Il diritto di scegliere: l’appello che Laura Santi lascia al Paese
Perugia, 23 Luglio – «Vi chiedo di essere umani». Con queste parole Laura Santi, giornalista cinquantenne affetta da sclerosi multipla in forma avanzata, ha lanciato il suo ultimo appello ai parlamentari italiani poco prima di ricorrere al suicidio assistito. Un messaggio diretto, struggente, pubblicato dal marito Stefano su Facebook dopo la sua morte, avvenuta nella sua abitazione a Perugia.
Nel video, Santi non si limita a raccontare la propria storia personale, ma mette in discussione il disegno di legge attualmente in discussione sul fine vita. «È un testo infausto – afferma – non vuole regolare, ma escludere il diritto all’autodeterminazione. Non abbiate paura: questo diritto non porterà ad abusi. Vi chiedo solo il buon senso di esseri umani».
Il suo appello, diffuso anche attraverso l’Associazione Luca Coscioni, di cui era attivista e consigliera generale, è diventato in poche ore il simbolo di una battaglia civile che da anni cerca ascolto nelle istituzioni. «La vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a 100 anni e nelle condizioni più feroci – ha detto – ma dobbiamo essere noi, che viviamo questa sofferenza estrema, a decidere. Nessun altro».
Laura Santi si è spenta dopo essersi auto-somministrata un farmaco letale, assistita nella consapevolezza e nel rispetto della propria scelta. Una decisione dolorosa, ma lucida, maturata nel tempo e comunicata con la dignità che l’ha sempre contraddistinta. Il marito Stefano, condividendo il video della moglie, ha rivolto un grido accorato al Paese: «Vi prego con tutto il cuore: fate quello che volete con la politica, ma occupatevi delle sofferenze dei malati più gravi».
Il dibattito sul fine vita torna così al centro dell’agenda politica e sociale italiana. L’assenza di una normativa chiara e rispettosa dei diritti fondamentali lascia migliaia di cittadini nell’incertezza, spesso costretti a ricorrere all’estero per vedere riconosciuta una scelta intima e personale.
Laura Santi ci ha lasciato un’eredità che va ben oltre il dolore della sua storia personale. Il suo appello non è solo un grido individuale, ma il manifesto di una battaglia civile rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico. La sua richiesta – «vi chiedo di essere umani» – interpella direttamente il cuore della politica, costringendola a confrontarsi con una realtà che riguarda migliaia di persone: la libertà di scegliere come e quando porre fine a una sofferenza intollerabile.
In un Paese in cui il legislatore continua a rinviare, a dividersi, a temere le conseguenze di una legge sul fine vita, la voce di Laura squarcia il silenzio con una semplicità disarmante. Non chiede scorciatoie, non invoca la morte, ma rivendica un diritto: quello all’autodeterminazione, fondamento stesso della dignità umana.
Regolare il fine vita non significa promuoverlo, né tantomeno sdoganarlo: significa offrire un’alternativa a chi vive prigioniero di una malattia senza via d’uscita, senza obbligare nessuno, ma dando a ciascuno la possibilità di scegliere, nel rispetto dei propri valori, della propria sofferenza, della propria coscienza.
Ignorare tutto questo equivale a perpetuare un’ipocrisia collettiva. Fingere che il problema non esista o relegarlo a casi eccezionali è una forma di violenza istituzionale, che lascia soli i più fragili nel momento in cui avrebbero più bisogno di essere accompagnati, ascoltati, riconosciuti.
Laura Santi non è una martire, né un’icona. È una cittadina che ha chiesto di poter esercitare un diritto fondamentale, con consapevolezza e amore per la vita – proprio perché ha saputo affrontarla fino all’ultimo giorno con coraggio e lucidità. Non raccogliere il suo appello sarebbe un’occasione persa. Ma soprattutto, sarebbe una grave omissione di umanità.
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