Da Montevergine a Materdomini, dal Goleto a Santa Filomena: mettere in rete comuni, chiese, santuari e borghi per trasformare il patrimonio spirituale in sviluppo sostenibile. Maimone: «La Rete presente in 18 Paesi può diventare una porta internazionale per l’Irpinia»
 
Avellino, 24 Settembre – L’Irpinia nella World Religious Tourism Network non è soltanto un’ipotesi legata alla valorizzazione del patrimonio religioso. Può diventare una proposta di politica economica per le aree interne, se il patrimonio spirituale, culturale e paesaggistico viene messo in rete con i Comuni, le Diocesi, le comunità, le imprese e gli operatori turistici.
È questa la prospettiva rilanciata da Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della World Religious Tourism Network, dopo gli articoli pubblicati nelle ultime settimane sull’ipotesi di inserire l’Irpinia nei circuiti internazionali del turismo religioso. L’argomento è stato recentemente ripreso anche da ANSA e dalla stampa irpina.
La questione, secondo Maimone, non dovrebbe essere affrontata esclusivamente dal punto di vista religioso o turistico.
Il vero tema è economico: come trasformare un patrimonio già esistente in una filiera capace di produrre reddito, lavoro e nuove opportunità per i territori senza snaturarne l’identità.
«L’Irpinia non deve inventarsi un patrimonio – afferma Maimone –. Il patrimonio esiste già. Ci sono santuari, abbazie, chiese, conventi, borghi, cammini, musei, tradizioni religiose e culturali. Il problema è metterli a sistema e costruire intorno a essi un progetto economico e territoriale di lungo periodo».
IL PROBLEMA NON È SOLTANTO TURISTICO: È DEMOGRAFICO
La discussione assume un significato particolare in un territorio segnato dalla fragilità demografica delle aree interne. Secondo i dati regionali riferiti al 2025, l’Alta Irpinia, nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne, comprende 25 Comuni e conta 56.292 residenti. La Regione Campania evidenzia inoltre come le aree interne siano caratterizzate da bassa densità abitativa, invecchiamento della popolazione e distanza dai principali poli di servizio.
È proprio qui che, secondo Maimone, il turismo religioso può assumere una funzione diversa dal semplice aumento delle presenze.
«Quando parliamo di turismo religioso – spiega – dobbiamo parlare anche di economia locale, occupazione, giovani e permanenza delle comunità. Se un pellegrino arriva in un paese, visita una chiesa, mangia in un ristorante, acquista un prodotto artigianale, soggiorna in una struttura ricettiva, utilizza un servizio di trasporto o una guida, quella presenza genera una piccola economia. Se queste presenze vengono organizzate attraverso itinerari e reti territoriali, l’effetto può diventare molto più significativo».
Il ragionamento è particolarmente importante per i piccoli Comuni, dove anche flussi turistici non enormi possono rappresentare una risorsa aggiuntiva per attività economiche di dimensione ridotta.
La Regione Campania ha già individuato nel turismo delle aree interne uno strumento collegato al contrasto dello spopolamento: nel 2026 sono stati destinati 4,2 milioni di euro alla valorizzazione turistica delle sette Aree Interne campane, con interventi orientati anche alla destagionalizzazione e allo sviluppo sostenibile. Per l’Alta Irpinia la simulazione di riparto indica 491.043,35 euro.
LA RETE DEI COMUNI: NON UN SOLO SANTUARIO, MA UN TERRITORIO
La vera novità, nella prospettiva proposta da Maimone, sarebbe quindi superare la logica del singolo luogo di culto. Non soltanto Montevergine. Non soltanto Materdomini. Non soltanto Goleto.
L’obiettivo sarebbe costruire una rete nella quale ogni Comune possa avere un ruolo.
Montevergine potrebbe rappresentare uno dei grandi poli della spiritualità mariana; Mugnano del Cardinale potrebbe essere collegato al Santuario di Santa Filomena; l’area dell’Alta Irpinia potrebbe valorizzare l’Abbazia del Goleto, la Valle d’Ansanto e Rocca San Felice; Caposele-Materdomini potrebbe rappresentare il punto di riferimento legato alla devozione a San Gerardo Maiella.
Ma intorno a questi luoghi esistono altri Comuni, altre chiese, cappelle, conventi, palazzi storici, musei, borghi e percorsi che possono diventare parte di una narrazione territoriale unica.
