ruotano intorno alla figura muliebre, figura femminile non intesa solo in ottica occidentale. Contro le discriminazioni di genere, difesa dei diritti delle donne, grido contro la violenza sulle donne, urlo he squarcia le nostre coscienze per storie di disamore, sottotitolo del testo, per denunciare quello che molto spesso viene sbandierato come bene, ma in realtà è possesso e narcisismo patologico, conseguenza di un patriarcato esercitato senza alcuna intenzione di revisione, di modificazione dei comportamenti ancestrali ereditati secolo dopo secolo.
Le pagine di Buonagura raccontano di donne vessate, martirizzate, mogli, madri, figlie, di donne che hanno perso la vita, di bambine violate, ragazze tradite, ferite, ingenuamente fiduciose verso uomini che Silvia Plath definirebbe ominomuncoli (si è uccisa questa poetessa), ma anche di uomini che capiscono il loro errore e di altri che non lo capiranno mai.”

Dove nasce questa tua vocazione? Perché di questo si tratta: di vocazione germinata dalla rabbia e dalla frustrazione di non poter fare altro che parlare e parlare, divulgare, con l’arma affilata della parola, disubbidendo al silenzio e all’omertà.
“Non è una vocazione,- dice Buonagura – è impegno civile, è condurre una battaglia perché qualcosa cambi, come quando conducevo da ragazza le mie battaglie nelle manifestazioni per i diritti delle donne. Non c’è niente di eccezionale in questo, credo che tutti noi dovremmo combattere per un cambio di mentalità, nel quotidiano, in ogni luogo, come si faceva quando io ero giovane, se davvero vogliamo porre fine alle violenze. Una lotta che dovrebbe vederci impegnati tutti, donne e uomini.”
Zitta Michela Buonagura, quindi, non se n’ è stata, e lo fa da quasi vent’anni, dal 2012, quando del fenomeno del femminicidio si iniziava a fare cenno, ma certo non era al centro di dibattiti come oggi. “La tua scrittura,- ribadisce Carrino – genera immediatamente empatia con i sentimenti che queste donne esprimono, attraverso il racconto delle loro esperienze, dentro differenti contesti, ma hai sentito l’esigenza di parlare anche di uomini, perché è quella mentalità che va cambiata.
Uomini e ragazzi come tanti, che conosciamo, eppure figli di una cultura patriarcale in cui la donna è un possesso, una proprietà, una mentalità maschilista che pur sopravvive giurassicamente nonostante i passi avanti fatti. Nei tuoi racconti gli uomini si esprimono con un linguaggio teso ad affermare il loro status di maschio, attraverso il monologo e il flusso di coscienza.”

A che punto siamo con questi uomini? Soprattutto, cosa dovrebbe fare un uomo quando prende coscienza del suo comportamento sbagliato?
“Deve chiedere aiuto. Un uomo consapevole del suo comportamento sbagliato ha già compiuto un passo importante, va guidato nel rivolgersi a specialisti, psicoterapeuti. Vedi, in genere si parla solo delle vittime, dobbiamo occuparci anche dei carnefici, degli uomini maltrattanti, parlare dei centri di recupero per queste persone, ce ne sono, ma non se ne parla molto.”
Michela, spesso si è colpevolizzata più la vittima che il carnefice. Credi che ancora oggi sia così o qualcosa è cambiato nella mentalità di chi è chiamato a giudicare questi eventi, magistratura, forze dell’ordine.
“Vero, la colpevolizzazione della vittima o victim blaming è ancora molto diffuso all’interno della coppia, nel modo di pensare delle persone e prima anche negli interrogatori e nelle decisioni dei tribunali. La vittima poteva essere considerata colpevole perché aveva provocato o per il modo di vestire. Cose assurde. Per fortuna questo modo di pensare va scemando.”

Un discorso che so ti sta molto a cuore riguarda i sopravvissuti, ovvero i figli della donna uccisa e del padre assassino.
“I figli dei femminicidi sono orfani speciali, sono doppiamente orfani, hanno perso la madre uccisa dal padre, con il quale nella maggioranza dei casi non avranno più rapporti. Accade anche che abbiano assistito all’evento, subendo un trauma devastante che li accompagnerà per tutta la vita. Vanno protetti, seguiti, assistiti anche economicamente perché spesso sono affidati ai nonni che vivono di pensione, non sempre sufficiente per loro, figuriamoci per crescere bambini, adolescenti. Il femminicidio si allarga a tutti i componenti della famiglia della vittima, di questo poco si parla, io ho cercato di mettere in luce alcune di queste conseguenze in diversi monologhi.”
Oggi si parla tantissimo dei femminicidi, non si corre il pericolo di spingere all’emulazione?
“Dipende dai soggetti. Il rischio di emulazione si corre quando si riferiscono strategie omicidiarie, particolari, dettagli in cui una persona che vive la stessa situazione può identificarsi. Oggi si tende molto alla spettacolarizzazione, questo è certamente sbagliato, va evitata la narrazione minuziosa, quello che si potrebbe definire quasi compiacimento morboso per aumentare l’audience. Il diritto di cronaca, di divulgazione va preservato, se siamo giunti alle leggi in difesa delle vittime è proprio grazie alla divulgazione, ma le notizie vanno diffuse con responsabilità.

Da grande insegnante qual è stata e qual è, Michela è attentissima a non spettacolarizzare, non ci sono esibizioni di crudeltà, Michela è delicatissima e tende soltanto a far generare consapevolezza del problema in sé, a creare una coscienza fatta di domande riguardo la violenza psicologica e quella fisica per poterle riconoscere e apre alla possibilità, alla fiducia di poter anche cambiare il proprio modo di intendere una relazione, di qualsiasi natura essa sia. Conto i passi dovrebbe essere adottato da tutte le scuole d’Italia, perché è da lì che si comincia a cambiare mentalità, di concerto con l’apporto familiare”.
In un racconto dal titolo il Branco parli in prima persona, come insegnante, ti riferisci a un episodio realmente vissuto?
“Sì, in questo monologo narro una vicenda capitata a una mia allieva, per la quale io sono stata convocata a testimoniare come prima persona a cui la ragazza aveva confidato la violenza subita. L’episodio risale a più di trent’anni fa, convocai la famiglia per metterla a corrente di quanto avevo saputo, poi accompagnai la ragazza in caserma a denunciare l’accaduto. Ricordo che il PM mi fece i complimenti per i rapporti che avevo stabilito con i miei ragazzi, è difficile che una ragazza vada a raccontare alla propria insegnante un episodio del genere, vuol dire che lei lavora molto bene con i suoi allievi mi disse”. Il dialogo con l’autrice è stato intenso e coinvolgente, ha spaziato tra i temi più disparati, ma tutti i presenti hanno seguito con interesse, senza che ci si accorgesse del tempo che passava.

Il sindaco Nello Donnarumma, ha espresso elogi alla professoressa Buonagura per l’impegno sociale e culturale, complimentandosi per aver scritto un libro così profondo con tanta delicatezza da poter essere letto da tutti.
“Conto i passi” dovrebbe essere adottato da tutte le scuole d’Italia, perché è proprio nelle aule che inizia il cambiamento della mentalità collettiva, è lì che si gettano le basi per una visione più consapevole della realtà. E in questo cambiamento la famiglia deve essere più responsabile. Solo un lavoro sinergico tra giovani, scuola e famiglia potrà portare a un cambiamento di mentalità necessario perché si ponga fine a tutta questa violenza”.
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