Roma 14 Dicembre – Il dibattito sulla riforma della giustizia e, in particolare, sulla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti si infiamma. Intervenendo alla kermesse di Fratelli d’Italia “Atreju” a Roma, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha difeso con fermezza la proposta, definendola un “dovere politico e logico” per rispettare il mandato elettorale.
“Non si tratta di una riforma punitiva verso la magistratura, figuriamoci”, ha affermato Nordio, replicando alle critiche di chi vede nella separazione delle carriere un attacco all’indipendenza giudiziaria. “L’indipendenza della magistratura non è in discussione. Nella riforma costituzionale è chiaramente stabilito che anche il pubblico ministero avrà la stessa autonomia del giudice”.
Nordio ha articolato le motivazioni della proposta su due piani. Da un lato, ha sottolineato la necessità di attuare un principio programmatico del governo, premiato dalla fiducia degli elettori. Dall’altro, ha evidenziato problemi interni alla magistratura, come la percezione di scarsa imparzialità legata all’attuale sistema disciplinare del Consiglio superiore della magistratura (Csm), in cui “gli eletti dai magistrati giudicano altri magistrati”.
“Il magistrato deve essere percepito come imparziale dai cittadini. Oggi, invece, molti vedono una magistratura influenzata dalle cosiddette correnti interne, che, pur avendo un ruolo culturale importante, a volte degenerano”, ha dichiarato, citando come esempio lo scandalo Palamara.
Nordio ha anche espresso preoccupazione per il calo di fiducia dei cittadini verso il sistema giudiziario: “Oggi, la credibilità della magistratura è scesa sotto il 35%. Negli anni delle indagini sulle Brigate Rosse era superiore persino a quella della Chiesa cattolica. Questo deve far riflettere”.
Non si è fatta attendere la replica di Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm) e tra i più accesi oppositori della riforma. Secondo Santalucia, il vero obiettivo della separazione delle carriere sarebbe “l’indebolimento del giudiziario”.
“La riforma – ha spiegato – non è necessaria per il processo accusatorio, come sostiene il ministro. Questo modello già prevede la distinzione delle funzioni tra giudicante e inquirente”. Il rischio, invece, sarebbe quello di un asservimento del pubblico ministero al potere esecutivo, come accade in altri Paesi europei.
Santalucia ha citato i casi di Germania e Francia, dove i pubblici ministeri, essendo collegati all’esecutivo, sono stati giudicati dalla Corte di Giustizia europea non sufficientemente indipendenti per garantire i requisiti richiesti per mandati di arresto europei.
La separazione delle carriere è una riforma invocata da decenni, ma che continua a suscitare divisioni profonde. Da un lato, chi la sostiene la considera una garanzia di maggiore trasparenza e imparzialità; dall’altro, i detrattori temono una deriva che possa compromettere la separazione dei poteri e l’autonomia del sistema giudiziario.
Mentre il governo spinge per portare avanti il progetto, la partita resta aperta e destinata a segnare un capitolo cruciale nella storia della giustizia italiana.
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