«Dobbiamo cominciare a pensare all’Irpinia – sottolinea Maimone – non come a una somma di luoghi separati, ma come a un’unica destinazione spirituale, culturale e paesaggistica composta da molti Comuni». È una differenza sostanziale. Un Comune da solo può avere difficoltà a costruire una proposta turistica internazionale. Una rete di Comuni, invece, può creare itinerari più lunghi, aumentare la permanenza dei visitatori e distribuire la spesa turistica su più territori.
DAL PELLEGRINAGGIO ALLA FILIERA ECONOMICA
È questo il punto sul quale si concentra l’analisi economica di Maimone. Un pellegrinaggio di poche ore produce una ricaduta limitata. Un itinerario di due o tre giorni, invece, può coinvolgere alberghi e B&B, ristoranti, bar, trasporti, guide, agenzie, produttori agroalimentari, artigiani, commercianti e servizi culturali.
«La differenza economica – osserva Maimone – è nella capacità di trasformare una visita in un’esperienza territoriale. Il pellegrino che visita soltanto un santuario rappresenta una presenza. Il pellegrino che viene accompagnato lungo un itinerario, soggiorna, mangia, conosce un borgo, visita una chiesa, acquista prodotti locali e partecipa a un’esperienza culturale diventa parte di una vera filiera economica». La Regione Campania, nel documento di programmazione turistica, individua proprio nei cammini religiosi, nel turismo culturale diffuso e nelle reti di Comuni segmenti capaci di generare valore economico e sociale nelle aree interne e nei piccoli borghi.
LA DESTAGIONALIZZAZIONE PUÒ ESSERE UN ALTRO VANTAGGIO
Un secondo elemento economico riguarda la distribuzione dei flussi nel corso dell’anno. Il turismo balneare è fortemente concentrato nei mesi estivi. Il turismo religioso, invece, può svilupparsi attraverso feste patronali, pellegrinaggi, ricorrenze liturgiche, cammini, eventi culturali, visite ai santuari e itinerari spirituali in diversi periodi dell’anno.
Montevergine rappresenta già un esempio della capacità di attrazione del patrimonio religioso irpino: la stampa locale ha documentato anche nel 2026 una forte presenza di pellegrini, con una significativa affluenza nel periodo di Ferragosto.
«La destagionalizzazione – dice Maimone – è fondamentale per le piccole imprese. Un albergo che lavora soltanto nei mesi estivi ha una capacità economica diversa da una struttura che riesce ad avere prenotazioni anche in primavera, autunno e inverno. Lo stesso vale per ristoranti, guide, trasportatori e attività commerciali».
LA WORLD RELIGIOUS TOURISM NETWORK: UNA RETE IN 18 PAESI
 
In questa strategia si inserisce il ruolo della World Religious Tourism Network, che secondo quanto dichiarato dalla Rete è presente in 18 Paesi. La sua funzione, nella prospettiva di Maimone, non sarebbe quella di sostituire le istituzioni locali, ma di creare collegamenti internazionali tra territori, città, santuari, operatori dell’accoglienza e realtà impegnate nella valorizzazione del patrimonio religioso.
«Essere presenti in una rete internazionale – afferma Maimone – significa avere la possibilità di entrare in relazione con esperienze diverse, confrontare modelli, costruire collaborazioni e soprattutto rendere più riconoscibile il territorio». Il passaggio decisivo, però, dovrebbe avvenire sul territorio. «La Rete può rappresentare una porta internazionale, ma dietro quella porta deve esserci un progetto. E il progetto deve essere costruito dall’Irpinia, dai suoi Comuni, dalle Diocesi, dalle associazioni, dagli operatori economici e dalle comunità».
SOSTENIBILITÀ: CRESCERE SENZA CONSUMARE IL TERRITORIO
La parola chiave è sostenibilità. Non soltanto sostenibilità ambientale, ma anche economica, sociale e culturale. Un turismo religioso costruito sui grandi numeri e concentrato esclusivamente nei luoghi più conosciuti rischierebbe di lasciare ai margini proprio i piccoli Comuni. Un sistema basato sui cammini, invece, può distribuire i visitatori lungo più territori.
«Dobbiamo evitare – sottolinea Maimone – che il turismo religioso diventi una semplice commercializzazione dei luoghi sacri. La crescita economica deve essere compatibile con la tutela della spiritualità, del patrimonio storico, del paesaggio e della vita delle comunità». La sostenibilità, in questa prospettiva, significa anche far guadagnare il territorio senza consumarlo.
Un cammino può portare visitatori in un piccolo borgo senza trasformarlo necessariamente in una destinazione di massa. Una rete di chiese può valorizzare edifici storici distribuiti sul territorio. Un itinerario può portare risorse economiche anche nei Comuni meno conosciuti.
LE CHIESE COME INFRASTRUTTURA CULTURALE
C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: le chiese non sono soltanto luoghi di culto, ma costituiscono una parte rilevante del patrimonio culturale dei territori. Nell’Irpinia sono presenti chiese, conventi, abbazie e santuari che raccontano secoli di storia religiosa, artistica e sociale. «Ogni chiesa – dice Maimone – può diventare una pagina della storia dell’Irpinia. Non dobbiamo pensare soltanto ai grandi santuari. Anche una piccola chiesa di un paese può diventare una tappa di un itinerario se viene raccontata, resa accessibile e collegata alle altre realtà».
Questo richiede, però, servizi: apertura dei luoghi, informazioni multilingue, segnaletica, guide, trasporti, digitalizzazione, prenotazioni, comunicazione coordinata e manutenzione.
Ed è proprio qui che il turismo può incontrare la conservazione del patrimonio.
IL VALORE ECONOMICO DELLA RETE
Il valore della proposta, dunque, non dovrebbe essere misurato soltanto contando i turisti. Occorrerebbe considerare anche: quanto tempo rimangono sul territorio; quanti Comuni visitano;
quanto spendono per alloggio e ristorazione; quanti servizi locali utilizzano; quali prodotti acquistano; quante attività economiche vengono coinvolte; quanti giovani possono trovare opportunità professionali; quanto aumenta la stagione turistica; quante risorse possono essere reinvestite nella conservazione dei luoghi.
«Se riuscissimo a trasformare una giornata di pellegrinaggio in due o tre giorni di esperienza territoriale – sostiene Maimone – avremmo già cambiato radicalmente il valore economico di quel flusso».
UNA STRATEGIA CONTRO LO SPOPOLAMENTO
Il punto finale torna quindi alla questione demografica. L’obiettivo non può essere semplicemente portare turisti in Irpinia. L’obiettivo dovrebbe essere creare le condizioni affinché una parte della ricchezza prodotta dal turismo rimanga nei Comuni e contribuisca a mantenere vive le comunità.
«Il turismo non può risolvere da solo lo spopolamento – precisa Maimone –. Sarebbe sbagliato prometterlo. Ma può essere uno degli strumenti di una strategia più ampia. Se crea lavoro, sostiene le imprese, valorizza i servizi, rende economicamente più conveniente restare e offre ai giovani nuove professionalità, allora può contribuire a contrastare l’abbandono dei territori».
È una prospettiva coerente con la stessa programmazione regionale, che collega la valorizzazione turistica delle aree interne agli obiettivi di contrasto allo spopolamento, riequilibrio territoriale, sviluppo sostenibile e inclusione sociale.
«L’IRPINIA HA GIÀ TUTTO: ORA DEVE METTERE INSIEME I PEZZI»
Per Maimone, dunque, la domanda «E l’Irpinia?» non dovrebbe essere considerata soltanto una suggestione. «Io dico: perché no? Ma bisogna passare dalle parole a un progetto. Dobbiamo sederci intorno a un tavolo con i Comuni, le Diocesi, le comunità religiose, gli operatori turistici, le associazioni e le imprese». E aggiunge: «Montevergine, Materdomini, Goleto, Santa Filomena e gli altri santuari e luoghi della fede non devono essere considerati realtà separate. Sono pezzi di una stessa geografia spirituale e culturale. A questi dobbiamo aggiungere le chiese, i conventi, i borghi, i musei, i percorsi naturalistici, l’enogastronomia e le tradizioni dei nostri Comuni».
La sfida, quindi, sarebbe costruire una rete territoriale dell’Irpinia, capace di collegare il patrimonio religioso alla cultura, all’economia e al paesaggio. «La World Religious Tourism Network è presente in 18 Paesi e può offrire una dimensione internazionale. Ma la vera forza deve venire dall’Irpinia. Se i Comuni lavoreranno insieme, se le Diocesi e le comunità religiose saranno coinvolte, se le imprese potranno trovare un interesse economico e se la sostenibilità sarà posta al centro, allora il turismo religioso potrà diventare qualcosa di più di un segmento turistico».
«Può diventare – conclude Maimone – uno strumento di crescita economica, di valorizzazione culturale e di coesione territoriale. E, soprattutto, può contribuire a fare in modo che i nostri borghi non siano soltanto luoghi da cui partire, ma luoghi nei quali tornare, vivere e lavorare».
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